Cronaca

‘Ndrangheta a Flero: «Ho venduto armi a Tripodi, capo dei calabresi»

Nel processo per le presunta Locale di ‘Ndrangheta a Flero ha testimoniato un ex rapinatore e ladro di auto
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

Il processo è in corso a Palazzo di Giustizia
Il processo è in corso a Palazzo di Giustizia

Al capannone di Stefano Tripodi e di suo figlio Francesco, ritenuti dalla Procura della Repubblica i vertici di una Locale di ‘Ndrangheta che si era stabilita a Flero e che puntava ad inserirsi nelle istituzioni a Castel Mella, l’uomo che ha testimoniato ieri mattina nel processo davanti alla prima sezione penale del Tribunale è arrivato accompagnato da un amico.

Il testimone

Il 57enne pluripregiudicato, che sta attualmente scontando una pena per diverse condanne legate a traffico di armi e droga e al riciclaggio di auto, ha spiegato che «nel 2018 sono andato con un mio amico al capannone di Flero. Avevamo rubato una macchina e lui voleva proporla a Stefano Tripodi. Prima di andare mi ha detto di stare attento a come mi comportavo perché Tripodi era una persona importante, uno che comandava i calabresi. Mi aveva detto che aveva fatto una Locale di ‘Ndrangheta a Flero».

L’ex rapinatore, che ora ha cambiato vita, racconta che da Tripodi «non era come nelle altre officine che trattavano le auto rubate. Lì c’era sempre qualcuno fuori che aspettava e dovevi annunciarti, spiegare il motivo della visita e poi un collaboratore ti faceva sapere se potevi entrare a parlare con Tripodi».

E ha raccontato di essere tornato anche nei mesi successivi e di aver venduto a Tripodi «un fucile a pompa nuovo per 800 euro e una mitraglietta calibro 9 per 800 euro». 

Gli scontri

Ma non è sempre stato un rapporto sereno. «Un giorno il mio amico mi ha detto che Tripodi voleva che andassi al suo capannone perché pensava che avessi parlato con i carabinieri. Ma io – ha detto in aula indicando i banchi della Procura – non sono mai stato dalla vostra parte. Mi sono rifiutato, sapevo che non sarei mai più uscito da quel capannone». Nelle settimane successive il 57enne  racconta di aver «saputo che Tripodi diceva che in qualsiasi carcere fossi finito mi avrebbe fatto mettere a posto».

E poi, per l’uomo, la carcerazione è arrivata: «In carcere ho visto Vincenzo Iaria (imputato, ndr) che disegnava la Calabria nello stesso modo in cui l’avevo vista in un quadro nell'ufficio di Tripodi. Allora gli ho detto che appunto l'avevo vista nel capannone di Tripodi e lui mi ha spiegato che Tripodi è un signore con la S maiuscola, che comanda, una persona che conta».

Il 57enne ha raccontato anche un altro episodio legato al traffico di auto. «Ad un altro mio amico serviva una macchina per fare un lavoro (il tentato omicidio della compagna di un rapinatore, ndr) e Francesco Tripodi ci ha fatto andare a Milano. Ha detto che là aveva un capannone dove faceva quei lavori. Ci ha dato una Fiat 500 L che era una copia esatta, stesso numero di telaio, documenti e targhe di una dello stesso modello di un noleggio di Piacenza. Ed è poi stata usata per il lavoro». 

Si torna in aula il 21 maggio quando saranno sentito alcuni soggetti detenuti, tra cui Rosario Marchese, imprenditore ritenuto vicino alla Stidda di Gela

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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