Sparsa le trecce morbide/sull’affannoso petto…Chi non ricorda questi versi di Alessandro Manzoni? Si incontravano a scuola quando, nella letteratura italiana, ci si imbatteva nella tragedia dell’Adelchi, nella quale il Coro nell’Atto Quarto commenta la morte di Ermengarda, nel chiostro del monastero di San Salvatore a Brescia. Il professor Paolo Corsini, nell’edizione dell’11 settembre di questo giornale, pur parlando principalmente del Teatro Romano bresciano ha ricordato, in un breve passaggio, che Ermengarda potrebbe essere quella «leggenda letteraria universalmente conosciuta» per attrarre visitatori e turisti. E giustamente ha pure specificato che il caso di Ermengarda «non è mai stato completamente valorizzato».
Senza alcuna pretesa pensiamo che questo sia il tempo adatto perché Brescia possa essere apprezzata, oltre che «città delle Mille Miglia» e di altri grandi primati, anche come la «città di Ermengarda». Infatti sempre di più la città e la sua provincia stanno riscoprendo una «vocazione turistica» per troppo tempo rimasta sopita. Certamente l’anno in cui, unitamente a Bergamo, la città è stata capitale italiana della cultura ha avuto il suo peso.
Di fatto Brescia piace sempre di più a chi la visita per la prima volta, a chi la riscopre, a chi vi abita. L’idea di considerarla anche la città di Ermengarda non vuole essere solo uno specchietto per le allodole per valorizzare sempre di più uno dei luoghi più gettonati dai turisti: quel complesso monasteriale di Santa Giulia, sede anche di un celebre Museo, fiorito e sviluppato sul monastero femminile benedettino di San Salvatore dove Manzoni collocò la morte di Ermengarda, accolta dalla sorella, la badessa Ansberga.
Brescia, a onor del vero, un po’ di anni fa aveva cercato di rappresentare almeno alcune pagine della tragedia manzoniana nella location immaginata dal grande scrittore lombardo… Ma ormai questo è il passato…
Nel presente, invece, questo accostamento, Brescia e personaggio manzoniano, avrebbe prima di tutto una forte carica simbolica: Ermengarda, donna del passato, a prescindere dalla storicità della sua vicenda umana, è eloquente anche nel presente e come tale porta acqua al mulino della promozione della donna, delle battaglie per i suoi diritti e per la pari dignità, la lotta contro la piaga, purtroppo attualissima, del femminicidio. Senza, per questo, scivolare nei difetti del femminismo.

Poi nella figura di Ermengarda tutti si possono rispecchiare. I bresciani che stanno bene, che hanno «il biondo crin gemmato» perché non hanno problemi economici e di ruolo e possono considerarsi fortunati da tutti i punti di vista. Ermengarda, infatti, figlia del re longobardo Desiderio andò sposa al re dei Franchi Carlo Magno.
Per quanto moglie per ragion di Stato più che per amore, nella reggia di Aquisgrana passò giorni felici, senza particolari problemi, stimata e invidiata. Ma in lei, ripudiata da re Carlo sempre per ragion di Stato, possono rispecchiarsi anche i bresciani pieni di difficoltà e problemi, soli e abbandonati, tristi e poveri. Ermengarda forse condivise l’ideologia della sua progenie, «cui fu prodezza il numero/cui fu ragion l’offesa». Ma alla fine lei stessa si trovò collocata fra gli oppressi, gli umili, gli scartati. Fra i ripudiati bisognosi dell’aiuto altrui. Ermengarda è un inno alla solidarietà bresciana…
Infine Ermengarda può essere lo specchio di tutti noi perché è combattuta fra la nostalgia delle cose della terra e la ricerca del cielo. Non è facile fare una sintesi fra mondo e vita eterna. Ma prima o poi ci tocca… Nell’eroina che il Manzoni fa morire a Brescia la troviamo. Chiara, possibile, affascinante. Ciò che è umano spesso è fonte di angoscia e delusione e si placa solo «fuor de la vita». Una cristiana consolazione illumina sempre le vicende umane. Non sarebbe male se l’idea della città di Ermengarda prendesse sempre più piede…




