Chi era Ermengarda (e perché non è mai diventata la Giulietta bresciana)

La morte della protagonista dell’«Adelchi» nel monastero di San Salvatore lega la figura a Brescia, ma i tentativi di trasformarla in un’icona non hanno avuto la stessa fortuna della Vittoria Alata: ora la proposta torna nel dibattito culturale
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Ermengarda sotto al tiglio - Alessandro Manzoni, Opere varie, Milano, Fratelli Rechiedei, 1881
Ermengarda sotto al tiglio - Alessandro Manzoni, Opere varie, Milano, Fratelli Rechiedei, 1881

Appena fuori dall’ingresso del museo di Santa Giulia c’è un tiglio. Tutto attorno c’è il ciottolato del cortile interno e sotto alle sue fronde ci si può comodamente sedere. Fu posato qui, nel chiostro di Santa Maria in Solario, nel 2022, nel bicentenario dell’«Adelchi» del Manzoni, in onore di una delle sue protagoniste. È tra le sue pagine che infatti si legge della morte di Ermengarda, la regina longobarda figlia di re Desiderio (quello della croce-gioiello nella basilica di San Salvatore) e sposa di Carlo Magno, ripudiata perché non gli diede figli, rifugiatasi a Brescia e qui morta. E anche sepolta: il suo corpo riposerebbe proprio tra le mura del monastero femminile fondato da re Desiderio e dalla moglie, la regina Ansa. Ermengarda, come narra tragicamente Manzoni nell’Adelchi, spirò dopo aver appreso delle seconde nozze di Carlo Magno (quelle con Ildegarda). Storiograficamente le conferme esatte non ci sono: si parla della figlia di re Desiderio in sposa al re carolingio, ma del nome non c’è traccia. Ma in ogni caso, Ermengarda è strettamente legata a Brescia e anche per questo ciclicamente il suo nome torna in superficie con la volontà di elevarlo a uno dei simboli della città.

Il tiglio nel chiostro di Santa Maria in Solario - Archivio Fotografico Civici Musei di Brescia – Photo Tomás Quir
Il tiglio nel chiostro di Santa Maria in Solario - Archivio Fotografico Civici Musei di Brescia – Photo Tomás Quir

Da Borsoni a Corsini

Nei Novanta l’idea di legare più strettamente Ermengarda a Brescia passò soprattutto attraverso il teatro e la visione culturale di Renato Borsoni. La protagonista dell’«Adelchi» era diventata per Borsoni una figura così legata alla città da ispirare gli allestimenti estivi dedicati alla tragedia e un progetto molto più ambizioso: portare nel 2000 l’«Adelchi» nei luoghi bresciani del dramma, con Carmelo Bene protagonista. Il progetto non andò in porto, ma l’idea rimase, fino a quella suggestione di una statua di Ermengarda a San Salvatore, affidata a un grande artista contemporaneo e magari realizzata in legno policromo o marmo di Botticino.

La figura della regina longobarda è così tornata periodicamente nel dibattito sull’identità culturale della città. Proprio in questi giorni il tema è riemerso sulle pagine del Giornale di Brescia. L’11 settembre, nell’editoriale dedicato al recupero del Teatro romano, Paolo Corsini l’ha indicata, quasi accanto alla Vittoria Alata e al patrimonio Unesco, come quella «leggenda letteraria universalmente conosciuta» che Brescia non ha ancora valorizzato compiutamente. Pochi giorni dopo don Gabriele Filippini ha ripreso esplicitamente quella suggestione, proponendo di considerare Brescia anche come la «città di Ermengarda»: non soltanto per il possibile richiamo turistico di Santa Giulia, ma per il valore simbolico della figura manzoniana, nella quale il sacerdote vede un personaggio che parla anche al presente e che entra in relazione con la storia e l’identità della città.

La storia, la passione, la psicologia

Ma prima di tutto, chi era Ermengarda? Come la dipinse il Manzoni? A chiarirlo è Ottavio Ghidini, ricercatore di letteratura italiana all’Università Cattolica di Brescia e studioso di Alessandro Manzoni. «Ermengarda è un personaggio storico, dai contorni però leggendari, di cui sappiamo pochissimo: figlia di Ansa e Desiderio, ultimo re dei Longobardi, nelle fonti è generalmente indicata come Desiderata. Nel 770 fu data in sposa a Carlo, figlio di Pipino il Breve, re dei Franchi, per sancire un’alleanza politica, ma nel 771 venne ripudiata dal marito, che sposò la principessa sveva Ildegarda. In seguito Carlo intervenne militarmente contro il regno longobardo, con l’appoggio di papa Adriano I. Secondo una tradizione ripresa da Manzoni, Ermengarda si ritirò nel monastero di San Salvatore a Brescia, retto dalla sorella Anselperga; lì probabilmente concluse la sua vita e tra quelle mura fu forse sepolta».

Ottavio Ghidini - Foto New Reporter Checchi © www.giornaledibrescia.it
Ottavio Ghidini - Foto New Reporter Checchi © www.giornaledibrescia.it

Manzoni, dice Ghidini, si documentò moltissimo per scrivere il dramma. «I principali repertori che utilizzò sono i Rerum Italicarum Scriptores di Muratori e i Rerum Gallicarum et Francicarum Scriptores di Bouquet. Nell’Adelchi dà vita a un personaggio appena menzionato nelle cronache: vuole recuperare, diciamo così, la parte perduta della storia, quello che i resoconti storici ufficiali non dicono. In questo modo introduce un elemento di complessità psicologica straordinaria nella tragedia». Quello di Ermengarda, infatti, è un dramma di amore e di morte. «Giunta nel monastero, la sorella badessa vorrebbe invitarla a rivolgere il suo pensiero a Dio, scegliendo la vita claustrale, ma il suo amore per Carlo è troppo forte ed è fondato – come lei stessa ricorda – sul vincolo sacramentale del matrimonio. Nel magnifico coro collocato nell’atto IV dell’Adelchi (“Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto, / lenta le palme e rorida / di morte il bianco aspetto...”), nel quale si narra la sua morte, Manzoni costruisce una semantica intensissima della passione, che si richiama non solo a Virgilio (in particolare la morte di Didone nel IV libro dell’Eneide), ma anche ad alcune pagine intensissime dei Dolori del giovane Werther di Goethe».

Un simbolo difficile

In questi giorni la si sta tentando nuovamente di erigere a simbolo di Brescia, dicevamo. Ma i vari tentativi sono spesso caduti nel vuoto, al contrario di quanto accaduto per esempio con la Vittoria Alata. Secondo Ghidini questo è accaduto perché «la Vittoria Alata è un simbolo iconico, visivo, immediato e, soprattutto, attivo, vincente. Rappresenta la rinascita, l’orgoglio, la forza e la continuità storica di Brescia fin dall’epoca romana. È naturale che in essa si rispecchi una città dinamica e pragmatica come Brescia. Ermengarda incarna elementi diversi, se non opposti: sul piano storico è, potremmo dire, un personaggio sconfitto, una vittima sacrificata sull’altare degli interessi politici, che prevalgono sulle dinamiche dei sentimenti. Temo inoltre che la figura della principessa longobarda sia stata poco capita: si è puntato molto nella storia della critica sul suo finale abbandonarsi a Dio – elemento cardine del testo manzoniano, senza dubbio – senza comprendere davvero la complessità della sua dimensione interiore, fedele fino in fondo a sé stessa. Quando Anselperga la invita a invocare il nome santo, il nome di Dio, Ermengarda risponde pronunciando, per la prima e unica volta in tutta la tragedia, il nome di Carlo. È un dettaglio che rivela quanto questa figura non sia riconducibile a un’idea stereotipata di santità femminile».

Difficile, quindi, che Ermengarda abbia lo stesso appeal di altre eroine? «Se l’obiettivo è creare una Giulietta bresciana, lasciamo stare: è già grottesca quella veronese. Se l’obiettivo è fare conoscenza e magari pensare anche al turismo, ma come esperienza di conoscenza, allora siamo sintonizzati con Manzoni. Ermengarda è una donna forte, di grande personalità, in contrasto con le logiche di potere e con i ruoli che gli altri vogliono imporle. Quando torna a Pavia, il padre Desiderio non è capace di accedere all’intimità della figlia perché è completamente assorbito dall’odio e dal desiderio di vendetta: l’odio lo acceca e non gli permette di arrivare a un livello profondo di relazione con lei. Si tratta del grande tema dell’incompatibilità tra potere e amore: la volontà di potere, di autoaffermazione individualistica, non può non corrodere la dimensione degli affetti. L’Adelchi poi è anche una tragedia dell’incomunicabilità tra padri e figli: questo riguarda tanto Ermengarda quanto Adelchi, il primogenito di Desiderio».

L’Adelchi per le nuove generazioni

Una lettura come questa porta a una riflessione: quanto può una tragedia come l’Adelchi parlare ancora oggi? Alle nuove generazioni – che ai libri preferiscono lo scroll su TikTok – ma anche a quelle precedenti. «Anzitutto sono gli adulti a doversi interrogare e formare: dalla mia esperienza posso dire che ai giovani puoi proporre qualsiasi testo di grande energia e ricchezza, come l’Adelchi. Poi però devi essere all’altezza di quello che proponi e delle loro domande. Detto questo, l’Adelchi è una tragedia di parole, di concetti, di pensiero, di conflittualità esistenziali: oltre alla fenomenologia della passione d’amore, questo testo ci pone di fronte all’antinomia shakespeariana tra ideale e reale, tra essere e dover essere. Adelchi è davvero modellato su Amleto: è scisso, problematico, attratto da grandi ideali, ma incerto sui mezzi per perseguirli e sulla possibilità stessa di realizzarli».

Un altro grande tema, aggiunge Ghidini, è quello dell’uso della forza, «che non è solo uso delle armi: è possibile realizzare un’utopia politica senza ricorrere alla violenza? Senza determinare una lacerazione nel tessuto morale della giustizia? Fino a dove può spingersi chi vuole trasformare il mondo? Manzoni è uno dei padri del Risorgimento, ma l’esperienza della Rivoluzione francese e della parabola napoleonica lo hanno portato a cogliere tutta la drammaticità di questi interrogativi, che hanno segnato profondamente la storia del Novecento e che sono, come sappiamo, assolutamente attuali. La fenomenologia della passione, il lessico dell’interiorità, il rapporto tra ideale e reale, la natura e i meccanismi del potere: questi i grandi temi della tragedia manzoniana».

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