La nave immobile e tutta la fatica di riuscire a sperare

Covid, dazi, guerra in Ucraina, conflitto in Iran: avere fiducia, anche per le aziende, è difficile. Ma le crisi non cancellano la necessità di progettare e investire
Una nave ferma nello Stretto di Hormuz - Foto Epa / Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una nave ferma nello Stretto di Hormuz - Foto Epa / Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Una nave, che potrebbe essere una metaniera carica di prezioso gas naturale così come una petroliera o un colosso carico di container, galleggia sorniona nelle acque dello Stretto di Hormuz. È forse questa, paradossalmente più di quelle delle devastazioni in Iran o in Libano, l’immagine che in queste lunghe settimane di guerra rappresenta meglio l’umore di chi come noi «occidentali» si è abituato alla velocità e all’apertura. Restare fermi sembra impossibile: una stasi che puzza di passività e che a sua volta degrada in decrescita. In crisi.

A questa sensazione si accompagna un’inquietudine diffusa, come se dietro a un dramma se ne celasse sempre un altro, anche peggiore. E come dare torto a chi si sente così: dopo il quasi dimenticato Covid sono giunti la guerra in Ucraina, poi l’inflazione, i dazi, le devastazioni in Palestina, ora il Medio Oriente. Tutto sembra girare nel peggiore dei modi, per le persone e per le aziende.

Eppure è proprio in momenti come questi che lo sforzo richiesto risulta insieme più arduo e strettamente necessario. Bisogna sforzarsi di riuscire a immaginare il futuro, nonostante tutto. Qualche giorno fa su questo giornale è stata pubblicata l’intervista al presidente delle Fonderie Glisenti di Villa Carcina Roberto Dalla Bona, le cui parole hanno squarciato come un raggio di sole il cielo cinereo: «Per la metallurgia bresciana si potrebbe aprire una grande stagione di crescita, e tutto dipenderà dalla fine della guerra russo-ucraina: la ricostruzione del Paese dell’Est darà una spinta all’economia italiana». Certo, il prerequisito è una «buona notizia», la fine del conflitto scoppiato nel febbraio del 2022. Ma ciò che è davvero importante sono il tono e il colore delle parole. Emerge un ottimismo che è merce rara in questo frangente - frangente inteso come un periodo di mesi, se non anni -, una volontà e una capacità di progettare il domani tutt’altro che comuni.

Questa visione è la base sulla quale costruire qualsiasi investimento, soprattutto quando si parla di imprese. Investire tanto per investire, senza sapere dove andare, è il primo passo per fallire. Certo, qualcuno potrebbe dire che piuttosto che stare fermi è meglio andare comunque avanti. Ma la storia, per quanto troppo poco spesso sia vera maestra, dimostra il contrario. Senza fiducia - ricordate che effetto ha fatto il seppur breve annuncio del taglio dei fondi di Transizione 5.0? - non si può costruire nulla.

Perché immersi nel meccanicismo forse ci dimentichiamo che il fare impresa è un’attività umana, e come tale esposta, a volte addirittura in balia, degli umori e delle sensazioni delle persone. Gli imprenditori, i manager, i lavoratori sono infatti in primissima battuta donne e uomini che sognano, sbagliano, pensano, sentono. Avere ben chiaro questo facilita il compito quando ci si sforza di essere ottimisti. Ottimismo che non è illusione, tanto meno banalità, men che meno irragionevolezza.

Che si guardi alla tecnologia – intelligenza artificiale in primis – o alla sostenibilità, ai mercati esteri o al welfare, serve infatti sempre una razionalità solida, sostenuta anche dai dati, senza la quale ogni scelta è puro gioco d’azzardo. Perché fare impresa non è un lancio di dadi: è pianificazione, governance, organizzazione. Ma, a costo di ripeterlo, è anche passione, coraggio, compassione (nel senso etimologico di «sentire insieme»). E ottimismo, che è il giusto mezzo tra ragione e sentimento.

Ebbene, questo inserto da diversi anni prova a raccontare quanto di buono, a Brescia ma pure con uno sguardo più ampio all’orizzonte globale, si tenta di costruire per migliorare anche solo di poco il modo in cui si lavora, le comunità e la vita delle persone. Si è parlato, e si parlerà, anche di problemi e sconfitte, perché nessuno si illude che con un buon approccio si possano risolvere i problemi.

La concretezza tutta bresciana senza fronzoli, fatta di investimenti e soldi, macchine e competenze, studi e dati, insegna molto in questo senso. Aggiungendole però quel pizzico di in più di stupore, pure il peggiore degli incubi può sembrare risolvibile. Anche se anche quella nave ferma nello Stretto di Hormuz non dovesse muoversi di un solo centimetro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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