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Mancuso: «Quel lato oscuro dell’uomo che nasconde il mistero del male»

La lectio magistralis del filosofo e teologo si terrà martedì sera a Brescia: sarà ospite all’auditorium San Barnaba
Marco Tedoldi

Marco Tedoldi

Giornalista

Il teologo Vito Mancuso
Il teologo Vito Mancuso

Il male ci inquieta, sentiamo che non dovrebbe esserci. Eppure c’è. Attraversa la natura, la storia e soprattutto la libertà umana, fino a porre una delle domande più antiche del pensiero: perché l’uomo, pur sapendo riconoscere il bene, sceglie il male? È il territorio che Vito Mancuso, filosofo e teologo, esplorerà martedì 22 settembre alle 21 all’auditorium San Barnaba di Brescia, ospite del festival LeXGiornate con la lectio magistralis «Il male e il suo mistero». Gli ultimi biglietti sono disponibili sul circuito Vivaticket: posto unico a 25 euro.

Professor Mancuso, Emanuele Severino sosteneva che la stessa filosofia nasca dal «thauma», inteso come stupore angosciato di fronte al dolore e alla morte. Anche secondo lei l’esperienza del male è alla radice della ricerca filosofica?

«Sì, ma accanto alla domanda sul male c’è una condizione ancora più originaria: l’amore per la "sophia", cioè per la sapienza, per il bene, per la giustizia, per una razionalità compiuta.
È proprio questa esigenza di compimento a rendere possibile l’emergere del male come problema. Se non avessimo dentro di noi un’attesa di bene, ciò che accade sarebbe semplicemente cronaca, un evento tra gli altri. È invece alla luce di questa attesa che qualcosa ci appare come ciò che non dovrebbe esserci e che tuttavia c’è. Il male viene percepito come tale perché l’essere umano porta con sé l’esigenza, direi la convinzione intima, di essere fatto per il bene e per la giustizia. È questa frattura tra ciò che dovrebbe essere e ciò che invece accade a generare la domanda filosofica».

Con il cristianesimo questa questione diventa ancora più problematica: come conciliare un Dio onnipotente e buono con l’esistenza del male?

«Storicamente il problema è precedente al cristianesimo. Basti pensare, nell’ebraismo, all’inquietudine di Giobbe. E anche Epicuro si poneva questo problema. Il cristianesimo, però, rende la questione ancora più incandescente perché sottolinea, più dell’ebraismo e della grecità, il carattere di Dio come amore. I poli in gioco diventano tre: Dio è onnipotente, Dio è amore e il male esiste. Non si tratta soltanto di una bontà suprema, ma di un amore personale rivolto a ogni singolo essere umano: "Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati", dice il Vangelo. Io sostengo fin dal mio libro "Il dolore innocente", del 2002, che la voragine capace di togliere fondamento e sicurezza alla dottrina cristiana sia proprio il problema del male. A mio avviso, alcune formulazioni della teologia cristiana, che il catechismo riprende da Agostino e Tommaso, sono aporetiche: cercano di tenere insieme l’onnipotenza di Dio, il suo amore e l’esistenza del male, ma questi elementi non riescono a trovare una piena conciliazione. Chi conserva dentro di sé questa tensione irrisolta può arrivare a un malessere spirituale».

René Magritte, «Decalcomania»
René Magritte, «Decalcomania»

Nel titolo della sua lectio compare la parola «mistero». Dopo millenni di pensiero il male resta dunque inspiegabile?

«In parte sì, ma occorre distinguere. Il male fisico, come un terremoto o una malattia, per me non è un mistero. È la necessaria presenza dell’imperfezione, del limite. La vita nel tempo e nello spazio è segnata da un’inesorabile dialettica. Lo comprendiamo già nella nutrizione: la vita, che è un bene, per continuare a esistere deve nutrirsi di altra vita e quindi provoca inevitabilmente sofferenza ad altre forme viventi. Sul piano fisico, dunque, il negativo è strutturale. Il mistero comincia quando si parla del male morale, cioè dell’uso scorretto, improprio, malevolo della libertà».

Dove nasce allora questo mistero?

«L’essere umano è costituito da infinite relazioni e senza armonia non potrebbe esistere: c’è armonia tra gli atomi, nei processi fisici, chimici e biologici, e poi nella cultura, a partire dal linguaggio. E allora la domanda è: perché a volte sembra addirittura preferire il male ed esserne attratto? Perché esiste questo lato oscuro, questa fascinazione per una forza che si impone come violenza e prepotenza? Questo, per me, è il mistero: la capacità di attrazione del negativo, del male. Un mistero che non riguarda ciò che sta oltre il mondo visibile, ma qualcosa che appartiene alla nostra stessa esistenza, alla quotidianità, alla cronaca di tutti i giorni. È l’opacità della storia».

E proprio la storia ci ha riportato a parlare di guerra anche in Europa e perfino del rischio atomico. L’umanità è incapace di imparare dal male già conosciuto?

«Qualcosa impariamo, altrimenti non esisterebbero gli Stati, l’Unione europea o l’Organizzazione delle nazioni unite. Pensiamo a quanto Francia e Germania si sono combattute nei secoli e al fatto che oggi siano alleate. Un tempo la frammentazione produceva una violenza pervasiva: clan contro clan, paese contro paese, Stato contro Stato. Certo, esistono forze che vogliono disgregare ciò che è stato costruito e niente al mondo si ottiene senza lottare. Ma non è vero che non impariamo nulla. Chissà che tra uno o due secoli il mondo non possa arrivare a un’effettiva unione delle nazioni».

Il tema della guerra ci porta anche a chiederci se sia moralmente legittimo usare la forza per impedire un male maggiore.

«Lo è, nella misura in cui la forza sia finalizzata alla legittima difesa. Non penso che gli eserciti e le forze armate siano qualcosa di negativo in sé: dipende dall’uso che se ne fa. Esistono ancora Stati che invadono altri Stati, uccidono e commettono violenze. Uno Stato responsabile e democratico, a mio avviso, non può prescindere dal dovere di difendere i propri cittadini. Sono pienamente in linea con l’articolo 11 della Costituzione: le controversie non si risolvono con la guerra. Ma esiste anche il dovere di difendere la patria. Non attacco nessuno per risolvere un problema, ma se vengo attaccato devo essere pronto a proteggere i cittadini».

Essere pronti a difendersi significa però anche dissuadere l’avversario dall’attaccare.
E con le armi nucleari si arriva al paradosso di una pace affidata alla paura di una distruzione reciproca.

«Le cose oggi stanno così. Sarebbe molto meglio che nessuno possedesse tali armi. Sediamo su un arsenale dalla potenza distruttiva enorme. Ma, dal momento che alcuni le possiedono, la deterrenza serve a impedire che chi le ha possa usarle per imporre la propria volontà agli altri».

Un’altra forza che l’uomo ha messo in campo è l’intelligenza artificiale. Può diventare anch’essa veicolo di un male estremo?

«È molto lucida l’immagine usata da Bill Gates: l’intelligenza artificiale come una forza della natura che abbiamo scatenato e che ancora non sappiamo governare. Dobbiamo darci strumenti concreti e rapidi per controllarla, perché può diventare distruttiva. A dirlo sono anche tecnici e ricercatori. Qui torna centrale il diritto internazionale: non è un problema che possa essere affrontato da un singolo Stato. Serve un concerto di Stati e non vedo altra sede se non l’Onu per discutere e approvare regole condivise. Deve essere la politica a decidere, se ancora la intendiamo come cura e salvaguardia del bene comune».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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