John Herz, il realista che pensava alla sopravvivenza dell’umanità

In uscita in ediciola il volume «Il dilemma della sicurezza nella politica internazionale» a cura di Luca Castellin
Damiano Palano

Damiano Palano

Editorialista

John Herz con la moglie Fannie ospite del Dipartimento della difesa americano nel 1947
John Herz con la moglie Fannie ospite del Dipartimento della difesa americano nel 1947

Nel 1951, chiudendo il suo primo libro, il politologo John H. Herz formulò un’amara profezia: la bomba atomica – o ciò che l’avrebbe seguita – rischiava di trasformare la storia nel «racconto di un’umanità incapace di risolvere il suo problema fondamentale riguardo al potere e alla sicurezza». Tre quarti di secolo dopo, quella frase suona come un commento all’attualità dei nostri giorni. Ed è anche questo un motivo per leggere «Il dilemma della sicurezza nella politica internazionale» (Scholé, 320 pp., 26 euro), un volume curato da Luca G. Castellin, che raccoglie – per la prima volta in italiano – alcuni dei saggi di Herz, uno dei pensatori più originali (e forse più rapidamente dimenticati) della politologia del Novecento.

Tra Germania e Usa

L’introduzione del curatore, oltre a ricostruire con cura la genesi di ognuno dei testi compresi nel volume, fa il punto sulla riscoperta che Herz, a partire dall’inizio del nuovo secolo, ha conosciuto nel dibattito anglosassone. La vicenda biografica di Herz è già di per sé una lezione. Nato a Düsseldorf nel 1908 in una famiglia ebrea assimilata, allievo di Hans Kelsen a Colonia, cresciuto nella fiducia che le norme giuridiche potessero disciplinare i conflitti, il giovane studioso vide sgretolarsi quella fiducia sotto i colpi della crisi di Weimar e delle leggi razziali.

Esule a Ginevra, ebbe modo di assistere in prima fila al fallimento della Società delle Nazioni di fronte all’aggressione fascista all’Etiopia e scrisse anche - sotto pseudonimo - una precoce analisi della dottrina nazionalsocialista del diritto internazionale. Nel 1938 approdò negli Stati Uniti: dapprima a Princeton, poi la Howard University, un passaggio all’Office of Strategic Services durante la guerra e anche la consulenza al processo di Norimberga.

Da questa esperienza di «viaggiatore tra due mondi» – come lo definisce Castellin – nacque il «dilemma della sicurezza»: il concetto per cui Herz è ancora citato nei manuali di Relazioni internazionali, anche da coloro che non ne hanno mai letto una pagina. L’idea è tanto semplice quanto cristallina nella sua logica. In un mondo di unità politiche che non riconoscono alcuna autorità superiore, ciascuna deve provvedere da sé alla propria protezione. Non potendo conoscere con certezza le intenzioni degli altri, ognuna deve prepararsi al peggio, ma proprio questi preparativi rendono gli altri più insicuri e li spingono a fare altrettanto. La spirale si mette in moto senza che nessuno l’abbia consapevolmente cercata.

Il punto decisivo – in virtù del quale Herz si distacca dal realismo di pensatori suoi contemporanei come Hans Morgenthau e Reinhold Niebuhr – è che, ai suoi occhi, il conflitto non discende da un’aggressività innata o dal peccato originale, bensì da una «costellazione sociale» strutturale. In altre parole, non è la cattiveria degli uomini a produrre la politica di potenza. A farlo, sono invece la paura e l’incertezza reciproche. Letta così, anche la Guerra fredda diventa la storia di due attori che, mossi da preoccupazioni difensive, si sono ostinatamente scambiati per aggressori.

Ma Herz non era un cinico, e questo è l’aspetto che il volume restituisce meglio. Il suo «liberalismo realista» – o «idealismo non utopico», come lo ribattezzò – vuole mettere l’analisi disincantata del potere al servizio di finalità liberali, evitando insieme le illusioni dei progetti di pace «costruiti sulla sabbia» e il fatalismo di coloro che celebrano la forza. Ed è forse questa combinazione ad aver contribuito alla sua eclissi: troppo realista per gli idealisti, troppo idealista per i realisti.

I dieci saggi, che vanno dal 1942 al 1976, mostrano come questa tensione si sviluppi nel tempo. «Ascesa e declino dello Stato territoriale» (1957) sostiene che il fondamento dello Stato moderno è il suo «guscio duro»: un territorio impenetrabile che garantisce protezione a chi vi abita. L’arma nucleare, capace di annientare da un capo all’altro del pianeta, buca però quel guscio e rende così obsoleta la funzione protettiva della statualità. Con onestà intellettuale rara, undici anni dopo Herz torna sul tema per correggere chi aveva letto in quelle pagine la prossima scomparsa dello Stato-nazione: la decolonizzazione e l’«indisponibilità» della forza nucleare gli hanno dato, semmai, nuova vita.

Negli scritti degli anni Sessanta e Settanta Herz allarga lo sguardo dalla bomba alla tecnologia in quanto tale: la «pietrificazione» di un mondo uniformato dal conformismo tecnico, l’esplosione demografica, l’esaurimento delle risorse, il divario tra Nord e Sud del pianeta. Vi affiora una vena di Kulturkritik che Castellin accosta, con le dovute cautele, a Marcuse, e che sfocia nell’invito a un «liberalismo conservatore», dal momento che si propone di preservare ciò che nella tradizione spirituale rende l’essere umano qualcosa di più di un individuo spersonalizzato e di promuovere un’«etica minima della sopravvivenza», estesa all’intera umanità e alle generazioni future. Non tutto convince: quando Herz suggerisce di privilegiare, negli aiuti internazionali, il controllo delle nascite rispetto alle politiche sanitarie, ci si trova davanti a conclusioni che lo stesso curatore non esita a definire problematiche. Ma è proprio il carattere tragico di queste scelte, la consapevolezza che in condizioni estreme anche l’inazione sia una decisione, a fare la forza di queste pagine.

La profezia

Nel «Sogno di Aristotele», una sorta di divertissement, Herz immagina una lettera in cui il filosofo greco racconta di aver contemplato in sogno duemila anni di storia futura, e di aver trovato un’umanità padrona della natura e dello spazio ma del tutto incapace di tradurre il progresso in «vita buona». È la sintesi più limpida di una riflessione che ha sempre pensato la politica internazionale come una questione di sopravvivenza, e che ci lascia in eredità un criterio per distinguere ciò che è banale da ciò che è rilevante, nella ricerca come nell’azione. In un tempo in cui la fine della Guerra fredda non ha sciolto il dilemma della sicurezza ma ne ha moltiplicato le forme, è un criterio di cui non si può fare a meno.

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