La prima a gridare «eccola!» è una signora con una spilletta tricolore e le sneakers, che fino a trenta secondi prima stava discutendo della coda in autostrada. Poi cambia tutto. Gli uomini della sicurezza irrigidiscono le mascelle e allargano corridoi invisibili. Parlamentari e consiglieri regionali si ricompongono la giacca. I telefoni si alzano in aria come ceri elettronici. E nel grande PalaLeonessa dove Codiretti riunita in assemblea celebra l’Italia agricola, compare Giorgia Meloni. Insieme a mezzo governo.
Una persona dalla tribuna scalpita: «Se mi giro mi fai una foto con lei dietro?». Un altro si allunga in punta di piedi con l’aria di chi vorrebbe entrare nell’inquadratura della storia, ma si accontenterebbe anche di un selfie. Gli applausi da concerto si trasformano in silenzio solenne quasi subito, quando si consuma il rito - rigorosamente in piedi - dell’Inno d’Italia. Dentro l’assemblea Coldiretti c’è un pezzo preciso di Paese: quello che guarda Bruxelles di sbieco e che considera il «made in Italy» un principio categorico. Il cibo è una categoria dello spirito nazionale: non solo alimentazione, commercio o filiera, ma salute, identità, sicurezza, geopolitica.
D’altronde il titolo dell’iniziativa è già un programma politico-emotivo: «La forza amica del Paese». Dentro il padiglione si muovono imprenditori agricoli, mani grandi e visi cotti dalla pianura, presidenti di consorzi, sindaci di provincia. E poi parlamentari, assessori regionali, il cosiddetto sottobosco istituzionale che parla contemporaneamente di export, cinghiali e liste elettorali. Coldiretti, del resto, da tempo non è più soltanto rappresentanza di categoria: è macchina relazionale, potere territoriale, organizzazione, presenza.
Bandiere gialle
Nel frattempo, il cast della maggioranza di governo si accomoda sulle poltroncine bianche stile Porta a Porta. La premier superstar annunciata; Antonio Tajani, che nel grande romanzo identitario del cibo italiano interpreta la parte dell’europeista rassicurante; Francesco Lollobrigida sta seduto comodo, gioca in casa e lo sa. Poi c’è Attilio Fontana, che attraversa i corridoi del Centro Fiera con la calma del governatore abituato a questo pezzo di Nord produttivo. Eppure, dentro il Palazzetto ridipinto di giallo Coldiretti dalle bandiere esibite da oltre quattromila persone, molti occhi sono puntati soprattutto sul presidente nazionale, Ettore Prandini: padrone di casa, certo. Ma anche qualcosa di più.

Da mesi il suo nome circola nei corridoi della politica lombarda con quella particolare insistenza che accompagna i candidati non dichiarati. Governatore sì, governatore no. Successore di Fontana forse. «Profilo civico». «Figura forte». Lui continua a smentire con disciplina quasi monastica (e infatti tra i corridoi è uno degli argomenti di cui si parla di più). Se ne accorge. E infatti, mentre guida il comitato d’accoglienza che attende l’arrivo della premier, ribadisce: «Non intendo candidarmi governatore per la Lombardia». Nessuno pronuncia più la parola candidatura (ma molti ci girano attorno con la delicatezza con cui si parla delle cose considerate possibili).
Identità ed eccellenze
Quando prende la parola la premier, il brusio evapora. Giorgia Meloni possiede ormai una qualità rarissima nella politica italiana contemporanea: il pubblico preventivo. La ascoltano prima ancora che parli. Aspettano la battuta, l’affondo contro Bruxelles, la frase identitaria buona per i social. Lei alterna tono istituzionale e confidenza da comizio. Dice «nazione», «eccellenze», «identità». La platea accompagna. Ogni tanto parte un applauso in anticipo, come ai concerti quando il pubblico riconosce le prime note. Parla della «sovranità alimentare» come di una categoria strategica prima ancora che agricola. «La sicurezza alimentare e la produzione di qualità sono una di quelle forme di sovranità alle quali non puoi rinunciare se vuoi rimanere libero» rimarca dal palco. E dentro il padiglione il concetto arriva chiarissimo: il cibo non come economia, ma come frontiera nazionale.

Con Prandini il rapporto appare quasi ostentatamente confidenziale: si chiamano per nome, si ringraziano, si cercano con lo sguardo. A un certo punto Meloni scherza: «Tra Lollobrigida e Prandini è impossibile dimenticarsi del tema dell’agricoltura, anche volendo». Si ride. Poi arriva la parte identitaria, l’etimologia di «agricoltura» spiegata come una lezione di civiltà nazionale. Il latino, il verbo colere, il richiamo a Cicerone, il rapporto tra uomo e terra trasformato in manifesto politico: «L’agricoltore non consuma la terra, custodisce la terra» scandisce. E vaglielo a spiegare agli ambientalisti da salotto». Applauso lungo. Dentro il pubblico c’è quella soddisfazione particolare che nasce quando il leader pronuncia esattamente la frase che il suo elettorato aspettava. La premier alterna riferimenti geopolitici e lessico da assemblea di categoria con una fluidità molto allenata. Hormuz, fertilizzanti, Pac europea, biocarburanti, Italian sounding, gasolio agricolo. Ma soprattutto Bruxelles. La Bruxelles delle «gabbie e delle regole», «dei burocrati», «della standardizzazione che combatte la competitività delle imprese».

Poi il passaggio più politico, quasi ideologico: «Chi combatte queste battaglie oggi è il vero europeo». E il grazie a Ettore Prandini: «È merito suo se nel nome del Ministero c’è anche il concetto della sovranità alimentare, tema centrale soprattutto oggi. Insieme abbiamo combattuto tante battaglie spalla a spalla, continuiamo a farlo insieme». Meloni insiste molto anche sul concetto di stabilità. Prandini poco prima aveva scandito quasi da statista moderato: «Chi vince deve governare per cinque anni e garantire continuità». Frasi che dentro una platea agricola suonano meno astratte che altrove. Le filiere, del resto, ragionano sui cicli lunghi.
Il dopo Fontanain Lombardia
Dal palco la premier ringrazia anche l’europarlamentare Carlo Fidanza, seduto in prima fila. Una citazione apparentemente normale, che però qui dentro viene letta immediatamente in chiave lombarda. Fidanza nel comitato d’accoglienza, Fidanza nominato dalla premier, Fidanza che qualcuno già osserva come possibile nome meloniano per il dopo-Fontana. In Lombardia la politica funziona così: prima arrivano i dettagli, poi le candidature.

Quando il discorso della presidente del Consiglio finisce, il palazzetto si alza praticamente in blocco. Standing ovation lunga. (Quasi) tutti in piedi: in prima fila la sindaca di Brescia Laura Castelletti e il governatore Attilio Fontana restano seduti (dettaglio che non passa inosservato).
Alla fine si intona in coro «Bandiera gialla». Quando la serata si svuota, restano i badge penzolanti, le bottiglie di plastica sugli spalti e quell’odore indistinto di aria condizionata e catering da grande evento. Per tre ore Brescia è stata al centro dei riflettori nazionali. La politica di governo se ne va via con le auto blu, gli altri dritti alla cena allestita nel padiglione accanto. Perché Coldiretti resta. E pure questa, in fondo, è una forma di potere.




