Cartoline bresciane

Andare in miniera, con il dovuto rispetto

Nel territorio bresciano quelli che un tempo erano giacimenti sono diventati musei
La Miniera dei Pozzi (o dei Cristalli) a Pisogne
La Miniera dei Pozzi (o dei Cristalli) a Pisogne

Quando uno si lamenta malgrado le comodità, quando si dice devastato dal logorio dell'impiego moderno, la risposta che viene in mente all'interlocutore (che se è intelligente si limita a pensarlo) è «ti farebbe bene andare un po' in miniera».

«Andare in miniera»

In realtà più che immaginare di spedire gli altri si farebbe meglio a rivolgere tale invito a se stessi, ma, si sa, è più facile essere severi con le mancanze altrui piuttosto che con le proprie. Il concetto di andare in miniera è sventolato come uno spauracchio. Il motivo è semplice.

Andare in miniera vuol dire ammazzarsi di lavoro in senso figurato e proprio. È qualcosa di lontano dalla nostra quotidianità, sinonimo di un mestiere pesante che non piace a nessuno, che si demanda ad altri e di cui si preferisce non sapere nulla.

Le miniere bresciane

Eppure le miniere c'erano anche qui e in Italia esistono progetti di esplorazione in vista della riapertura di siti considerati strategici per la transizione ecologica. Nel territorio bresciano quelli che un tempo erano giacimenti sono diventati musei, come la Miniera Marzoli di Pezzaze, o vogliono diventarlo, come la Miniera Quattro Ossi e la Miniera dei Pozzi (o dei Cristalli) di Pisogne.

Renderli fruibili è un modo per raccontare un ambiente oscuro che per secoli ha risucchiato persone. Sono posti di grande fascino, se ci si resta per un paio d'ore con attrezzatura adeguata e guide esperte. Il fascino era assai minore per chi lì dentro ha consumato l'esistenza.

Alla Quattro Ossi, storpiatura di “usci” per via dei quattro ingressi, fu estratta la siderite dall'epoca romana fino al 1966. Le sue stalattiti e stalagmiti, colorate da ossidi di ferro, rame e manganese, le conferiscono l'aspetto di una grotta naturale e la rendono una sorta di cattedrale dell'Ade decorata con finiture che evocano le oniriche architetture di Gaudí. La Miniera dei Pozzi il 9 luglio 1953 fu sigillata, insieme ad alcuni minatori, da fango e detriti a causa di inondazione e frane.

Le vite dietro la roccia

Questi luoghi servono non a incantare i nostri occhi disincantati, bensì per farci capire che le stupefacenti gallerie scavate a colpi di mazza e piccone hanno consumato braccia e polmoni.

Vanno visti sentendo profondo un desiderio di consapevolezza. Il senso della gita è nullo se non si considera il senso della vita, anzi delle vite spese a bucare la roccia per strappare materie prime dalle pareti di questi tunnel, trasformati dalla Natura in opere d'arte. Chissà, forse aver reso così belli tali cunicoli è un modo trovato dal sottosuolo per onorare la tremenda fatica di molti uomini.

Ricordarli e ringraziarli è nostro dovere e scendere in questo claustrofobico e buio mondo, o il solo pensare a esso, è un'occasione per riflettere sia sul passato che sul futuro.

Non si può dire di essere davvero usciti dalle caverne se prima non ci si è entrati. Con umiltà, cautela e con il dovuto rispetto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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