È una tentazione sottile quella che ci suggerisce di stare alla finestra, non prendendo posizione e limitandoci a riportare giorno per giorno le varie notizie, per capire dove andrà a parare la vicenda dei casi di violenza e il clima pesante all’università di Brescia.
Una scelta di prudenza seducente, motivata da considerazioni serie, a partire dai molti punti di domanda che tuttora attendono risposta, dalle indagini interne in atto, dall’impossibilità di procedere ad azioni dirette su segnalazioni anonime e in assenza di denunce circostanziate e formali. Tutte buone ragioni per sospendere il giudizio e tirare avanti.
Se lo facessimo però mancheremmo al compito più prezioso che spetta a un giornale: il coraggio di affrontare gli argomenti, specialmente i più spinosi, offrendo ai lettori non soltanto un prontuario di informazioni, bensì gli strumenti di pensiero per comprendere ciò che sta accadendo veramente. Per questo abbiamo dato voce a più posizioni, per questo anche oggi non omettiamo interventi assai critici, convinti che nascondere la polvere sotto i tappeti è il modo peggiore per risolvere le questioni.
Di nostro, quel che ci pare di cogliere, è una difficoltà estrema ad affrontare con lucidità, ma pure solerzia e rigore, una serie di avvenimenti, che presi uno a uno possono sembrare sporadici, ma che se si uniscono prendono la forma di un turbine. In una situazione così è facile puntare il dito e prendersela con i vertici dell’ateneo, tuttavia se davvero abbiamo a cuore che l’università - come chiedeva la professoressa Avanza nell’analisi che abbiamo pubblicato ieri - «accolga la volontà di trasparenza e cambiamento» dobbiamo evitare che le difficoltà oggettive diano il là ad una resa dei conti e fare quadrato affinché siano tutelati da subito i più deboli, cioè i ragazzi e le ragazze che non si sentono al sicuro.
Per farlo una ricetta semplice non esiste, trattandosi innanzi tutto della richiesta di un cambiamento di paradigma culturale, antropologico. Ecco perché quella che l’università vive ora come una ferita, può e deve trasformarsi nella capacità di tessere un nuovo «ethos», passando dalla difesa alla proposta, tracciando la rotta affinché l’intera società possa aggiornare i propri costumi e valori, cioè ciò che distingue una comunità civile dall’orda istintiva e barbara che a volte si cela anche sotto giacche e cravatte.




