La Croce di Desiderio: un viaggio di duemila anni tra miti e regine

Dalle 212 gemme incastonate fino all'ombra di Ermengarda, ecco perché l'oro di re Desiderio è quasi un thriller politico
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

La Croce di Re Desiderio, esposta nel Museo della Città, in Santa Giulia
La Croce di Re Desiderio, esposta nel Museo della Città, in Santa Giulia

C'è una statua che a Brescia ancora non c’è. Ma avrebbe potuto esserci, visto che a un certo punto si era pensato di farla realizzare a un grande artista contemporaneo, magari in legno policromo o addirittura in marmo di Botticino. Ma se Ermengarda e le sue trecce restano per ora soltanto nel nostro immaginario o in forma di spettro che abita il chiostro di San Salvatore, proprio il monastero cittadino già conserva uno dei simboli iconici della nostra città, legato in qualche modo proprio alla principessa longobarda ripudiata da Carlo Magno.

Parliamo della Croce di Desiderio, la crux gemmata che delizia ogni giorno centinaia di visitatori nell’ipnotico silenzio dell’oratorio di Santa Maria in Solario, all'interno del Museo di Santa Giulia. Non è soltanto uno dei più importanti capolavori al mondo di oreficeria altomedievale. Ma rappresenta un ipertesto, per usare una parola sconosciuta al tempo: incrocia rimandi, epoche e significati che rimbalzano dall’età romana ai giorni nostri. Un metro di larghezza, più di un metro e mezzo di altezza, 212 elementi decorativi preziosi incastonati nei bracci: dietro la cascata abbagliante di cammei romani, gemme di vetro e lamine d'oro, sostanzia un thriller politico fatto di imperi crollati, regine ripudiate —non solo Ermengarda — e sofisticate operazioni di propaganda.

La Croce di Desiderio in Santa Maria in Solario
La Croce di Desiderio in Santa Maria in Solario

La datazione, un fatto anche politico

Lo studioso Hans Wentzel riferisce che nel diciannovesimo secolo era chiamata Croce di Galla Placidia e, più tardi, Croce di Re Desiderio, mitizzando due falsi storici o quasi. Il nome legato a Galla Placidia nasce da un'errata interpretazione del medaglione che arricchisce il manufatto, mentre il legame con Desiderio deriva da una tradizione nata in epoca barocca, secondo cui il re longobardo avrebbe fondato il monastero nel 753 d.C. per la figlia Anselperga, che ne divenne la prima badessa, facendo realizzare in quell’occasione la croce.

L'analisi stilistica delle lamine e della carpenteria in legno di pioppo colloca invece la fattura dell'opera all'inizio del IX secolo, in piena età carolingia: dunque dopo che Carlo Magno aveva sconfitto Adelchi, figlio di Desiderio, conquistato Brescia e cancellato il regno longobardo dalla cartina d'Europa. Una datazione in parte confermata dalla studiosa Gemma Sena Chiesa, che colloca la realizzazione dell’opera tra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo d.C. Ricerche recenti, come quella di Adéla Lisáková dell’Università di Masaryk, tornano invece a proporre una datazione antecedente, nell’ultimo quarto dell'VIII secolo, quindi in piena età longobarda e probabilmente ancora durante il regno di Desiderio.

L'horror vacui non abita qui

In ogni caso osservare la crux bresciana da vicino significa fare un viaggio nel tempo lungo quasi duemila anni, dal I secolo a.C. ai restauri del Seicento. Gli orafi altomedievali che la composero erano ossessionati dall’horror vacui: il terrore dello spazio vuoto. Non c'è millimetro della superficie che non sia tempestato di materiale prezioso, reperito sul mercato o recuperato dalle rovine di un impero che non c'era già più. Il risultato è che la Croce di Desiderio è il manufatto al mondo con il maggior numero di pietre di età classica riutilizzate: circa cinquanta gemme di epoca romana, che raffigurano divinità pagane, muse, profili di imperatori. Per i Longobardi prima, e per i Carolingi poi, incastonare una gemma pagana ai piedi di Cristo non era un sacrilegio: era una cristianizzazione del passato, un modo per arruolare il potere degli imperatori di Roma al servizio della regalità divina di Gesù.

Un braccio della crux gemmata
Un braccio della crux gemmata

Il medaglione che continua a guardarci

Ma se c'è un punto della croce capace di calamitare lo sguardo di chiunque vi si avvicini, è il medaglione aureografico — vetro a fondo oro — incastonato nella parte inferiore del braccio verticale. È un reperto profano, di epoca tardo-imperiale, risalente terzo secolo dopo Cristo, di manifattura alessandrina raffinatissima: ritrae tre volti, una matrona romana di alto rango insieme ai suoi due figli.

Il cosiddetto medaglione di Galla Placidia
Il cosiddetto medaglione di Galla Placidia

Per secoli, la devozione delle monache e il mito popolare hanno voluto che quel tondo raffigurasse Galla Placidia con i figli Valentiniano III e Onoria. Questa identificazione non era un semplice errore di valutazione, ma una precisa e sofisticata rivendicazione d'identità da parte delle monache di San Salvatore. Identificarsi con Galla Placidia — imperatrice reggente, fondatrice di chiese, ma anche donna segnata da esilii e ripudi — permetteva alle nobili recluse del monastero bresciano (spesso figlie e mogli di re e duchi d'Europa) di rispecchiarsi in un modello ideale di regalità femminile, forte e resiliente. L'archeologia moderna ha smentito l'attribuzione dinastica, restituendo i tre volti a una famiglia della nobiltà romana. Ma resta il valore simbolico. Quel triplice ritratto crea un contrasto stridente con la geometrica opulenza dell'oro medievale che lo circonda. È il frammento di un mondo scomparso che continua a guardare chi si ferma davanti alla teca, da dietro una gabbia di metallo prezioso che lo custodisce e insieme lo imprigiona.

Due facce, due prediche

La Croce di Desiderio è una croce astile: nata cioè per essere montata su un'asta e portata in processione tra le navate delle chiese e lungo le vie della città. Questo dettaglio ne rivela la doppia natura. Come un Giano Bifronte non racconta una sola storia, ma due, a seconda del lato da cui la si guarda. Sul recto, il fronte tempestato dalle 212 gemme, domina al centro la figura del Cristo Pantocratore in trono sbalzato su una lamina d'oro di età carolingia. Chi camminava davanti al corteo vedeva la gloria celeste, la luce divina, la regalità intatta di un Dio che vince sulla morte attraverso lo splendore della lux medievale. Sul verso, il retro, lo sguardo incontra invece un Cristo Crocifisso applicato molto più tardi, nel XVI secolo, in piena epoca rinascimentale, a testimonianza di come la croce abbia continuato a vivere e a modificarsi nel tempo. Chi seguiva la processione nei secoli successivi veniva così richiamato a riflettere sulla sofferenza terrena della Passione, in un dialogo visivo che unisce la maestà del Medioevo al sentimento religioso dell'età moderna.

L'arte di nascondersi per sopravvivere al tempo

La sopravvivenza della Croce di Desiderio fino a oggi è un piccolo miracolo. Nel 1798, con l'arrivo delle truppe di Napoleone e la conseguente soppressione del monastero di Santa Giulia, il tesoro rischiò la fine toccata a moltissimi altri arredi sacri dell'epoca: la fusione in lingotti, oppure lo smembramento gemma per gemma. Per salvarla, la croce iniziò un’ odissea clandestina — nascosta e trasferita prima nella Biblioteca Queriniana, poi nella Pinacoteca Tosio Martinengo, fino al ritorno definitivo, negli anni Novanta del secolo scorso, nel neonato complesso museale di Santa Giulia. Un lungo esilio, verrebbe da dire, non troppo diverso dalla parabola dell'altro grande simbolo identitario di Brescia: la Vittoria Alata.

Le regine ritrovate

Anche il grande bronzo romano, oggi orgoglio del Capitolium, deve la sua sopravvivenza a un atto di amorevole e segreta protezione. Fu nascosto nell'intercapedine del tempio antico dai cittadini dell'epoca, sepolto nel ventre della terra per sottrarlo alla furia dei saccheggi barbarici e dimenticato per secoli, fino al clamoroso ritrovamento del 1826. Due tesori distanti mille anni, eppure uniti dallo stesso destino: essere sottratti agli occhi del mondo per poter sopravvivere al proprio tempo e divenire simboli identitari della città che abitano.

Il tiglio di Ermengarda nel chiostro
Il tiglio di Ermengarda nel chiostro

Un destino che, in fondo, richiama lo spettro di Ermengarda, la cui memoria sopravvive intatta, custodita nella materia scintillante della croce come nei versi dell’Adelchi e nei rami resilienti del tiglio che domina il chiostro di Santa Maria in Solario.

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