Del soprannome storico, «ciambellone», non si è mai liberato del tutto: anche dopo il restyling che gli ha strappato via quel «grigio tangenziale» che lo faceva assomigliare a un’opera dai tratti somatici un po’ sovietici, c’è chi lo chiama orgogliosamente ancora così. Ma, alias a parte, tutti oggi sanno che quel canestro rovesciato ribattezzato PalaLeonessa, e rinato a strisce multicolor, è la «casa del basket». Almeno finora.
Per quasi dieci anni Brescia ha raccontato a se stessa una storia molto precisa. La storia di un quartiere da ricucire, di una fiera da rilanciare, di una grande infrastruttura sportiva restituita alla città dopo decenni di abbandono. Al centro del racconto c’era, appunto, il PalaLeonessa. Attorno, una costellazione di investimenti pubblici e privati: la riqualificazione del vecchio PalaEib (il ciambellone, appunto, nato per le fiere e reinventato tra gli anni Settanta e Novanta come palazzetto), la convenzione, i parcheggi, il Brixia Forum, il futuro tram, la trasformazione di tutta la porta ovest della città.
Se la Germani Basket dovesse trasferirsi altrove, il rischio è che Brescia si trovi a dover fare i conti con una verità scomoda: era stato proprio il basket a dare senso a un investimento molto più grande. Ma per capire la portata della questione bisogna tornare indietro.
Da esiliato a star
Per decenni il vecchio palazzetto di via Caprera è stato una delle grandi incompiute emotive del capoluogo: troppo grande per essere abbandonato, troppo problematico per essere rilanciato davvero. È rimasto lì, ai margini della città che cambiava, con l’aria un po’ malinconica tipica delle infrastrutture sopravvissute al proprio tempo. Quando l’amministrazione guidata da Emilio Del Bono decise di investirci, il progetto firmato da Eliseo Papa apparve quasi perfetto. Una squadra in crescita e che voleva essere «made in Brescia», un’infrastruttura da recuperare e l’opportunità di un quartiere – urbano e fieristico - da ripensare: non solo sotto il profilo dei servizi sportivi, ma anche sotto il profilo del trasporto pubblico.
Nel frattempo la Germani diventava qualcosa che Brescia non aveva mai avuto in maniera stabile, una presenza ai vertici dello sport italiano: finali, coppe, playoff, Europa. E così, di pari passo, il PalaLeonessa si trasformava da problema urbanistico a simbolo cittadino. Ma soprattutto cambia il quartiere. Perché mentre il palazzetto rinasce, tutta l’area circostante viene ripensata: la fiera si trasforma, A2A decide di investire e «appiccicare» il suo logo all’impianto, arrivano i nuovi parcheggi, vengono ridefiniti accessi e collegamenti, la futura linea del tram viene progettata proprio per attraversare quel quadrante urbano, destinato a diventare una nuova porta della città.
La presenza della Germani fornisce il carburante simbolico che rende comprensibile l’intero progetto: le partite riempiono gli spalti, i successi nazionali portano attenzione mediatica, le notti europee trasformano un impianto recuperato in un luogo riconoscibile anche fuori provincia. Insomma, il vecchio ciambellone passa da esiliato a star. E qui nasce il punto politico della vicenda.
Identità da ritrovare
Nel tempo il palazzetto ha smesso di essere percepito come una struttura pubblica e ha iniziato a coincidere, nell’immaginario collettivo, con la squadra che lo abitava: è, ormai, per i bresciani «la casa del basket». Un processo comprensibile: ogni volta che la Germani riempiva gli spalti sembrava che l’investimento avesse trovato la propria giustificazione definitiva. Quando si parlava del PalaLeonessa si parlava della Germani, quando si parlava della Germani si parlava del PalaLeonessa. La squadra è diventata il volto dell’infrastruttura, una sovrapposizione perfetta. Finché dura.

Finora bastava attraversare l’area della Fiera in una sera di playoff: le auto in coda verso i parcheggi, i pullman dei tifosi ospiti, le luci del Brixia Forum accese poco più in là, migliaia di persone davanti agli ingressi del palazzetto. In quelle immagini c’era molto più di una partita di basket, c’era l’idea di una città che era riuscita a rimettere in moto un pezzo di sé. C’era l’esito di quello che alla città piace chiamare «il sistema Brescia»: quel meccanismo spesso evocato - e raramente spiegato fino in fondo – che negli ultimi decenni ha tenuto insieme amministrazioni, grandi aziende, partecipate, imprenditoria locale, fondazioni e istituzioni cittadine attorno a una stessa idea di sviluppo.
Poi, come spesso accade, arriva il momento in cui gli interessi prendono strade differenti: una società sportiva ragiona in termini di crescita, opportunità e sostenibilità economica; una città ragiona in termini di patrimonio, servizi e pianificazione. Le due prospettive possono coincidere per anni, ma non necessariamente per sempre. Ed è quello che – stando alle ultime informazioni – pare proprio che stia accadendo. L’ex ciambellone torna al centro del dibattito cittadino. E per la prima volta dopo anni la domanda non riguarda il risultato sul parquet, ma il significato di tutto ciò che è stato costruito attorno. Che cosa resta e che cosa diventa il PalaLeonessa senza la Germani?
Scenari dal futuro
In queste ore, a livello istituzionale, eccezion fatta per il centrodestra, nessuno parla. Tutti sono concentrati sulla giornata di domani: nelle agende la data di venerdì 26 giugno è quella del d-day, del verdetto ufficiale atteso dalla Germani stessa. Fino ad allora, a Palazzo Loggia non ritengono chiusa alcuna strada: c’è chi pensa alla possibilità della «mezza via» (o forse semplicemente ci spera), ossia che qualche partita e allenamento possano ancora andare in scena sul campo di via Caprera. C’è chi invece sta immaginando di poter consegnare le chiavi dell’ex ciambellone alla pallavolo, anche solo per qualche partita, ma su questo fronte resta ancora tutto da verificare: dall’opportunità (il volley ha già un contratto con il PalaGeorge) alla fattibilità (c’è il rischio che l’altezza dei soffitti del PalaLeonessa non sia sufficiente). Nessuno si sbilancia.

Dal punto di vista amministrativo, è evidente che il tema si apre. Si potrebbe anche dire che il possibile trasferimento della Germani rappresenti il primo vero esame di maturità per l’impianto. Finché una squadra vincente riempiva il palazzetto, il sistema funzionava quasi automaticamente, oggi Brescia deve dimostrare che quell’investimento aveva una logica più ampia e più duratura, che il PalaLeonessa non era soltanto il contenitore di una storia di successo, che era (ed è) un’infrastruttura capace di generare valore anche oltre quella storia. In fondo il punto amministrativo – peraltro con il Piano di governo del territorio in corso di scrittura – è tutto qui.
Per anni il basket ha fornito a quell’area un’identità immediatamente riconoscibile, adesso quell’identità va reinventata. È una sfida che riguarda la politica prima ancora dello sport. Tra qualche anno il tram si fermerà davanti al PalaLeonessa e sarà una fermata nel cuore di uno dei più grandi interventi urbani della Brescia contemporanea: i passeggeri scenderanno davanti a un edificio recuperato, circondato da servizi, parcheggi, infrastrutture e funzioni che la città ha costruito nel corso di un decennio.
La domanda che accompagnerà quella fermata sarà la stessa che oggi attraversa Palazzo Loggia. Il tram continuerà a portare persone al palazzetto, ma il palazzetto continuerà a portare qualcosa alla città? Da quella risposta dipende molto più del futuro di una squadra di basket. Dipende la tenuta di un modello di sviluppo che Brescia considera da anni uno dei propri punti di forza.




