Economia

Energia, rischio austerity: i possibili effetti su famiglie e imprese

La crisi in Medio Oriente spinge al rialzo gas e petrolio. L’Europa valuta interventi sul mercato mentre Commissione Ue e Agenzia dell’energia indicano misure e comportamenti per contenere consumi e costi
La crisi energetica impatterà anche sulle famiglie
La crisi energetica impatterà anche sulle famiglie
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Le bollette stanno tornando a salire. E questa volta il rischio è che non sia un picco temporaneo.

Nel giro di poche settimane, il prezzo del gas è aumentato fino al 70% e quello del petrolio del 60%, mentre la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran riaccende le tensioni su una delle rotte energetiche più importanti del mondo: lo stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio globale.

Per le famiglie e le imprese europee, gli effetti iniziano già a farsi sentire: costi più alti, maggiore incertezza e il ritorno di una parola che sembrava archiviata dagli anni Settanta — austerity energetica.

Non siamo ancora allo scenario del 1973, quando lo scoppio della guerra tra Israele, Siria ed Egitto interruppe le esportazioni di petrolio e in tutto il mondo il prezzo del combustibile schizzò alle stelle. Eppure, lo storico dell’economia Niall Ferguson, che «non appartiene alla schiera dei pessimisti cronici – ha scritto Federico Rampini sul Corriere della Sera – oggi evoca lo shock petrolifero di quell’autunno di 53 anni fa, quello che trasformò una crisi regionale in una recessione globale. La sua tesi è semplice e inquietante – scrive ancora Rampini –: stiamo già percorrendo lo stesso sentiero».

  • Domenica a piedi a Brescia nel 1973
    Domenica a piedi a Brescia nel 1973 - © www.giornaledibrescia.it
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Gli effetti dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, con la crisi che coinvolge sul campo tutto il Medio Oriente ma di sponda il mondo intero, iniziano già a farsi sentire nelle case e nelle imprese.

Le immagini che arrivano dall’Asia meridionale –  file chilometriche per una bombola di gas in Nepal, voli sospesi in Vietnam, scuole chiuse in Pakistan per risparmiare elettricità – non sono cartoline di un mondo lontano, ma diapositive di un presente che bussa alle porte dell'Europa. La guerra in Iran ha riaperto bruscamente il dossier sull’austerity energetica, trasformando la transizione ecologica in una corsa alla sopravvivenza.

«Interruzione prolungata»

La diagnosi del Commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, lascia poco spazio all’ottimismo: «La crisi sarà lunga e andrà oltre la fine della guerra, perché le infrastrutture energetiche sono distrutte». Per dire: QatarEnergy stima che ci vorranno cinque anni per riparare gli impinati di lavorazione del gas liquefatto a Doha.

Il conto per l’Europa è salato. I numeri, del resto, parlano da soli: trenta giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla fattura energetica dell'Unione, con il prezzo del gas schizzato del 70% e quello del petrolio del 60%.

In una lettera inviata ai 27 Paesi membri, Jorgensen è stato categorico: bisogna prepararsi tempestivamente a un’interruzione potenzialmente prolungata delle forniture. La strategia di Bruxelles si muove su due binari: da un lato la «cassetta degli strumenti» (il cosiddetto toolbox) con nuovi aiuti di Stato per sostenere i più vulnerabili e strumenti finanziari per il disaccoppiamento dei prezzi del gas da quelli dell'elettricità; dall'altro, una manovra d'emergenza sulle quote di emissione.

Il rebus degli Ets

Al centro del dibattito europeo c'è il sistema – non semplicissimo –  Ets (Emissions Trading System). Di cosa si tratta? È il mercato della CO2 dell'Unione Europea: un meccanismo definito «cap-and-trade», utilizzato per ridurre le emissioni di gas serra, fissando un limite massimo (cap) alle emissioni totali consentite e permettendo alle aziende di scambiare permessi (trade). Le aziende che inquinano (centrali elettriche, acciaierie, cementifici) devono quindi acquistare «permessi di emissione»: se un'azienda inquina meno, può rivendere i suoi permessi; se inquina di più, deve comprarne altri.

Il problema è che, in tempo di crisi energetica, il prezzo di questi permessi è diventato un moltiplicatore dei costi. Se il loro valore sale, le aziende elettriche e le industrie pagano di più per poter produrre. Questo aumento non resta a carico loro, ma viene scaricato direttamente sulle bollette che paghiamo a casa o in azienda. Per fermare questa corsa ai rincari, l’Europa sta pensando di intervenire sul mercato: l'idea è di non distruggere i permessi inutilizzati, ma di tenerli in una sorta di «scorta di emergenza». In questo modo, se i prezzi dovessero schizzare troppo in alto, l'Europa potrebbe immettere questi permessi nel mercato per far scendere il loro valore, dando una boccata d'ossigeno alle imprese e frenando l'impennata delle bollette.

Emissioni in atmosfera, inquinamento (simbolica) - © www.giornaledibrescia.it
Emissioni in atmosfera, inquinamento (simbolica) - © www.giornaledibrescia.it

L’Italia, in particolare, chiede con veemenza una riforma strutturale degli Ets entro luglio: sebbene l'80% dei ricavi torni nelle casse nazionali, il sistema attuale rischia di rendere insostenibile la produzione industriale in una fase di prezzi del gas già alle stelle.

Austerity: il decalogo del risparmio

Mentre la politica discute di finanza energetica, la quotidianità si prepara a una dieta forzata. Jorgensen e l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) hanno tracciato un elenco di «buone pratiche», consigli arricchiti da indicazioni sempre più stringenti che entrano fin nelle cucine degli italiani.

Spostarsi meno e meglio è il primo imperativo. Il piano prevede di ridurre di almeno 10 km/h la velocità in autostrada, incentivare lo smart working per almeno tre giorni a settimana e istituire le domeniche senza auto nelle città. Ma non basta: il nuovo decalogo suggerisce di preferire il treno all'aereo per i viaggi a breve percorrenza, utilizzare il car-sharing e rendere i trasporti pubblici più accessibili.

Il risparmio si sposta poi tra le mura domestiche. In un’ottica di «austerità elettrica», si consiglia di sostituire, dove possibile, la cottura a gas con quella elettrica o a induzione, sfruttando l'efficienza dei nuovi elettrodomestici. Anche la gestione del calore diventa millimetrica: abbassare di un grado il termostato e ridurre la durata delle docce calde sono passi obbligati.

In alcuni Paesi asiatici, queste misure sono già legge: lo Sri Lanka e le Filippine hanno introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni per risparmiare energia negli uffici pubblici, mentre Thailandia e Vietnam spingono massicciamente sullo smart working.

Una donna in smart working -  Foto © www.giornaledibrescia.it
Una donna in smart working - Foto © www.giornaledibrescia.it

Cosa significa per i cittadini

Per le famiglie questa nuova fase non si traduce soltanto in un aumento dei prezzi, ma in una crescente instabilità. Le analisi della Commissione europea e della Banca Centrale Europea indicano che le tensioni sul gas e sull’elettricità tendono a propagarsi lungo tutta la filiera economica, incidendo sui costi di trasporto, sulla produzione industriale e, infine, sui prezzi al consumo. In altre parole, l’energia diventa un moltiplicatore dell’inflazione e riduce progressivamente il potere d’acquisto.

Nella vita quotidiana questo si riflette in bollette meno prevedibili, soprattutto per chi è esposto alle dinamiche del mercato libero, e in una quota crescente di reddito destinata alle spese fisse. Le istituzioni europee, pur mantenendo strumenti di sostegno, stanno progressivamente orientando gli aiuti verso interventi più selettivi, destinati ai nuclei più vulnerabili e alle imprese energivore.

Aggiustamenti di tiro che, per esempio, nei giorni scorsi hanno provocato un duro scontro tra Confindustria e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sugli incentivi fiscali destinati alla Transizione 5.0, più precisamente sul taglio del 65% del credito d’imposta. Giorgetti ha spiegato che quei soldi, già promessi alle aziende, ora servono per finanziare misure più urgenti, come la riduzione temporanea delle accise sui carburanti, le imposte di importo fisso che gravano su benzina e gasolio.

Misure insomma destinate al resto della popolazione, il cui margine di adattamento passa sempre più da comportamenti individuali: maggiore attenzione ai consumi domestici, efficienza energetica e, in alcuni casi, un cambiamento delle abitudini consolidate, dal riscaldamento all’uso dell’automobile.

Si torna al carbone?

In questo scenario, l'Italia ha dovuto compiere un amaro dietrofront ecologico. Il recente «Decreto Bollette» ha sancito che, in caso di emergenza, le centrali a carbone potranno restare in funzione fino al 2038, posticipando di 13 anni la scadenza del 2025.

Il Ministro Gilberto Pichetto Fratin ha chiarito che impianti come quelli di Brindisi e Civitavecchia devono restare «in riserva». Attualmente, con il gas intorno ai 55 euro al megawattora, il carbone non è ancora la scelta più economica, ma lo diventerebbe se il gas superasse i 70 euro o, appunto, se venisse allentata la normativa europea sugli ETS, riducendo il costo delle sanzioni per chi brucia il combustibile più inquinante. Una scelta di «realismo energetico» difesa dalla maggioranza ma duramente contestata dalle opposizioni, che parlano di «climafreghismo» e propaganda.

Una centrale a carbone - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una centrale a carbone - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi

Le prospettive a breve termine restano segnate da un’elevata incertezza. Secondo gli scenari delineati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e dalla Commissione europea, il sistema energetico continentale si muove su un equilibrio fragile, esposto sia all’evoluzione del conflitto sia alla tenuta delle infrastrutture. In assenza di shock ulteriori, è plausibile attendersi una fase di volatilità prolungata, con prezzi del gas e dell’elettricità soggetti a oscillazioni anche significative, soprattutto nei periodi di maggiore domanda.

Allo stesso tempo, è probabile un rafforzamento delle politiche di contenimento dei consumi e delle campagne pubbliche per l’efficienza energetica, accompagnato da interventi mirati sul mercato, inclusa una possibile revisione temporanea del sistema ETS per attenuare l’impatto sui costi industriali. Non si può escludere, inoltre, un ricorso più pragmatico alle fonti fossili, come già avvenuto in diversi Paesi europei, in nome della sicurezza energetica.

Nel medio periodo, tuttavia, la direzione strategica indicata dalle istituzioni europee e dagli organismi internazionali resta invariata: ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e accelerare lo sviluppo delle rinnovabili. La crisi attuale, nelle valutazioni dell’AIE, non rappresenta una deviazione strutturale, ma un passaggio critico destinato a ridefinire tempi e priorità della transizione energetica.

Se il «green» rallenta

L'Italia non è sola in questa ritirata strategica dal fronte dell’energia pulita. Gli Stati Uniti hanno rimosso diversi vincoli sulle emissioni, il Giappone ha aumentato il ricorso al fossile e persino la Germania del Cancelliere Merz non esclude rinvii sulla chiusura delle miniere.

La lezione che Jorgensen sottolinea è brutale: la nostra esposizione agli shock esterni è la conseguenza diretta della dipendenza dai combustibili fossili importati. Mentre l'Asia sperimenta razionamenti e «mezze bombole» di gas per evitare l'accaparramento, l'Europa cerca un equilibrio difficilissimo tra la salvaguardia del pianeta e la sopravvivenza del proprio sistema produttivo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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