Cronaca

Processo Strage: «In cambio della libertà ci chiesero di accusare Buzzi»

Raffaele Papa, testimone al dibattimento sulla fase esecutiva dell’attentato, conferma le richieste fatte a suo padre da un uomo del capitano Francesco Delfino
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

La bomba. Il punto in cui esplose nel cestino dei rifiuti a ridosso dei portici
La bomba. Il punto in cui esplose nel cestino dei rifiuti a ridosso dei portici

Ricorda poco, sempre meno. E quello che ricorda lo racconta a spizzichi e bocconi. Raffaele Papa, arrestato in seguito ad accuse che si sono poi rivelate false, che gli sono costate quattro anni e mezzo con l’accusa di concorso nella strage di piazza della Loggia e un processo dal quale è uscito assolto con formula piena solo undici anni, si accende solo quando gli nominano il capitano Francesco Delfino e i giudici che si sono occupati della prima inchiesta. Continua ad indentificarli come la causa dei suoi mali. E poco conta che ad accusarlo, agitati proprio dall’allora comandante del Nucleo investigativo dell’Arma, siano stati su tutti Ugo Bonati, il ladro di opere d’arte di Visano sparito dalla circolazione dopo la sentenza di primo grado del primo processo, e Ombretta Giacomazzi, la giovane della pizzeria Ariston usata da Delfino per dirottare le indagini dalla verità. «Sono stati loro a rovinarmi» ha detto con evidente moti di rabbia il teste chiamato al processo per la fase esecutiva dell’attentato del 28 maggio 1974, dall’avvocato StefanoCasali, difensore di Roberto Zorzi, l’unico imputato.

La telefonata anonima

Nella storia processuale della Strage e dell’omicidio di Silvio Ferrari, il nome di Raffaele Papa torna con frequenza. Fu lui a fare la telefonata anonima che annunciava l’attentato al Bluenote cui era destinata la bomba che esplose tra le gambe del giovane neofascista. Papa l’ha ammessa anche ieri. «Fu un’idea di Ermanno Buzzi, odiava quel locale perché circolava tanta droga. Ho sempre pensato che fosse uno scherzo. Feci quella telefonata proprio per questo». Di scherzo, ha fatto notare l’avvocato di parte civile Francesco Menini, però non si trattò. «Il giorno dopo la morte di Silvio Ferrari chiesi a Buzzi cos’era successo. Sapevo che conosceva quel ragazzo. Mi spiegò che Ferrari era fuori di testa» ha detto il testimone non andando oltre sul singolare collegamento tra la sua telefonata «anonima» e la tragica fine fatta del giovane, avvenute a pochissime ore di distanza l’una dall’altra.

Quella sera in pizzeria

Dopo aver escluso di aver conosciuto Roberto Zorzi ed altri neofascisti veronesi, Raffaele Papa ieri ha dispensato mezze conferme e mezze smentite all’ipotesi accusatoria. Ha ricordato che la sera della morte di Silvio Ferrari era in pizzeria con Buzzi, e che negli stessi momenti, in un altro tavolo, come affermato da Ombretta Giacomazzi, c’erano altri giovani con i quali Buzzi si fermò a parlare.«Erano due. Uno potrebbe essere Nando Ferrari, l’altro Silvio» ha detto Papa escludendo la presenza di Arturo Gussago, Marco Toffaloni e Roberto Zorzi (gli altri presenti secondo Giacomazzi).

Delfino, Arli e quella richiesta

Il teste si è soffermato inoltre anche su Carlo Arli, all’epoca della strage uomo di fiducia di Francesco Delfino. Ha confermato una circostanza indicativa delle modalità con le quali furono condotte le indagini nel corso della prima inchiesta. «Dopo che ci arrestarono – ha detto rispondendo a domanda sul punto – Arlì andò da mio padre e disse che se avessimo accusato Ermanno Buzzi, ci avrebbero liberato». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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