Cronaca

Il pentito di ’Ndrangheta: «Tripodi mi chiese di ammazzare uno per lui»

Per Gianenrico Formosa «era il punto di riferimento dei calabresi, anche da San Luca venivano da lui». In aula ha parlato anche di suor Donelli
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

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'Ndrangheta: "Tripodi mi chiese un omicidio"

Nomi, cognomi, luoghi, date e poi alleanze, parentele, affari conclusi e affari saltati. Nell’udienza celebrata ieri del processo che si sta tenendo con il rito ordinario a carico di una decina di indagati ritenuti parte della Locale di ’Ndrangheta che, secondo la Dda di Brescia, Stefano Terzo Tripodi e suo figlio Francesco avevano impiantato a Flero, è stato sentito Gianenrico Formosa, per sua stessa ammissione «per quasi vent’anni affiliato alla ’Ndrangheta per la cosca Ursino di Locri» e oggi collaboratore di giustizia.

In aula

Nelle oltre due ore in cui ha risposto alle domande del sostituto Teodoro Catananti, Formosa ha ricostruito il suo rapporto con la malavita calabrese, partendo dai riti di affiliazione «cui sono stato sottoposto in carcere a San Vittore nel 2005 e che mi hanno portato fino alla "dote di sgarro"» fino alla decisione di collaborare con la giustizia «perché a differenza delle altre volte in cui ero stato in carcere ora ho un figlio, voglio vederlo».

Il delitto commissionato

Il punto centrale è stato il racconto, dettagliato, della proposta che aveva ricevuto da Stefano Tripodi, secondo Formosa «l’uomo di riferimento di tutti i calabresi a Brescia, suo figlio Francesco viveva solo del suo riflesso» di commettere un omicidio. Un progetto che poi non è andato in porto perché Formosa si è rifiutato «di commettere un fatto di sangue sul quale poi avrebbe mangiato solo lui». I fatti, secondo il racconto di Formosa, sono avvenuti nel 2018 quando «sono andato al suo magazzino, accompagnato da Antonio Scarcella. Io avevo il progetto di rapire un imprenditore di Castenedolo, uno che dietro la facciata di un’attività regolare sapevamo che faceva le fatture false e aveva molta liquidità. Tripodi mi propose di ammazzare il suo guardaspalle per poter poi entrare in affari con lui, prendersi il suo giro una volta che fosse rimasto senza protezione».

Prima e dopo quella trattativa Formosa avrebbe più volte incontrato Stefano Tripodi: «Sapevo dagli altri calabresi e lo avevo anche constatato di persona che Tripodi era il reale proprietario di una pasticceria di Rovato, di una pizzeria a Roncadelle e una a Castel Mella, attività in cui c’era un calabrese come prestanome e in cui lui aveva sempre un tavolo pronto, in cui incontrava commercialisti e politici». Secondo Formosa «Tripodi aveva conoscenze alle aste giudiziarie, sapeva sempre come fare in modo che le sue offerte fossero vincenti» e anche «in Procura, tre mesi prima che mi arrestassero aveva fatto dire ad altri calabresi di starmi lontano perché sarei finito dentro. E infatti è andata così».

Nella lunga deposizione ha spiegato anche che «quando i calabresi di San Luca, cui io ero riferimento, venivano a Brescia mi chiedevano sempre di passare a salutare Stefano Tripodi, era uno a cui si doveva rispetto».

La rete di rapporti

Gianenrico Formosa, nella sua lunga testimonianza nel corso del processo a carico del presunto clan Tripodi di Flero ha anche parlato della rete di rapporti che, a suo dire, padre e figlio avevano sul territorio.
«Nel periodo in cui dovevo fare i lavori socialmente utili per una condanna per le armi sono stato indirizzato ad una cooperativa. La responsabile firmava per me le ore anche se non andavo e io alla fine ho fatto un bel regalo alla struttura, gli ho comprato i condizionatori».

Sempre tramite questa signora «la stessa che ha accolto Francesco Tripodi quando era agli arresti domiciliari» Formosa aveva cercato «di sapere se un certo personaggio stava collaborando con lo Stato. Lei ha contatto un funzionario dell’agenzia per la sicurezza esterna e mi ha dato conferma. E mesi dopo ho saputo che aveva ragione. Loro hanno tutti i loro contatti».
La situazione cambia dopo l’arresto dell’ottobre 2021.

Suor Donelli

«La signora della cooperativa ha avvicinato mia moglie, le ha spiegato che sarebbe arrivata suor Anna Donelli e che mi avrebbe aiutato ad ambientarmi nel carcere e che anche un avvocato mi avrebbe seguito. Io però stavo già male e in un colloquio con mia moglie, che sicuramente è stato registrato, ho parlato della mi intenzione di pentirmi e loro sicuramente lo hanno saputo perché poi hanno fatto allusioni e hanno avuto comportamenti tali con mia moglie che ho capito che erano contrari».

Alle richieste di spiegazioni dei magistrati ha spiegato: «La suora e l’avvocato formalmente fanno il loro lavoro. Ma se conosci i calabresi come li conosco io capisci che quando ti vengono dette certe cose è perché tu riceva un certo messaggio. Poi non ho più visto nè la suora nè l’avvocato». Formosa ora vive in una località protetta con un nome di copertura

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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