Prima ha chiesto di avvalersi della facoltà di non rispondere e, quando gli è stato fatto notare che in qualità di testimone non può sfruttare questa possibilità se non per le questioni che riguarderebbero sue responsabilità penali, ha infilato una serie di non so, non ricordo, è passato molto tempo che hanno spinto i pubblici ministeri a rinunciare all’esame e a chiedere l’acquisizione delle telefonate e dei colloqui che il testimone ha avuto in carcere.
La deposizione
È una posizione tutta da valutare, tanto dalla Procura quanto dal Tribunale, quella di Rosario Marchese, l’imprenditore siciliano già imputato in diverse indagini, anche a Brescia, per presunti legami con le cosche calabresi e siciliane, condannato per una serie di reati fiscali e attualmente detenuto a Lecce, che ieri mattina ha deposto nell’ambito del processo a carico di una decina di persone sospettate di far parte o di aver dato sostegno, al sodalizio criminale dei Tripodi, Stefano Terzo ora deceduto e suo figlio Francesco, che secondo la Procura, e secondo il Tribunale che il 6 maggio ha emesso 19 condanne in primo grado al termine del processo con rito abbreviato, avevano costituito a Flero una locale di ’ndrangheta.
La testimonianza di Marchese avrebbe dovuto riportare alla Corte quanto il 40enne siciliano aveva saputo da Vincenzio Iaria, che aveva conosciuto nel periodo in cui entrambi erano stati detenuti a Brescia nel 2019. Quando il pubblico ministero gli ha riletto quanto dichiarato nel 2020 «mi aveva detto che i Tripodi di Flero erano la famiglia di riferimento dei calabresi» oppure «Mi ha detto che faceva recupero credito per i Tripodi», Marchese ha ribadito «non mi ricordo», oppure «assumo farmaci psichiatrici e non mi ricordo nemmeno cosa ho mangiato ieri sera».
Faccia a faccia
I sostituti Francesco Milanesi e Teodoro Catananti hanno provato ad insistere: «Lei nel 2017 ha subìto un attentato per una vicenda di debiti e crediti, si è rivolto ai Tripodi per aggiustare l’auto e poi loro le hanno detto che non avrebbe più avuto problemi». «Se l’ho detto è così, dopo quell’attentato non ne ho subiti altri» ha risposto ancora Marchese. E poi sulla conoscenza con Stefano Terzo e Francesco Tripodi ha insistito: «Non ricordo quante volte ci ho parlato e di cosa» e quando gli è stato fatto notare che si profilava una possibile accusa di falsa testimonianza ha spiazzato tutti: «Forse all’epoca ho mentito».
Una deposizione che non ha convinto e che ha lasciato aperti più interrogativi di quanti ne abbia chiariti. A domanda precisa del presidente, Marchese ha assicurato di non aver ricevuto minacce o pressioni ma i pubblici ministeri hanno chiesto di acquisire le registrazioni dei colloqui in carcere del testimone per verificare questa evenienza. Si torna in aula il 4 giugno.




