«Crediamo di programmare l’AI, ma sono le macchine a cambiarci»

La lectio del filosofo e psicanalista Miguel Benasayag sulla «vita artificiale» nell’ambito del Festival Filosofi lungo l’Oglio domenica 21 giugno
Anita Loriana Ronchi
Il rapporto con la macchina, un apparato coerente, fa perdere i livelli di complessità della soggettività umana
Il rapporto con la macchina, un apparato coerente, fa perdere i livelli di complessità della soggettività umana

Quale spazio può ancora esistere per l’interiorità e la differenza nell’epoca delle reti intelligenti? E, soprattutto, qual è l’impatto dell’Intelligenza artificiale nella dinamica delle relazioni umane e rispetto alla percezione dell’altro? Tematiche al centro di un dibattito più che aperto, su cui s’interrogherà il celebre filosofo e psicanalista di origine argentina Miguel Benasayag, nella sua lectio magistralis «IA e vita artificiale, l’alterità impossibile» nell’ambito del Festival Filosofi lungo l’Oglio diretto da Francesca Nodari.

Benasayag, autore di una vasta bibliografia, in gran parte dedicata proprio alle interconnessioni tra esseri umani e macchine, interverrà domenica 21 giugno alle 21 nel cortile del centro culturale di Manerbio (piazza Cesare Battisti 1; in caso di maltempo al Teatro Politeama; per info e biglietti: filosofilungologlio.it). L’abbiamo intervistato.

Miguel Benasayag
Miguel Benasayag

Professore, ci introduca al tema della sua conversazione…

Mi occupo da molti anni dei rapporti tra cervello, cultura e mondo digitale, ma il grande salto è avvenuto quando l’IA generativa è diventata accessibile per tutti. Vediamo oggi un rapporto con la macchina molto particolare in quanto nella macchina non c’è intimità, desiderio, corpo: la macchina è in sé, è tutta coerenza e anche se di tanto in tanto può sbagliarsi, si tratta di sbagli tecnici. Le connessioni delle persone sono sempre più massive, anche con una certa carica affettiva, mentre la macchina assolutamente è univoca, trasparente, senza nessuna ambiguità, il che porta poco alla volta a perdere la propria complessità. Noi crediamo di poter utilizzare la macchina, di poterla formattare ai nostri bisogni, ma le ricerche mostrano che al contrario siamo noi ad essere formattati, modificati e diventiamo un po’ «macchinici», per così dire.

Perché parla di «alterità impossibile»?

Alterità sta ad indicare il rapporto di un soggetto con un soggetto, che non sempre è coincidente, ma un po’ complesso, conflittuale. Il rapporto con la macchina in realtà non esiste, dunque è un rapporto univoco, calcolante. Quel che è più inquietante, da un punto di vista psicologico, psicoanalitico o filosofico, è che ogni essere umano non è coincidente nemmeno con se stesso; nessuno di noi è di una coerenza totale. Siamo ambigui, abbiamo dei desideri non razionali, dunque siamo dentro un’alterità anche con noi stessi. «Io sono un altro», come direbbe Artaud: vuol dire che io sperimento questa non coincidenza di me con me stesso, non solamente con l’altro. E il rapporto con la macchina, con un apparato coerente, fa perdere questi livelli di complessità della soggettività umana, questa alterità di sé con se stessi.

Quanto impatta la «colonizzazione digitale» sulle relazioni sociali?

Noi ricercatori facciamo fatica a vedere fino a che punto. Non possiamo più parlare della stessa umanità che utilizza una nuova tecnologia e siamo stupiti di constatare i profondi cambiamenti nel nostro modo di essere. Non si tratta di essere tecnofobi o tecnofili, non è una scelta di campo. L’uso di questa tecnologia non è semplicemente come qualcuno che ha traslocato e deve imparare a muoversi nella nuova casa: noi abbiamo modificato noi stessi e ciò è comico perché il fenotipo non è cambiato, non ci è spuntata un'antenna. Rimaniamo più o meno gli stessi, e non ci rendiamo conto che è cambiato moltissimo il modo di rapportarci con se stessi, con il corpo, con il mondo.

Come si intrecciano tali considerazioni con la parola chiave del Festival: ascoltare?

Viene da sé, non occorre nessuna forzatura. Penso all’ascolto come la filosofa Simone Weil, per la quale ascoltare significa accogliere l’altro nella sua totalità, senza giudicare. È un massimo di presenza, poter ascoltare in silenzio, essendo aperto all'altro nella sua singolarità di vivente. Ebbene questa singolarità radicale del vivente, dell’umano non è possibile nel rapporto con la macchina, che non può ascoltare; riceve informazioni che le permettono di operare correlazioni per codificare una risposta immediata. Mi piace molto il fil rouge di questa edizione, poiché effettivamente l’origine dell'alterità rimane intorno a questa capacità d'ascolto che ci differenzia radicalmente dalle macchine.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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