Ci sono spicchi di Brescia che, da decenni, continuano a esistere solo nei documenti: volumi assegnati, vocazioni disegnate e – a cascata, come effetto domino – opere (di urbanizzazione) pubbliche mai arrivate. È il volto della Brescia «in sospeso», quella città che ha il diritto (edificatorio, s’intende) di crescere, ma che resta ciclicamente impantanata nello stallo. Tutto questo mentre la casa è tornata ad essere un problema, il suolo una risorsa risicata e – per la prima volta dopo quindici anni – il lavoro produttivo è tornato a farsi avanti, chiedendo spazio.
Il nuovo Pgt
Ecco: il lavoro sul nuovo Piano di governo del territorio del capoluogo (lo strumento che ha il compito di prevedere non solo lo sviluppo della città che cambia, ma anche i servizi e gli spazi pubblici del futuro) inizia da qui. Da come rompere l’immobilismo che ha caratterizzato lo stallo di alcune aree, ma anche da una rimappatura delle zone in cui la città può effettivamente crescere (per appetibilità, per aiutare le famiglie a rispondere alla fame di alloggi, per ripopolare i giganti dismessi) e dove, invece, ha senso evitare di cementificare e creare uno spazio verde, per respirare e per «spezzare» le isole di calore. Prima che esploda un polverone meglio premetterlo subito: no, i diritti edificatori acquisiti non potranno essere azzerati, ma ricalibrati e fatti «atterrare» da qualche altra parte della città rispetto a quella prevista inizialmente sì.




