Opinioni

Il cessate il fuoco con l’Iran che smaschera Trump

Per il presidente americano sembra trattarsi di una sconfitta, sostanziale e d’immagine. Si apre una breve finestra di opportunità
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Yuri Gripas © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Yuri Gripas © www.giornaledibrescia.it
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Una breve finestra di opportunità. È quanto offre il cessate il fuoco raggiunto tra Iran e Stati Uniti proprio all’ultimo minuto, quando sembrava prossima una devastante azione militare israelo-statunitense finalizzata – nelle parole grevi e irresponsabili di Donald Trump – a riportare l’Iran «all’età della pietra». Lo scarto tra queste minacce, l’ultimatum inderogabile posto dal Presidente statunitense e la temporanea tregua è rilevante. Forse Trump bluffava; o forse ha temuto i contraccolpi di un’azione comunque non risolutiva, che avrebbe alimentato l’escalation, allungato ancor più il conflitto e acuito i suoi costi globali (inclusi quelli per i consumatori americani).

Di sconfitta, sostanziale e d’immagine, per Trump e per gli Usa parrebbe quindi trattarsi. Anche perché i dieci punti avanzati dall’Iran, che il Presidente ha definito offrire una buona base negoziale, costituiscono in realtà una dichiarazione di vittoria per Teheran: che aprirebbe lo stretto di Hormuz facendo però pagare un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni imbarcazione (da utilizzarsi per la ricostruzione del paese); e che otterrebbe forti garanzie securitarie per sé stessa e per i propri alleati nella regione.

Sono però richieste che non verranno esaudite; e anche la presunta vittoria iraniana va in una certa misura ridimensionata. All’Iran bastava non perdere per vincere; la sua capacità di assorbire il colpo, prolungare la durata della guerra e socializzarne i costi si è accompagnata al ripristino della credibilità del suo deterrente, magnificata dall’utilizzo dello stretto di Hormuz. La guerra ne ha tuttavia rivelato una volta di più l’assoluta vulnerabilità alla soverchiante superiorità di potenza dei suoi avversari. Teheran non è stata in grado di garantire la sicurezza non solo dei suoi cittadini o delle sue infrastrutture vitali, ma persino dei suoi vertici religiosi, civili e militari, decapitati sistematicamente quasi a segnalare a chi seguirà che la stessa sorte gli sarà destinata qualora non si allineasse alle volontà di Stati Uniti e Israele.

Due altre considerazioni vanno aggiunte. La prima riguarda la strategia degli Stati Uniti e la retorica che l’ha accompagnata e giustificata; la seconda il quadro diplomatico e il ruolo fondamentale di attori terzi. Dal Segretario della Guerra Pete Hegseth, che chiede «letalità» e non «legalità» nelle azioni militari statunitensi, alle minacce di Trump di annientare la «civiltà iraniana», i vertici degli Stati Uniti hanno ostentato un linguaggio che celebra il dispiegamento senza costrizioni della violenza in spregio al diritto internazionale o all’etica della guerra.

Pete Hegseth, Segretario della Guerra Usa - Foto Epa/Jim Lo Scalzo © www.giornaledibrescia.it
Pete Hegseth, Segretario della Guerra Usa - Foto Epa/Jim Lo Scalzo © www.giornaledibrescia.it

Un linguaggio quasi genocidiario (come altro si può definire la prospettiva di eliminare un’intera «civiltà»?) e che comunque non solo contempla, ma finanche ostenta la possibilità di compiere crimini di guerra. Un altro passaggio in direzione di un abisso politico, giuridico e morale che pare rappresentare l’unico orizzonte contemplato da Donald Trump e da molti membri della sua amministrazione.

Il negoziato, infine, è stato condotto attraverso la fondamentale mediazione del Pakistan e il ruolo attivo, ancorché silente, di altri attori, su tutti la Cina. Si è aperta una discussione in questi mesi su quanto la guerra fosse finalizzata a colpire anche Pechino o se invece essa ne stesse beneficiando. Entrambe le cose hanno un fondamento di verità.

La Cina, però, è potenza orientata allo status quo; che vuole e cerca stabilità per raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. Stabilità, questa, più che turbata dalla guerra. Che Pechino ha cercato di fermare, mostrando per molti aspetti una consapevolezza e un senso di responsabilità oggi del tutto assenti a Washington.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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