Cronaca

Processo Strage: «Ero amico di Buzzi, lui preferì i fascisti veronesi»

Parla Paolo Pederzani, «autista» di una delle figure attorno alle quale ruota la verità sull’attentato del 28 maggio 1974
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Un momento del processo - © www.giornaledibrescia.it
Un momento del processo - © www.giornaledibrescia.it

«Le nostre strade si sono divise quando Ermanno si è avvicinato ad Ordine Nuovo di Verona». Ermanno è Ermanno Buzzi, il neofascista bresciano, trafficante di opere d’arte, confidente del capitano Francesco Delfino, la cui partecipazione alla strage di piazza Loggia è stata rivitalizzata post mortem dalla sentenza con la quale la Corte d’assise d’appello di Milano, ha condannato all’ergastolo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. A parlare di lui, nel corso del processo che per la fase esecutiva dell’attentato si sta celebrando in Corte d’assise a carico di Roberto Zorzi è Paolo Pederzani, artigiano ora in pensione, che con Buzzi viveva fianco a fianco, soprattutto in auto, all’inizio degli anni ’70. Di Buzzi, che aveva macchine, ma non la patente, oltre ad essere amico era anche l’autista.

Con lui – ha raccontato il testimone – passava sere alla pizzeria Ariston di viale Venezia, quella dei genitori di Ombretta Giacomazzi e dove, secondo quest’ultima, si sono verificati passaggi cruciali tanto della morte di Silvio Ferrari, quanto della stessa strage. Con Buzzi – ha detto – frequentava anche il Bluenote, la discoteca di viale Italia alla quale sarebbe stata diretta la bomba trasportata sulla sua Vespa dallo stesso Ferrari. Con lui, ma anche con Cosimo Giordano ed i fratelli Papa, divideva spesso il suo tempo.

Ermanno Buzzi durante un'udienza
Ermanno Buzzi durante un'udienza

«Fino ad un anno prima della strage. Poi, scelte di vita, ci hanno diviso. Buzzi ha cominciato a frequentare ordinovisti – ha spiegato Pederzani – e io non l’ho più visto. Non aveva più nemmeno bisogno di un autista». Ordinovisti di Verona, specifica il testimone, dando così una solida conferma al teorema accusatorio che proprio a Verona, e proprio tra le fila scaligere di Ordine Nuovo, pesca gli esecutori materiali della strage: Marco Toffaloni (l’allora minorenne già condannato a 30 anni in appello) e Roberto Zorzi, l’attuale imputato. Verbali di sue precedenti testimonianze alla mano, il difensore di quest’ultimo, l’avvocato Stefano Casali, fa notare a lui e alla Corte che in passato Pederzani aveva parlato di On di Milano e non di Verona. «In questo momento mi viene in mente Verona – ha affermato il testimone – ma se allora ho detto Milano sarà così, sarà Milano».

«Tutti pazzi»

In aula è tornato anche Maurizio Zotto. Al suo nome sono legati momenti che hanno segnato il processo ai mandanti della strage e il destino di Maurizio Tramonte. Zotto disse che il 25 maggio del 1974, tre giorni prima della bomba, dopo aver partecipato alla riunione in cui per sentenza passata in giudicato Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo del Triveneto, diede l’ordine di colpire, uscendo da casa di Giangastone Romani, Tramonte salì in auto e gli disse: «questi sono tutti pazzi».

Zotto ha confermato quell’episodio costato l’ergastolo all’amico Tramonte, ma anche detto di aver sentito quest’ultimo parlare solo di ordinovisti della parte più orientale del Veneto: di Mestre, Venezia, Rovigo, oltre che di Padova. Nessuno gli ha chiesto se avesse mai sentito nominare Roberto Zorzi. E lui non ne ha fatto parola.

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