Prima i governi, ora le industrie. La battaglia contro l’attuale architettura dell’Emission Trading System (Ets) entra in una nuova fase e punta dritto al cuore del Green Deal europeo. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e special advisor di Confindustria per l’autonomia strategica europea, ha spiegato a Brescia, nel corso dell’incontro Scenari & Tendenze come si stia formando un fronte europeo sempre più ampio di Confindustrie nazionali deciso a ottenere una revisione profonda del mercato europeo della CO2. Una revisione che, ammette, finirebbe inevitabilmente per ridisegnare gli obiettivi del Fit For 55.
Presidente Gozzi, a che punto è l’offensiva sull’Ets?
Abbiamo mantenuto una posizione molto dura fin dall’inizio. Sul piano politico il Governo italiano ha guidato un gruppo di Paesi – Polonia, Austria, Grecia, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Repubblica Ceca – favorevoli a una riforma radicale dell’Ets, mentre Francia Spagna e Germania avevano una posizione intermedia. Sul fronte industriale abbiamo costruito un percorso analogo. Siamo partiti da uno studio dell’economista Alberto Clò e del professor Beccarello dell’Università Bicocca, che dimostra come la riduzione delle emissioni industriali dell’ultimo decennio sia dovuta soprattutto alla chiusura di impianti e alle delocalizzazioni, non agli investimenti nella decarbonizzazione.
Come siete riusciti a coinvolgere Francia e Germania?
I francesi hanno condiviso subito le conclusioni dello studio. Più complesso il confronto con la Bdi tedesca. La trattativa è stata molto intensa. A un certo punto ho detto: se i tedeschi non firmano, andiamo avanti con la Francia. Nel giro di ventiquattro ore hanno aderito. È un passaggio importante perché ora si sta formando un fronte industriale europeo largamente maggioritario, al quale si aggiungeranno anche altri Paesi come Belgio e Polonia.

Quali modifiche chiedete concretamente?
Interveniamo su quattro pilastri dell’Ets: Market Stability Reserve, Linear Reduction Factor, benchmark e finanziarizzazione del mercato delle quote. Sono tutti gli elementi che oggi fanno esplodere il costo della CO2 senza garantire una vera riduzione delle emissioni.
Entriamo nel merito.
La «Market Stability Reserve» sottrae quote dal mercato e addirittura le cancella definitivamente, comprimendo artificialmente l’offerta e facendo salire i prezzi. Chiediamo di tornare alle regole precedenti al 2018. Sul «Linear Reduction Factor» proponiamo invece di rallentare la riduzione delle quote disponibili, legandola all’effettiva disponibilità di tecnologie per decarbonizzare. Altrimenti l’Ets diventa soltanto una tassa sul carbonio per i settori che oggi non dispongono di alternative tecnologiche.
L’altro nodo è la speculazione finanziaria.
Oggi le quote di CO2 sono diventati strumenti finanziari. I principali operatori sono fondi d’investimento e banche americane. In altre parole abbiamo consegnato la competitività dell’industria europea alla finanza internazionale. Noi proponiamo che gli intermediari possano operare solo come agenti per conto delle imprese e delle utilities, senza detenere quote né accumularle in portafoglio oltre un anno. Così si interrompe il meccanismo speculativo.
La vostra proposta rischia di mettere in discussione il Fit for 55?
Nessuno vuole fermare la decarbonizzazione. Ma vogliamo renderla compatibile con la sopravvivenza dell’industria europea. Se l’Europa accetterà le nostre proposte sui quattro pilastri dell’Ets, gli attuali obiettivi del Fit for 55 diventeranno inevitabilmente incompatibili con il nuovo sistema. Non lo diciamo apertamente, ma è evidente che quella revisione cambierebbe completamente i numeri.
Ora dove si giocherà la partita?
Tra pochi giorni la Commissione presenterà un documento di riforma dello scambio quote Ets, un documento interlocutorio. La vera battaglia sarà al Parlamento europeo e al Consiglio. Nei giorni scorsi ero a Strasburgo e ho incontrato tutte le delegazioni parlamentari consegnando il nostro documento. Ho trovato un clima molto diverso rispetto al passato. Sta maturando la consapevolezza che alcuni estremismi ideologici hanno compromesso la competitività europea. È la prima volta che vedo un consenso così ampio attorno all’idea che serva correggere profondamente l’Ets senza rinunciare agli obiettivi ambientali.




