Dalla Vallosa al risarcimento: le ultime novità sul caso Caffaro

La discarica di Passirano è la priorità numero uno: in queste ore il sopralluogo di Arpa e commissario. E LivaNova ha proposto al Ministero un accordo economico
Uno dei tecnici dell’Ersaf impegnato nel monitoraggio dei campi inquinati © www.giornaledibrescia.it
Uno dei tecnici dell’Ersaf impegnato nel monitoraggio dei campi inquinati © www.giornaledibrescia.it
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La Vallosa torna al centro del dossier Caffaro. E non come una voce qualsiasi. A (ri)posizionare i fari sul caso è stato il vertice romano convocato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per fare una ricognizione sui Siti di interesse nazionale: quando è toccato a Brescia, la discarica di Passirano è finita in cima alla lista delle priorità.

Ora che messa in sicurezza e bonifica del sito di via Nullo, in città, si sono messe in moto, bisogna capire cosa sta accadendo a quei 440mila metri cubi di rifiuti stipati sottoterra in piena Franciacorta.

Sopralluogo e ispezioni

Il primo passo sarà immediato. Nelle prossime ore è in agenda un sopralluogo richiesto dall’Arpa. Sul posto ci saranno i tecnici del dipartimento bresciano dell’Agenzia, guidato dalla direttrice Maria Luisa Pastore, insieme al commissario del Sin, Mauro Fasano. L’obiettivo è fare il punto su una discarica che continua a sollevare interrogativi vecchi e nuovi.

Quello delle acque resta un fronte delicato. Gli ultimi monitoraggi non sono rassicuranti: l’acquifero profondo continua a mostrare segnali di contaminazione e anche nelle acque superficiali le indagini eseguite nel 2024 e nel 2025 hanno registrato superamenti delle concentrazioni soglia per diversi parametri.

Uno dei piezometri situati accanto alla discarica Vallosa - © www.giornaledibrescia.it
Uno dei piezometri situati accanto alla discarica Vallosa - © www.giornaledibrescia.it

A febbraio si è aggiunto poi un altro capitolo inedito: quello dei gas. Le prime analisi hanno consegnato un affresco da indagare: oltre trenta sostanze sopra i limiti, tra metano, composti organici volatili, benzene, xileni e tricloroetene. Una situazione che i tecnici collegano con ogni probabilità alla degradazione dei rifiuti accumulati nel sito. È proprio per capire cosa succede nel sottosuolo che al tavolo ministeriale si è fatta strada un’ipotesi operativa: installare sensori lungo tutto il perimetro della discarica per monitorare eventuali movimenti del corpo rifiuti e verificare se siano in corso fenomeni di rimescolamento interno.

Una volta raccolti i dati, le opzioni restano due. La prima è rafforzare la messa in sicurezza realizzando un capping laterale (tradotto: una sigillatura dei bordi della discarica), un intervento che richiederebbe circa 15 milioni di euro. L’altra strada - evocata più volte negli ultimi anni - è affrontare direttamente il tema della bonifica.

Il progetto e l’iter per i terreni agricoli

Il dossier Vallosa non è però l’unico aggiornamento emerso dall’incontro romano. La seconda priorità del Sin, oggi, riguarda le aree agricole contaminate dalla produzione della vecchia Caffaro Chimica. Si tratta di quasi cento ettari di campi (97,39 per la precisione), terreni che da oltre vent’anni convivono con i vincoli legati alla presenza del cocktail di inquinanti sprigionato dalla fabbrica dei veleni, Pcb in primis, ma anche diossine, cromo VI e metalli pesanti.

Per queste aree esiste un progetto concreto: il masterplan è stato elaborato dal Consorzio Oglio-Mella su impulso dell’assessorato regionale all’Ambiente. Cosa si prevede? Un mix di funzioni e tecniche: bioremediation, energia e ricerca. A sud è previsto un parco fotovoltaico da circa dieci megawatt, con oltre 10mila pannelli e la possibilità di costruire una comunità energetica.

Nella fascia più vicina all’ex cittadella industriale dovrebbe sorgere invece un’area dedicata alla fitodepurazione e alla ricerca scientifica. Al centro, fasce boschive pensate anche per l’assorbimento naturale di carbonio. Per realizzare l’intero progetto servirebbero però tra i 15 e i 20 milioni di euro. Ed è qui che entra in gioco l’altra novità emersa durante l’incontro al Ministero.

Il maxi risarcimento per danno ambientale

Le risorse potrebbero arrivare prima del previsto dal risarcimento dovuto da LivaNova, la multinazionale con sede a Londra nella quale è confluita Sorin, la società che aveva ereditato la parte economicamente sana della galassia Snia. Uno scenario che aprirebbe la strada a un atto integrativo dell’Accordo di programma già in vigore per il sito Caffaro e permetterebbe di destinare una parte delle risorse proprio al progetto sulle aree agricole.

Ma cosa è successo? C’eravamo lasciati così: dopo le sentenze della Corte d’Appello di Milano e della Corte di giustizia europea, anche la Cassazione aveva confermato il principio giuridico che «regge» questo filone: una scissione societaria non può diventare uno strumento per sottrarsi alle conseguenze degli illeciti ambientali. La multinazionale aveva però impugnato il conteggio relativo alla falda (alias: la barriera idraulica).

Uno scorcio della vecchia fabbrica Caffaro di via Nullo, in città - © www.giornaledibrescia.it
Uno scorcio della vecchia fabbrica Caffaro di via Nullo, in città - © www.giornaledibrescia.it

Secondo quanto emerso al tavolo romano, proprio da LivaNova sarebbero arrivate nelle scorse settimane alcune proposte transattive giudicate «molto interessanti» per il Sin bresciano. La cifra ipotizzata per il Sin Caffaro oscillerebbe tra i 240 e i 245 milioni di euro, sostanzialmente in linea con quanto stabilito nei diversi gradi di giudizio.

Resta però da capire quale linea adotterà il Ministero nella gestione della trattativa. La multinazionale avrebbe infatti presentato una proposta analoga anche per il sito di Torviscosa, mentre per la Valle del Sacco - l’altro Sin coinvolto nella vicenda - punterebbe ad azzerare il conto.

Se l’intesa dovesse concretizzarsi, si chiuderebbe uno dei capitoli più lunghi del contenzioso legato al disastro Caffaro. E, soprattutto, si potrebbero aprire i dossier in sospeso. Da ben venticinque anni.

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