Pedrini live a Milano: «El Topo Grand Hotel, il disco che è andato oltre me»

L’11 novembre il rocker bresciano celebra all’Alcatraz i 25 anni della pietra miliare dell’alternative italiano: il viaggio inizia «con una canzone magica»
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

Omar Pedrini - © Instagram
Omar Pedrini - © Instagram

Ci sono molte chiavi di lettura per raccontare un disco. La chiacchierata con il cantautore, cantante e chitarrista Omar Pedrini ne offre una meravigliosa, stracarica di aneddoti, ossia quella che gira nella serratura del primo estratto di quell’lp, la splendida «Sole Spento». Il disco è «El Topo Grand Hotel» dei Timoria, uscito il 16 febbraio 2001, e che compie quindi 25 anni. Per festeggiare l’anniversario il cinquantanovenne bresciano si esibisce con la propria band all’Alcatraz di Milano mercoledì 11 novembre alle 21. Biglietti su VivaTicket a 34.50 euro.

La Omar Pedrini Band è formata da musicisti che hanno spiccato il volo dalla scena della nostra terra: Beppe Facchetti alla batteria, Simone Zoni alla chitarra, Mirco Pantano al basso, Carlo Poddighe, polistrumentista geniale «che ha trovato spazio in mezzo alla propria tournée in Francia e Spagna per esserci». Il gruppo si prepara a Brescia, al Big Tree Studio. «L’ultimo concerto in cui ho suonato in piedi – ricorda il rocker, che domenica riceve il Premio Pierangelo Bertoli a Sassuolo – fu ai magazzini generali un paio di anni fa, per il decennale del mio disco da solista "Che ci vado a fare a Londra?"».

Per il live dell’Alcatraz Omar attende l’ok per la partecipazione degli Articolo 31 (che nel disco del 2001 furono ospiti in «Mexico»), ma ci saranno tanti dei guest di quell’album, a partire dal sassofonista James Thompson. Le parti recitate saranno affidate a Nicola Nocella e Gipeto Brancato. «Sarà un concerto molto teatrale – afferma Pedrini –. Una specie di Rocky Horror Picture Show. Al centro, la storia di Joe, figura di fantasia che fa parte del concept "Viaggio senza vento" del 1993 e pure di "El Topo Grand Hotel". La scaletta inizia con alcuni brani del primo lp e prosegue con quelli del "Topo"».

Omar Pedrini con i Timoria nei primi Anni Duemila - © Alessandro Santoru
Omar Pedrini con i Timoria nei primi Anni Duemila - © Alessandro Santoru

Ancora, da Lawrence Ferlinghetti e Alejandro Jodorowsky alla numerologia e all’esoterismo, per raccontare questa pietra miliare dell’alternative italiano le strade sarebbero moltissime. Dialogare con Pedrini porta a concentrarsi su «quella canzone», «Sole spento».

Quando l’ha scritta si era accorto di avere in mano una hit?

Assolutamente no, anzi. Ma è meglio che spieghi il contesto.

Cioè?

Francesco Renga si era allontanato dal gruppo da tre anni. Nell’album «1999» avevo cercato di dare una nuova forma ai Timoria. Non era semplicissimo. Con Renga potevo scrivere qualsiasi brano e lui l’avrebbe cantato benissimo. Senza di lui dovevo scrivere canzoni in cui la voce non fosse così protagonista. I pezzi stessi diventavano il centro di tutto.

Okay, ma «Sole spento» era comunque di una bellezza abbagliante...

Il problema è che io sono il peggior giudice delle mie canzoni. E poi c’era un problema. Senza Renga, la Universal non voleva più sapere di noi. Il contratto scadeva con quel disco. Per la major, insomma, eravamo finiti. Mi sono detto: se dobbiamo andarcene, facciamolo concludendo il viaggio di Joe. «El Topo Grand Hotel» deve quasi tutto a «Sole spento». E da qui comincia la storia di un album che è andato nettamente oltre me. È un miracolo, è qualcosa di corale, una magia resa possibile da tante persone.

In ordine cronologico, quale è stata la prima?

Davide Benetti della Universal, quando esclama: «Ti sei accorto che questa canzone è una bomba? Deve essere il primo estratto». Gli rispondo: «Non so, mi pare un pezzo malinconico... Sei sicuro?».

L’ispirazione per quel brano?

Mi arriva una lettera da Canton Mombello, da una persona condannata a 17 anni di carcere. Nella prima strofa parlo di lui. Nella lettera scrive che i giorni peggiori, in prigione, sono quelli di sole. Che è meglio stare in carcere con la pioggia. Nella seconda strofa parlo invece di me, della mia condanna al pentimento per tutte le stupidaggini che ho commesso nella mia vita. Una volta scritta, la canzone va registrata. E anche questa storia ha dell’incredibile.

Omar Pedrini dei Timoria l'altra sera sul palco del Tenda - © www.giornaledibrescia.it
Omar Pedrini dei Timoria l'altra sera sul palco del Tenda - © www.giornaledibrescia.it

Entrano in gioco altri protagonisti di questo racconto corale?

Certo. Claudio Morselli, fonico, ingegnere del suono e produttore. Siamo allo studio Esagono di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia. Abbiamo poche ore per mixare «Sole spento». Siamo lui, io ed Enrico Ghedi, tastierista dei Timoria. Alle 7 del giorno dopo deve arrivare un fattorino della Polygram (label parte della Universal, ndr). Deve ritirare il master e portarlo a Linate, da dove partirà in viaggio verso l’Olanda, luogo in cui il disco sarebbe stato stampato. Oggi mandi i master con un click. Noi tre siamo stanchi morti e ci siamo bevuti decisamente troppo lambrusco. Verso le 4 chiudiamo il mix. Morselli ci dice che ha un nuovo stereo in camera e che possiamo ascoltarlo lì, prima di andare a dormire. Mettiamo su «Sole spento» e restiamo pietrificati. Abbiamo completamente sbagliato il basso, che suona a un volume fortissimo. Non esistono altre possibilità. «Dobbiamo rifare il mix», sentenzia Morselli. All’epoca significava rifarlo completamente. Facciamo aspettare il fattorino un paio di ore. Lo preghiamo di non dire all’etichetta che siamo in ritardo. Ci risponde: «Ma guardate che così mettete nei guai me». Se il master non fosse partito, invece che a febbraio l’album sarebbe uscito a giugno. Sarebbe cambiato tutto.

All’epoca avere un video «forte» poteva fare la differenza. Come è nata l’idea di realizzare un clip così retrò?

Volevo ambientarlo nel 1971, perché è anche il punto di partenza del «secondo tempo» della storia di Joe. Avevo conosciuto Sergio Pappalettera, noto anche per le copertine realizzate per Jovanotti, al mio Brescia Music Art. Lo propongo come regista alla Universal. Mi dicono che costa parecchio, ma che si può fare. Spiego a Pappalettera la mia idea, ossia quella di girare un video stile poliziottesco. Mi risponde: «Okay, tu pensa alla sceneggiatura. Ma che ne diresti di realizzarlo in formato Super 8? Ho giusto quattro bobine a casa, non so bene come usarle». L’idea di usare un formato così vintage mi entusiasma. La Universal ha dei dubbi. E se a Mtv non piace? La mia risposta: «Se non piacerà, lo proietteremo in un cinema». Ma Mtv ne va matta, e «Sole spento» entra in heavy rotation. Stessa cosa per quanto riguarda Radio Deejay.

Ed ecco come un disco che rischiava d’essere canto del cigno diventa un successo...

I Timoria si sono meritati il terzo disco d’oro della carriera. La Universal ci ha proposto un altro contratto. «El Topo Grand Hotel» è stato un miracolo inaspettato. «Sole spento» ha un merito grandissimo in tutta questa vicenda Resta a oggi la canzone più «coverizzata» dei Timoria e quella che dà maggiori proventi per i diritti d’autore. E chi ha un grande merito in questa canzone è Lucia Tarì, moglie di Morselli. Era stata una cantante, ma all’epoca aveva già smesso e faceva la cuoca. Ma ci serviva la sua vocalità e, vestita da cucina, aveva registrato la traccia che si può ascoltare nel brano (introduce il ritornello, ndr). Fatta in quattro e quattr’otto, quella parte oggi viene insegnata alle coriste che vogliono cimentarsi col soul.

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