Università

«L’università è argine alla povertà culturale, bisogna volerle bene»

L’intervista a Francesco Castelli, rettore dell’Università degli Studi di Brescia: «Numeri in crescita. Molto dispiaciuto per il caso molestie: è necessario un cambio di cultura, con esempi virtuosi da parte di docenti e studenti»
Francesco Castelli, rettore dell'Università degli Studi di Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Francesco Castelli, rettore dell'Università degli Studi di Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

I marmi ambrati dello scalone ne hanno viste tante e sentite di più. Così pure il platano gigante, le cui fronde lambiscono le mura del cortile interno e fa bella mostra di sé, al centro di tutto.

Gli uffici del rettorato sono un piano sopra il rumore, la gente che passa, le chiacchiere di piazza del Mercato, in una bolla di quiete e silenzio ch’è la stessa in cui il professor Francesco Castelli pare avvolgersi quando riduce le palpebre a fessura e accenna un sorriso che è insieme accoglienza e distanza dal mondo.

Professore ordinario di malattie infettive e tropicali, direttore dell’unità operativa complessa di malattie infettive agli Spedali Civili, «figura di spicco nella medicina tropicale», il dottor Castelli dal giorno dei Santi del 2022 è «Magnifico Rettore» dell’Università degli Studi di Brescia, a capo di un complessa macchina amministrativa composta da otto dipartimenti, centinaia di docenti e ricercatori, migliaia di studenti e un bilancio da milioni e milioni di euro.

Un ateneo giovane, per l’unità di misura in «ere» delle università, ma con un cuore antico: quello della città che l’ha partorito, la cui storia si conta in millenni e una cultura sedimentata con la pazienza di generazioni che mettono a dimora alberi pur nella consapevolezza che vederli crescere non spetterà loro.

A scorgerlo così, nel suo ufficio, il professor Castelli pare soltanto un medico, di quelli che danno poca confidenza ma dei quali ci si può fidare, perché curano. Che sia al vertice istituzionale dell’università rivela però che oltre lo sguardo mite c’è una pasta robusta, capace di creare relazioni, raccogliere consensi, esercitare potere, cavarsela anche quando il cielo tende al brutto. L’impressione che dà è di una gestione collegiale, non da «un uomo solo al comando», anche se attento a controllare tutto ed esser scavalcato da nessuno.

All’entrata della sua segreteria, in un angolo, ha fatto mettere una pergamena, con una frase latina in elegante scrittura gotica: «Hoc limen intrantes abiecta privata charitate publicam induant». Coloro che varcano questa soglia mettano da parte i propri interessi e abbiano a cuore la cosa pubblica. Un invito per gli altri, regola per sé medesimo.

Professor Castelli, a che punto del percorso siamo rispetto alla capacità dell’Università di Brescia di crescere e – nonostante l’età relativamente giovane per un ateneo, non ancora cinquant’anni – di affermarsi come istituzione autorevole?

I numeri parlano da soli. Di fronte ad una congiuntura demografica sostanzialmente sfavorevole, l’Università di Brescia è cresciuta in termini di iscritti di oltre il 25% nel periodo 2018 – 2025, a fronte di una crescita nazionale delle università pubbliche del 5,7%. Ma oltre al numero di iscritti (siamo giunti ad oltre 18.000 studenti immatricolati), la progressiva crescita nelle classifiche internazionali in termini di qualità della ricerca (siamo costantemente da anni tra le primissime posizioni tra le oltre 60 università pubbliche italiane) testimonia l’eccellenza dei nostri ricercatori e ricercatrici in varie aree del nostro ateneo ed in particolare nell’area delle scienze della vita. Per non rischiare di essere autoreferenziali, inoltre, sono stati di recente istituiti l’Advisory Board e l’Osservatorio per la Ricerca, composto in prevalenza da esperti ed esperte esterni/e, che potranno guidarci nelle scelte strategiche in questo settore.

Di certo, al di là di tutto, non è facile distinguersi nel panorama nazionale e internazionale dell’università. Qual è la strada da percorrere secondo lei per raggiungere lo status che nell’immaginario comune è sinonimo di garanzia, di prestigio, pensiamo a Milano, ovviamente, ma anche Pavia, Trento, Verona?

Io mi sono laureato presso l’Università di Pavia nel lontano 1983 e ben conosco il valore della tradizione ultracentenaria che impregnava i muri di ogni aula universitaria pavese. Io ritengo che l’Università di Brescia non abbia oggi nulla da invidiare ad altri Atenei comparabili per sede e bacino d’utenza. L’università cresce con la sua città, la crescita dell’una influenza e accompagna la crescita dell’altra. Purtroppo da sempre molti giovani bresciani preferiscono proseguire il proprio percorso di studio lontano da casa, fenomeno che rischia di provocare uno spopolamento intellettuale dei nostri territori. È inoltre da segnalare la grande estensione geografica del nostro territorio, con le conseguenti difficoltà in termini di mobilità che rappresentano talora un limite alla frequenza nelle nostre aule.

Tra il 2018 e il 2025 gli iscritti sono cresciuti del 25% - Foto Pierre Putelli/Neg © www.giornaledibrescia.it
Tra il 2018 e il 2025 gli iscritti sono cresciuti del 25% - Foto Pierre Putelli/Neg © www.giornaledibrescia.it

Meglio puntare su una crescita uniforme e costante di tutti i dipartimenti oppure su una disciplina d’eccellenza e il resto a corollario?

Credo che la strategia di crescita dipenda anche dalle fasi di sviluppo della vita di un Ateneo. Una prima fase di crescita omogenea tra le macro aree era – e forse è ancora – necessaria per poter offrire ai giovani del nostro territorio una valida soluzione formativa e professionale e di crescita scientifica. Potrebbe giungere nel prossimo futuro il tempo della specializzazione in settori strategici che rappresenteranno elementi caratterizzanti peculiari del nostro Ateneo e del nostro territorio, senza tuttavia perdere la nostra caratteristica di università generalista, intendendo con questo termine una università che copre differenti campi del sapere tecnico e umanistico.

Insieme con Unibs, a Brescia di prestigio c’è la Cattolica. Da rettore la vive come competitor, nel rispetto delle differenze e dell’economia di mercato, oppure accade come per i campi da golf o per la stessa stampa, per la quale vale la qualità dell’intero ecosistema informativo?

L’obiettivo comune del sistema universitario bresciano nel suo complesso è quello di elevare il livello dell’istruzione universitaria e terziaria in generale, che in Lombardia Orientale è più bassa rispetto alla media nazionale, che a sua volta è molto inferiore rispetto alla media europea. Dunque certamente prevale l’interesse dell’ecosistema educativo che tuttavia non deve limitare la naturale e giusta tendenza alla crescita individuale dei nostri Atenei, cercando punti di contatto e di collaborazione come già in essere.

Lei ha ancora due anni di mandato, se le chiedessimo di individuare le tre principali sfide che l’università di cui è Rettore dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, quali direbbe?

La sostenibilità del sistema universitario a fronte dell’inverno demografico; la crescita in termini di attrattività internazionale di studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici e docenti; la lotta alla dispersione scolastica e un ambiente di studio e di lavoro sempre più accogliente.

E se avesse risorse illimitate, quale progetto realizzerebbe domattina perché ritiene che cambierebbe il futuro dell’Università di Brescia?

Un grande centro internazionale tecnologico di ricerca traslazionale in sinergia con il tessuto imprenditoriale del territorio che attiri a Brescia ricercatori e ricercatrici da tutto il mondo

Brescia è una provincia con una forte vocazione manifatturiera. Le imprese chiedono sempre più competenze specifiche: qual è il rapporto che l’università, da sempre luogo della “cultura alta” deve avere con il mercato? Esiste un rischio di appiattimento su logiche commerciali?

È indubbio che l’allineamento della offerta formativa con le esigenze del mondo del lavoro rappresenta una problematica concreta che mi viene spesso ricordata. Soddisfare questa richiesta non è semplice per tre ordini di motivi: le richieste del mondo del lavoro sono variegate e differenti tra loro già nell’immediato; tali esigenze cambiano molto rapidamente in un mondo a veloce transizione tecnologica, rendendo difficile al sistema universitario (sottoposto a rigorosi processi di certificazione della qualità e della sostenibilità economica) farvi fronte con percorsi curriculari flessibili; il mondo del lavoro converge oggi nel richiedere competenze di natura gestionale e relazionale, le cosiddette «soft skills», più che puramente tecniche. Ciò comporta un radicale ripensamento anche del nostro modo di insegnare. Una potenziale risposta a questi ostacoli è rappresentata dai percorsi formativi post-lauream che stiamo cercando di potenziare nell’ambito della nostra Scuola di Management e Advanced Studies (SMAE)

Il suo predecessore Pecorelli (anche lui medico e in passato presidente dell’AIFA), aveva immaginato nel 2014 l’università tematica Health Wealth (vale a dire i pilastri fondamentali della salute e del benessere dei cittadini e dell’ambiente). Possiamo definirlo un progetto abortito oppure vediamo soltanto la punta dell’iceberg e in verità per questo si sta ancora lavorando?

Esistono fasi nello sviluppo di una giovane università come la nostra, che oggi vede a mio avviso prevalere la dinamica dell’università generalista per un miglior servizio al nostro territorio. Anche laddove nel futuro qualche area specifica del nostro ateneo dovesse divenire caratterizzante e particolarmente attrattiva, credo difficile che una progettualità monotematica, sebbene certamente affascinante per molti versi, possa ripresentarsi nel breve periodo.

Sostenibilità a fronte dell'inverno demografico: questa una delle sfide dei prossimi anni - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Sostenibilità a fronte dell'inverno demografico: questa una delle sfide dei prossimi anni - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Parliamo di ricerca. Quali sono i settori in cui pensa che l’università possa diventare un punto di riferimento europeo?

Ogni campo di ricerca ha ai miei occhi eguale dignità e deve essere valorizzato nei limiti del possibile. E devo dire che tutte le macro aree dell’Università di Brescia producono ottima ricerca come evidenzia il prestigioso ranking internazionale QS World University nel quale la nostra Università, grazie all’impatto della propria ricerca scientifica, entra nella top 100 mondiale e si classifica prima tra le università pubbliche in Italia. In particolare, l’area medica è oggi il settore di punta della nostra università in termini di ricerca, anche grazie al collegamento con la ASST Spedali Civili. Il collegamento dell’area Medica con l’area di Ingegneria potrebbe davvero rivelarsi vincente sia in termini didattici (al via quest’anno la nuova laurea triennale in Ingegneria medica) che in termini di ricerca, sfruttando anche l’interesse di ricerca applicativa delle imprese del territorio. Presso Economia e Giurisprudenza operano ricercatori e ricercatrici di elevatissimo valore scientifico e la sinergia tra queste due aree ha di recente portato frutti didattici e scientifici di elevato livello. Non da ultimo vorrei segnalare che molti dei nostri ricercatori e ricercatrici – in tutte le aree – figurano nella classifica stilata dalla Stanford University del 2% dei migliori ricercatori e ricercatrici al mondo. Inoltre ben 140 ricercatori e ricercatrici dell’Università di Brescia figurano nella lista dei Top Italian Scientists.

La sede di Medicina dell'UniBs - Foto d'archivio - © www.giornaledibrescia.it
La sede di Medicina dell'UniBs - Foto d'archivio - © www.giornaledibrescia.it

Una delle funzioni che ha sempre svolto l’università è quella della selezione sociale, cioè come aprire i ranghi delle così dette «élite»: rispetto a questo come l’università attuale si pone?

Sin dagli anni ’70 del secolo scorso l’università italiana ha perso la sua antica caratteristica di «università d’élite» per aprirsi ad una platea sempre più vasta di giovani provenienti da tutti gli strati sociali, anche in ossequio all’art 34 della Costituzione. Per rendere però pienamente funzionale l’apertura alla funzione di «ascensore sociale», io credo che si debba migliorare il meccanismo di cerniera tra i vari livelli di istruzione secondari e universitari. Il dialogo in questo senso è aperto con l’Ufficio Scolastico Territoriale anche tenendo presente il mix di composizione etnica e culturale che sta progressivamente caratterizzando la nostra società. In prospettiva futura, ritengo utile anche rafforzare i legami con gli ITS, gli Istituti Tecnologici Superiori, di particolare rilevo nell’ecosistema economico bresciano.

La vicenda delle molestie ha innescato quella che in termine tecnico si chiama «una tempesta perfetta», una combinazione di circostanze ed eventi negativi che si sovrappongono contemporaneamente, creando un effetto di più vasta portata rispetto alla somma dei singoli problemi. E il peggio è che ciò rischia di intaccare il buono fatto in tutti questi anni. È così oppure no? Ed è più dispiaciuto o arrabbiato?

In primo luogo sono molto dispiaciuto per il fatto che qualcuno abbia vissuto situazioni di disagio nei nostri ambienti universitari. Sono anche dispiaciuto per la tempesta mediatica e per le esternazioni pubbliche talora poco rispettose della serietà e della riservatezza con la quale questa istituzione accademica ha gestito e continua a gestire la situazione.

Vorrei specificare che l’indagine sulle molestie di genere promossa dalla nostra Università come un’azione di monitoraggio proattivo nell’ambito del mandato del Gender Equality Plan rappresenta un atto di coraggio e di trasparenza per indagare un fenomeno che nelle (poche) altre università che hanno realizzato una tale indagine aveva mostrato dati meritevoli di attenzione. I dati dell’Università di Brescia sono sovrapponibili a quelli del panorama nazionale e ci consentiranno di rinforzare le azioni preventive già in essere presso la nostra università nei confronti della componente docente, tecnico-amministrativa e studentesca. A breve parteciperemo anche al questionario promosso dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) a testimonianza della valenza nazionale del fenomeno. Un Ateneo può dirsi realmente inclusivo e sicuro solo se ha il coraggio di guardarsi allo specchio con onestà. Le criticità emerse diventeranno fin da subito la base per pianificare nuove azioni correttive mirate, percorsi di formazione obbligatoria, il potenziamento dei nostri sportelli di ascolto e un aggiornamento delle procedure di segnalazione e supporto.

Voglio ringraziare sinceramente tutte e tutti coloro che, partecipando al questionario, hanno offerto il proprio contributo per rendere la nostra università un luogo più consapevole e sicuro. Ciascuna segnalazione, ciascun dato emerso è un impegno che l’Ateneo si assume per garantire un ambiente di studio e di lavoro fondato sul rispetto incondizionato della dignità della persona.

Di certo esiste una nuova e diversa sensibilità, specialmente tra i giovani. Come ha scritto il sociologo Massimiliano Panarari sulle colonne del nostro giornale: «Quanto venti o ancora dieci anni fa veniva accettato con un sorriso amaro e disilluso o con un silenzio rassegnato, oggi viene opportunamente percepito come una violenza simbolica». Se n’è reso conto?

È necessario un progressivo cambio di cultura, che coinvolga certamente la comunità docente e tecnico-amministrativa che deve dare l’esempio virtuoso, ma anche la comunità studentesca, e per questo è fondamentale il supporto di chi opera anche nei precedenti livelli di istruzione per condividere percorsi di formazione che attraversino tutta la filiera educativa. Non si dimentichi che i nostri studenti e studentesse – 2/3 delle molestie riportate nello studio avvengono tra coetanei/e – rappresentano uno spaccato della società nel suo complesso e dunque la responsabilità della educazione al rispetto tra i generi coinvolge anche l’ambito familiare, delle scuole secondarie e, mi consenta, anche l’ambito dei mass media e dei social media.

Passiamo alla città. Se dovesse chiedere ai bresciani di percepire l’ateneo come qualcosa di «loro», cosa direbbe per convincerli?

Ogni università rappresenta un motore essenziale per lo sviluppo culturale, sociale ed economico di ogni città. L’università è il luogo di formazione della futura classe dirigente, è generatrice di reddito per l’indotto che produce anche attirando giovani, ricercatori e ricercatrici da molte parti del mondo, incentiva l’innovazione tecnologica e, non da ultimo, contribuisce in maniera rilevante alla rigenerazione urbana (basti pensare a cosa è divenuto oggi il quartiere del Carmine, anche grazie alla presenza dell’università). Provate anche solo per un attimo a immaginare oggi Brescia senza la sua università, senza le 20.000 persone che vi studiano e lavorano. Dove si formerebbero i medici, gli infermieri, gli ingegneri, i giuristi, gli economisti, i commercialisti, i farmacisti e molte altre professioni ancora? Vorrei inoltre sottolineare con forza che università e territorio si «servono» mutualmente e la crescita dell’una favorisce la crescita dell’altra e viceversa. Una crescita che tuttavia richiede inevitabilmente tempi lunghi, che contrastano con la frenesia senza tempo, e talora senza luoghi e senza ragionamento, di oggi. Vorrei terminare citando Umberto Eco: «L’università è ancora il luogo in cui sono possibili confronti e discussioni, idee migliori per un mondo migliore, il rafforzamento e la difesa di valori fondativi universali, non ordinati negli scaffali di una biblioteca, ma diffusi e propagati con ogni mezzo possibile».

Brescia dall'alto - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it
Brescia dall'alto - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it

E alle diverse istituzioni locali, alla politica, cosa si sente di chiedere? Quali sono le priorità che le piacerebbe fossero rispettate?

L’Università di Brescia, università pubblica, rappresenta il bene comune al suo massimo livello, come garantito anche dalla nostra carta costituzionale. Alla politica nazionale chiedo di considerare sempre la istruzione universitaria come un investimento e non come una voce di spesa. A chi governa la politica locale chiedo un progressivo rinforzo del tavolo di programmazione condiviso in termini di mobilità, di edilizia residenziale, di programma culturale. Ai politici che governano la Regione una sempre maggiore attenzione alle università che operano in ambiti non metropolitani e che rappresentano un fortissimo elemento di coesione territoriale per contrastare il fenomeno dello spopolamento delle aree periferiche.

In confidenza, un rettore riesce ancora ad avere contatto diretto con ragazzi e ragazze oppure è troppo preso dal suo compito? E quali sono le istanze che studenti e studentesse chiedono, cosa sta loro a cuore davvero?

Premetto che io svolgo ancora, sebbene con impegno ridotto, il mio ruolo di docente di Malattie Infettive. La attività didattica per me, figlio e marito di insegnante, è parte essenziale della mia vita e la svolgo con passione. Dunque ho ancora certamente contatto con gli studenti e le studentesse, che inoltre incontro spesso nelle loro componenti di rappresentanza. Credo di poter affermare che il dialogo con loro è franco e leale, nel rispetto delle differenze di opinioni che talora sono oggetto di confronto sempre rispettoso e fruttuoso. Io sono loro grato perché mi aiutano a non dimenticare mai – come diceva Saint-Exupéry – di essere stato giovane anche io, con le loro stesse motivazioni e con i loro stessi ideali di una educazione di qualità, accessibile a tutti. Senza tralasciare le istanze più concrete (riduzione delle tasse, del costo dei trasporti, della mensa, etc.) che certamente sono di grande importanza, quello che mi sembra di percepire è una richiesta forte di alleanza e di accompagnamento perché essi stessi imparino a costruire e difendere il loro futuro.

Quando terminerà il mandato di rettore, quale risultato le piacerebbe che studenti, docenti e cittadini ricordassero come la sua eredità più significativa?

Quando si parla di un Rettore, si pensa spesso alla parola «Magnifico». Questa parola viene dal latino e significa «colui che fa le grandi cose». Io non ho l’ambizione di fare cose straordinarie per le quali essere ricordato. Mi basterebbe essere ricordato come un Rettore «civil servant» che ha lavorato intensamente per 6 anni per il bene comune, senza tornaconti personali e per riconoscenza alla Istituzione ed alla Città che mi ha accolto quasi 40 anni or sono. Un’università che, non dimentichiamolo, vive del lavoro quotidiano e appassionato di docenti, ricercatori, ricercatrici e personale tecnico amministrativo che vorrei ringraziare per il lavoro quotidiano e silenzioso che svolgono. Forse vorrei essere ricordato come un Rettore che ha cercato di fare uscire sempre di più la propria università dai palazzi accademici per entrare nelle strade, nelle case e nelle “botteghe” della città come patrimonio inestimabile della propria comunità. Un’università che possa a tutti gli effetti un giorno essere citata con orgoglio da tutti i propri laureati e laureate come la propria Alma Mater, competente, accogliente, inclusiva e con le porte del Rettorato sempre aperte.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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