Quattro aziende bresciane nella cordata italiana pronta a manifestare un interesse per il rilancio dell’ex Ilva: sono Feralpi, Duferco, Lucchini e Ferriera Valsabbia. Grandi gruppi dell’acciaio bresciano dentro un quadro che inizia a riempirsi dei colori di una cordata italiana. Una possibilità che fa capolino dal comitato di presidenza di Federacciai, ma che è subordinata a condizioni da verificare con il governo, mentre il tempo per prendere una decisione si fa sempre più sottile.
La questione
A pesare è il ticchettio della «bomba sociale» innescata dalla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, che potrebbe esplodere dopo che le imprese dell’indotto si sono dette pronte a procedere con la richiesta di licenziamenti collettivi. Un annuncio che si inserisce in iniziative definite «forti» dalle associazioni, ma che «potrebbero non essere isolate», soprattutto senza una soluzione che guardi soprattutto ai lavoratori.
La porta aperta da Federacciai si configura come un primo passo, che non si traduce però in una soluzione immediata. Il compito spetta al presidente della federazione Antonio Gozzi, che ha l’incarico di trasmettere agli enti competenti una manifestazione d’interesse per conto di un gruppo di aziende. Da Arvedi a Marcegaglia, passando per Beltrame e dalle bresciane Feralpi, Duferco, Lucchini e Ferriera Valsabbia. «Praticamente quasi tutti», ha detto Gozzi, pronti a trainare il carro di un atto preliminare, ovvero la manifestazione d'interesse, senza obblighi vincolanti e per cui una decisione concreta, almeno per ora, resta tutta da scrivere. Tra l’altro, come specificato da Federacciai, la partita si gioca sugli impianti che non sono interessati dallo stop previsto per il 26 ottobre.
Tempi stretti
Sull’intero perimetro aziendale, quindi anche sull’area a caldo, resta invece puntato l’occhio di Jindal, che ha aggiornato la sua proposta, al momento l’unica sul tavolo. Il tassello di una cordata italiana, che ora inizia a prendere forma, è stato più volte messo in campo dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.

L’ultimo appello è arrivato durante uno dei tavoli tecnici convocati al Mimit la scorsa settimana a cui, oltre a Federacciai, aveva risposto anche Confindustria, lanciando un segnale positivo. Il tempo però continua a scorrere e i 90 giorni stabiliti dalla Corte d’Appello di Milano per la chiusura di altoforni e cockerie sono sempre meno, rendendo necessarie soluzioni immediate, come ribadito anche dai sindacati. Alcune strade percorribili sono emerse dai tavoli, come quella avanzata dalle regioni per una nuova Aia calibrata su volumi produttivi inferiori rispetto alle attuali 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Un’altra riguarda invece direttamente il ricorso alla sentenza, per cui i commissari hanno già incaricato i propri legali.
I prossimi passaggi
Per Gozzi, «i problemi sono immediati», rendendo impossibile attenersi ai tempi di un ricorso in Cassazione, per cui «bisognerebbe attendere almeno due anni». Un margine ridotto e rischi occupazionali e produttivi concreti di cui è consapevole anche Urso che, attraverso il confronto con i sindacati, la regione Puglia, gli industriali e l’indotto, ha tentato di mettere insieme le proposte per elaborare una strategia. In ogni caso, il mese di fuoco riguardo l’ex Ilva non è ancora finito. Altri incontri al ministero potrebbero essere convocati prima di settembre, per arrivare a un prossimo confronto a Palazzo Chigi con gli esiti di tutte le interlocuzioni.
«La chiusura dell’area a caldo imposta dalla Corte d’Appello – ha ammesso ieri il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso in un’intervista al quotidiano Il Mattino – ha innescato una bomba sociale, produttiva e occupazionale che dobbiamo assolutamente disinnescare». Il tempo scorre veloce.



