Agrivoltaico: sempre più ricorsi dei Comuni contro gli impianti
Nella Bassa bresciana la transizione energetica ha preso la forma di una lunga, inesorabile distesa di pannelli. Campi agricoli che per secoli hanno nutrito comunità ora diventano porzioni di un nuovo mosaico energetico, spinti dagli obiettivi europei e dal fabbisogno crescente di energia pulita. Le nostre campagne, però, si stanno trasformando anche nel teatro di un conflitto istituzionale profondo: quello tra chi autorizza gli impianti e chi li vede sorgere nel proprio territorio senza poter davvero intervenire.
La Lombardia deve aumentare la produzione da fonti rinnovabili di 8,7 gWh entro il 2030, una quota tra le più alte in Italia. Nel Bresciano le richieste di nuovi impianti fotovoltaici e agrivoltaici hanno raggiunto livelli mai visti: decine di progetti, centinaia di ettari coinvolti, un’accelerazione che sta ridisegnando la geografia agricola. Non sorprende che proprio qui si siano concentrati tre ricorsi simbolici, quelli dei Comuni di Castel Mella, Pozzolengo e Verolanuova, tutti finiti davanti al Tar di Brescia per tentare di fermare o ridimensionare impianti di grandi dimensioni.
In aula

Il Tribunale amministrativo ha respinto o dichiarato irricevibili i tre ricorsi, in alcuni casi per ragioni procedurali, in altri perché il quadro normativo attribuisce scarsa capacità di intervento ai Comuni. Ora tutte e tre le Amministrazioni hanno portato la battaglia al Consiglio di Stato, nella speranza di ottenere un diverso bilanciamento tra tutela del territorio e produzione energetica. Un segnale chiaro: i municipi non contestano la necessità delle rinnovabili, ma rivendicano un ruolo nella loro collocazione.
La Regione
In questo quadro, la Regione aveva provato a definire una strategia. Con la proposta di legge sulle «aree idonee», approvata in Giunta nell’aprile 2025, aveva costruito una mappa capillare del territorio lombardo, distinguendo aree idonee, ordinarie e non idonee, classificando i terreni agricoli in Cter 1, 2 e 3, e cercando di concentrare gli impianti su superfici degradate, cave e aree produttive. L’obiettivo era ambizioso: permettere la transizione energetica senza trasformarla in un nuovo motore di consumo di suolo. Ma la legislazione nazionale ha cancellato il margine d’azione. Con il D.Lgs. 190/2024 lo Stato ha centralizzato i criteri delle aree idonee e limitato la possibilità delle Regioni di introdurre restrizioni aggiuntive.
Risultato: la legge lombarda, pur costruita e approvata in Giunta, è stata congelata prima di entrare in vigore. Non per scelta politica, ma per una impossibilità giuridica a porre limiti ulteriori rispetto a quelli statali, soprattutto quando questi rischiano di frenare il raggiungimento degli obiettivi nazionali sulle rinnovabili. E così lo scontro istituzionale resta aperto.
Le Provincie, intanto, continuano a rilasciare le autorizzazioni, le società energetiche avanzano con progetti sempre più estesi, la Regione vede ridursi gli strumenti di pianificazione, mentre i Comuni – pur ricorrendo al Tar e ora al Consiglio di Stato – hanno armi sempre più spuntate. Nel frattempo, la pianura cambia volto: non come scelta condivisa, ma come conseguenza inevitabile di una transizione che corre più veloce delle norme che dovrebbero governarla.
Il paradosso è evidente: si parla di sostenibilità, ma si consuma suolo; si parla di energia pulita, ma aumentano i conflitti; si parla di futuro, ma a pagarne il prezzo è spesso il presente agricolo. La domanda, allora, non è solo come produrre energia rinnovabile, ma chi decide davvero dove e come farlo. Perché la transizione energetica non è solo una sfida tecnica: è una questione di governo del territorio, di equilibrio tra enti, di identità agricola e di fiducia delle comunità. E in Lombardia, questa partita è appena iniziata.
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