Processo Strage, tre nomi nuovi (e uno che manca) mezzo secolo dopo

Una novità e una conferma. Emergono tre nomi, anche quello di chi ha messo la bomba, ma non il quarto. Perché? E come interpretare questa svolta? Quanto detto ieri mattina in aula dal collaboratore di giustizia ed ex ordinovista nero Gianpaolo Stimamiglio è al tempo stesso un’assoluta novità – seppure con il condizionale d’obbligo per una vicenda riportata dal racconto di altri – ed una conferma che avvicina la verità processuale alla verità storica.
Come sempre accade, la sensazione è di muoversi in una palude limacciosa, in un groviglio intricato dove trame personali e ordito di fondo si annodano al punto che sciogliere i garbugli diventa operazione impossibile.
Secondo il racconto di Stimamiglio, il nucleo operativo in piazza della Loggia la mattina del 28 maggio 1974 era interamente formato da quattro veronesi, l’input veniva dal paracadutista mantovano Roberto Besutti, e in azione c’erano Claudio Bizzarri, Marco Toffaloni e Paolo Marchetti.
Quest’ultimo avrebbe materialmente depositato l’esplosivo nel cestino in fondo alla piazza. E il quarto? Era o non era il Roberto Zorzi imputato al processo? Stimamiglio dice di non sapere. La sua testimonianza si basa su quanto gli avrebbe raccontato uno dei quattro in azione a Brescia, Claudio Bizzarri.
È attendibile Stimamiglio? Se anche nella verità processuale vale la proprietà transitiva, sì, perché su una sua testimonianza si fonda la condanna in primo grado, lo scorso aprile, a trent’anni di carcere per Marco Toffaloni, al tempo della strage minorenne e oggi cittadino svizzero.
Lascia però stupiti che il dito accusatore venga puntato ora contro Marchetti, che al momento è solo un testimone (seppur sfuggevole, grazie ad una raffica di certificati medici), e che mai è stato neppure indagato per la strage di Brescia. Questa la novità assoluta che irrompe nel processo in corso, quello nel quale si spera di poter stabilire chi e come abbia materialmente compiuto l’attentato che ha provocato otto morti e cento feriti.

La novità emersa ieri mattina, però, non mette in discussione quanto finora appurato in cinquant’anni di inchieste, depistaggi, nebbie fitte e squarci improvvisi.
La verità processuale si sovrappone e conferma la verità storica: la bomba di piazza della Loggia porta l’impronta del neofascismo stragista. Che ad agire sia stato un gruppo veronese conferma nei fatti quanto passato in giudicato nel 2017, con la condanna definitiva all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, e cioè che l’operazione faceva parte della strategia bombarola di Ordine Nuovo.
Conferma anche, seppur indirettamente, che attorno all’intera vicenda, fin dall’inizio e per anni, si è alzata una cortina fumogena di depistaggi e coperture. E conferma, infine, che la tenacia di chi ha continuato a chiedere giustizia e la pazienza di chi ha proseguito nelle inchieste, alla fine qualche spezzone di verità lo stanno rivelando.
Di fronte all’ennesima udienza dell’ennesimo processo, di fronte a rivelazioni che più volte hanno lasciato sconcertati, forte è stata ed è la tentazione di gettare la spugna, nel chiedersi sconfortati a quali conclusioni si potrà mai arrivare dopo mezzo secolo, e dopo che colpevoli e registi sono di fatto sfuggiti alle pene, se non alla condanna.
Ma gettare la spugna sarebbe darla vinta a chi ha fatto di tutto perché non si arrivasse alla verità. Ed è quel che Brescia non può consentire e non vuole accada.
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