Musica

La formula del teatro canzone si addice a Omar Pedrini

Enrico Danesi
Al Ctm di Rezzato «Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle nuove generazioni». La prima in casa della nuova tournée termina tra cori e applausi
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
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  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
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  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
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  • Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato
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    Omar Pedrini con «Canzoni sul saper vivere» a Rezzato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
AA

La formula del teatro canzone si addice a Omar Pedrini, come si è potuto constatare stasera al Ctm di Rezzato quasi esaurito (giusto alcuni posti vuoti in galleria), dov’è cominciato il tour «Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle nuove generazioni».

Forse perché lo storico capitano della nave Timoria l’ha sempre fatto il teatro canzone, a suo modo, riempiendo in particolare i suoi concerti solisti con citazioni filosofiche, richiami letterari, divagazioni artistiche, poesie, aforismi, realizzando collegamenti iperstestuali che lo hanno portato nel corso degli anni a svelare tanti suoi amori, non solo musicali. L’approdo attuale, determinato dalla rinuncia al rock per motivi di salute, lo vede dunque navigare in un mare che conosce, nel quale si muove con sicurezza.

Lo spunto dichiarato di partenza è un trattato situazionista di Raoul Vaneigem, che risale al 1967 (l’anno di nascita di Omar) e ha teorizzato la tecnica dell’elasticità e dell’abbandono fluido alle sollecitazioni dell’ambiente, anticipando (con maggiore fiducia nel futuro) aspetti della società liquida di cui parla Zygmunt Bauman. Pedrini ne ricava la convinzione che occorra scegliere di vivere e non solo sopravvivere, tanto che lo spettacolo è un personalissimo inno alla vita, a ruota libera.

Lo show

In principio di uno show stratificato e sommariamente suddiviso in capitoli, il musicista bresciano ha voluto nobilitare «un lavoro inutile» come l’arte, mostrando slide con opere di Pablo Picasso, di Paul Klee, richiamando il pensiero di Walter Benjamin e la triste fine di un idealista come Sergéj Esénin, disorientando non poco la platea attraverso la declamazione di versi ieratici di Vladimir Majakovskij, che però (passato lo stupore) sono stati applauditi con calore. Si professa anarchico pacifista, lo Zio Rock, sulla scia di maestri come Lawrence Ferlinghetti (uno che metteva fiori nei cannoni destinati al Vietnam) o Gino Veronelli; e non ha paura di apparire demodè ricordando verità che si stanno dimenticando, che cioè «leggere buoni libri aiuta a capire meglio il mondo» e «amare dischi come ‘The Wall’ dei Pink Floyd rende insopportabile il razzismo».

Non mancano le canzoni, ovviamente, suonate unplugged con una piccola band, e frutto di scelte emozionali eppure mirate: dopo «Lavoro inutile», c’è la sezione dedicata alle donne - «Nina», «Veronica» (sua moglie), «Sorridimi» (incentrata sulla figlia) - e poi un brano da Festivalbar come «Shock (dolcissimo shock)» abbinato alle rime di Pablo Neruda, mentre le metafore del poeta greco Costantino Kavafis (uno che ha saputo dare nuovi significati a Itaca e alla libertà) sono l’introduzione ideale alla magnifica «Sole spento».

C’è spazio per i «suoi» States (che non sono quelli di Trump, fa capire chiaramente) e allora canta - da solo, chitarra e voce - il Piero Ciampi di «Non c’è più l’America», e si palesano Kerouac e Vonnegut; poi si lancia in un elogio dei buoni professori e della buona scuola (con video) e di nuovo con il supporto del basso di Pietro Maria Tisi, della batteria di Beppe Facchetti e della chitarra di Marco Montanari, attacca «Uno straccio d’anima (Italia)»; infine omaggia un hombre vertical quale Pepe Mujica, che gli ispira «Sudamerica».

Un altrove più vicino conduce a un brano come «Genova» e alla Milano nascosta dentro «Non è divertente». Nel gran finale ci sono - in ordine sparso - slide su Bukowski, parole ammirate per Papa Francesco e il Dalai Lama, i ricordi della notte senza fede di «Sangue impazzito», odi al vino e all’amicizia, note e versi di «La follia». E la prima in casa della nuova tournée termina tra cori e applausi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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