Ombretta Giacomazzi, Ugo Bonati, i fratelli Papa. Strumenti che gli inquirenti di allora, a partire dal capitano Francesco Delfino, hanno utilizzato per «mettere fuori gioco nostro padre». Pedine di un depistaggio che hanno «distrutto la nostra famiglia».
Lo hanno affermato nel corso del processo sulla fase esecutiva della strage di piazza della Loggia a carico di Roberto Zorzi, Sergio e Andrea Arcai. I figli dell’ex giudice Giovanni Arcai, che all’epoca dell’attentato del maggio 1974 stava indagando sul Movimento Armato Rivoluzionario di Carlo Fumagalli e che la mattina della strage ricevette la sospetta visita di Ermanno Buzzi che, proprio nei minuti in cui la bomba esplodeva seminando morte, sono stati chiamati a testimoniare dall’avvocato Stefano Casali, difensore dell’imputato.
Se il punto era quello di mettere in dubbio la credibilità di Ombretta Giacomazzi, quindi di uno dei pilastri della ricostruzione dei pubblici ministeri Caty Bressanelli e Silvio Bonfigli, l’obiettivo non pare centrato. Se è vero che grazie anche alle sue parole, «farneticazioni» come le ha definite il diretto interessato, Andrea Arcai all’epoca poco più che quindicenne rimase in carcere 77 giorni e fu sotto processo per sette anni con l’accusa di concorso in strage e dell’omicidio di Silvio Ferrari, è altrettanto vero che lo stesso Andrea e suo fratello maggiore non hanno dubbi sulla reale paternità di quelle bugie, sulla loro ragion d’essere e sul loro reale obiettivo.
Minacce e bugie
«Nel corso del primo processo – ha spiegato ai giudici della Corte d’assise Sergio Arcai – mi ritrovai in aula seduto tra i banchi in fianco alla Giacomazzi. Lei non sapeva che ero il fratello di Andrea. Prima di testimoniare mi disse che era stato il capitano Delfino a costringerla a fare quelle accuse, ma che avrebbe ritrattato tutto quello che aveva detto su di lui. Disse che lo avrebbe fatto perché si sentiva protetta dalla Corte d’assise e così annunciò la sua intenzione. Quell’udienza cadeva però di venerdì, il presidente preferì rimandare il suo esame al lunedì successivo. E nel corso del weekend accadde qualcosa che la convinse a cambiare di nuovo idea».
Agli atti è pieno di passaggi in cui la testimone riferisce di aver subito minacce da Delfino, anche alla presenza del pm Francesco Trovato e del giudice istruttore Domenico Vino. «Fu processata per calunnia, poi l’accusa venne derubricata in falsa testimonianza. Giacomazzi – ha spiegato Sergio Arcai – fu prosciolta per aver agito in stato di necessità»: la necessità di evitare le ritorsioni di Delfino.
Scuse e perdono
Andrea Arcai fu accusato di essere stato in piazza del Mercato ad assistere in diretta alla morte di Silvio Ferrari. Ma anche di essere stato al bar dei Miracoli alle 7 del 28 maggio, all’incontro con gli altri presunti esecutori materiali della strage pronti, nella narrazione poi smontata dalle sentenze, a mettere la bomba.
«La sera in cui morì Silvio Ferrari ero con lui sul lago, a casa di un’amica che era gravemente ammalata. Silvio era pensieroso e alterato dall’alcol. Mi accompagnò a casa insieme a Nando Ferrari, poi non lo vidi più. La mattina della strage invece ero a scuola. All’epoca frequentavo il Calini, mi ci portò mio papà, sull’auto dei carabinieri».
Assolto con formula piena per non avere commesso il fatto Andrea Arcai ha avuto modo di chiarirsi anche con la sua accusatrice. «Anni dopo incontrai Ombretta Giacomazzi ad un ultimo dell’anno alla Sosta – ha detto – ; mi si avvicinò e mi chiese scusa per tutte le bugie che aveva detto nei miei confronti. Sapevo che era stata costretta da Delfino. La perdonai. Poi ci siamo rivisti e di quella cosa non ne abbiamo più parlato».
Con Roberto Zorzi, ha affermato il testimone, invece «non ci ho mai parlato. Non l’ho mai conosciuto – ha spiegato – né tanto meno visto. Di lui non ho mai sentito parlare nemmeno dagli altri amici».
E la riunione alla pizzeria Ariston dopo la morte di Silvio? Quella in cui, secondo Ombretta, bresciani e veronesi si accordarono per vendicare Ferrari? «Arturo Gussago (uno dei presenti secondo la versione della Giacomazzi, ndr) mi disse che era pura follia» ha concluso il teste prima di lasciare l’aula.




