Tra Europa, Usa e Cina guerra su chip e Intelligenza artificiale

La geopolitica della rivoluzione tecnologica traccia fra Stati Uniti e Cina il fronte del conflitto in atto. Da almeno dieci anni qui si combatte la guerra all’ultimo chip. L’Intelligenza artificiale è il fronte avanzato dello scontro. Ma tutto si risolve puntando su materie prime, terre rare e ricerca tecnologica? Esiste una prospettiva diversa? Esiste una via europea all’Intelligenza artificiale? E dove porta?
Con le turbolenze della scena mondiale, il vertice di Parigi sull’AI sembra già lontanissimo, eppure resta un punto di riferimento ineludibile, almeno per fare il punto sullo stato dell’arte. Stati Uniti e Ue, ancora di più dopo l’ingresso alla Casa Bianca dell’accoppiata Trump-Musk, marciano in direzioni diametralmente opposte.
Plateale la distanza nella diatriba sulle regole: nessuna come pretendono gli Usa, forse troppe (parola di Mario Draghi) come sta facendo la Ue. La Cina tace e fa il suo gioco, favorita dalle divisioni degli altri, dalla sua forza produttiva e dall’attrazione che opera verso i Paesi più deboli timorosi di restare esclusi dalla corsa per il futuro.
Almeno tre sono i terreni dello scontro. Il primo riguarda investimenti, finanza e affari. Perché a Parigi è apparso chiaro, semmai fosse stato necessario, che la sfida sull’AI riguarda certamente i principi, l’etica, i valori antropologici, ma si gioca soprattutto sui soldi, l’unico argomento che richiama immediatamente l’attenzione di tutti. L’Unione europea punta su 200 miliardi di euro di investimenti: 150 per iniziative private e 50 mossi direttamente da Bruxelles.
Today we’re partnering with the U.S. national labs to explore how AI can accelerate scientific discovery. Over 1,000 researchers will test frontier models, including OpenAI’s o3-mini, and help shape the future of AI in science. https://t.co/MQxJ0npKjI
— OpenAI Newsroom (@OpenAINewsroom) February 28, 2025
Sono tanti, se si pensa che il Governo italiano aveva presentato come clamoroso l’accordo tra Cassa depositi e prestiti e OpenAI, che vale un miliardo in quattro anni. Sono pochi se paragonati ai 500 miliardi di dollari annunciati da Google, Amazon, Microsoft e Meta, oppure ai 92 miliardi che Elon Musk è disposto a sborsare per mettere le mani su OpenAI. Comunque la si veda, un solo dato è certo: il focus dell’IA è tutto spostato sul privato. Al potere pubblico – se va bene – forse resta la leva dell’orientamento, quindi delle regole.
La prevalenza del privato nulla toglie all’importanza geopolitica della questione: questo il secondo terreno di scontro. L’apparire di un operatore cinese, DeepSeek, che fa concorrenza all’americana OpenAI, ha recentemente scosso il mondo della politica quanto il mercato della finanza. Fra Usa e Cina è guerra continua. E gli esiti hanno conseguenze sull’intero scacchiere internazionale. Al punto che il Governo italiano ha proposto all’UE una prospettiva che non è stravagante: forse vale la pena di considerare gli investimenti sull’intelligenza artificiale al pari delle spese per la Difesa e scomputarli dal calcolo del deficit. Perché è inevitabile: chi sarà in vantaggio sulla nuova tecnologia avrà una posizione dominante sul resto del mondo. E non ci sono dazi che tengano.
Comanda chi ha in mano le leve del futuro. Ed ecco assumere tutta la rilevanza che merita la questione culturale. Alle tre posizioni in campo corrispondono altrettante visioni del mondo. A fare la voce grossa nelle ultime settimane è l’amministrazione americana, che rifiuta – e revoca quando può – ogni forma di regolamentazione. Nella visione trumpiana del successo e della ricchezza come segno della predilezione divina, ogni limite è una «censura autoritaria».
Le Signorie Bigtech vogliono avere le mani libere: ognuna per sé e la Casa Bianca per tutti. Di tutt’altra visuale è la posizione europea. Secondo Ursula von der Leyen, le future Gigafactories dell’IA che l’Unione europea vuole far crescere dovrebbero assomigliare al Cern di Ginevra, per «permettere agli spiriti più brillanti del mondo di lavorare insieme». Uniti nella ricerca, concordi nelle prospettive. Visione eccessivamente idealista, nel suo umanesimo, quella europea.
🚀 Introducing NSA: A Hardware-Aligned and Natively Trainable Sparse Attention mechanism for ultra-fast long-context training & inference!
— DeepSeek (@deepseek_ai) February 18, 2025
Core components of NSA:
• Dynamic hierarchical sparse strategy
• Coarse-grained token compression
• Fine-grained token selection
💡 With… pic.twitter.com/zjXuBzzDCp
Meno facile da definire è l’impostazione in questo campo di Cina e India. A Parigi il premier indiano Modi ha invocato un avvenire dell’Intelligenza artificiale «buono e condiviso», persino «etico e inclusivo». Francamente non si comprende come possa avvenire ciò in Paesi dall’impronta fortemente autocratica, ma l’indicazione ha un’attuazione tecnologica esplicita, nello sviluppo di sistemi open source, «che rafforzino fiducia e trasparenza».
Trovare una mediazione fra posizioni talmente distanti non sarà semplice. Forse si può cercare un punto di equilibrio minimo: quello di una concorrenza aperta. Servirebbe un primo accordo di partenza: come nello sport, anche nell’innovazione, stabilire le regole del gioco non impedisce ma favorisce la competizione. Con l’aria che tira, però, quale organismo potrebbe assumersi il compito? Difficile possa essere l’Onu. Il momento non è favorevole, in generale, agli organismi multilaterali e al diritto internazionale.
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