Opinioni

Caso UniBs, dalle studentesse una lezione di resistenza civile

Gli studenti della Statale bresciana hanno segnalato un professore per comportamenti molesti: il modo in cui si è discusso il caso mostra come sia avvenuto un cambiamento nella sensibilità e nella cultura collettive
Uno dei chiostri dell'UniBs
Uno dei chiostri dell'UniBs

I fattacci di cui si discute in relazione al comportamento molesto di un docente dell’Università degli Studi di Brescia non sono – purtroppo – una novità. E, fatte salve le verifiche del caso, come annunciato dal Rettore dell’Ateneo, la discussione sul caso dimostra, come già anche in altre occasioni recenti, di un avvenuto cambiamento nella sensibilità e cultura collettive. Compreso l’universo accademico, per l’appunto, dove gli studenti e, soprattutto, le studentesse (le più direttamente investite in negativo dal sessismo), hanno cessato di essere spettatori passivi per farsi protagonisti di una nuova consapevolezza attiva e, giustamente, intransigente. Si tratta della corretta rivendicazione di un ambiente di studio sano, da bonificare rispetto al livello degradante della battuta sessista (e di tutti gli atteggiamenti affini e correlati).

Nel mutare dei tempi, l’Università continua ad avere una funzione pedagogica che va oltre la trasmissione di conoscenze e competenze: nella sua missione istituzionale rientra anche quella della formazione dei cittadini. Ecco perché va giustamente pretesa da noi docenti la conformità a standard etici rigorosi nelle relazioni con le giovani generazioni, che vengono infatti accusate spesso di essere troppo «sensibili». Ma non è questo il punto, che richiede idonee riflessioni su altri piani riguardanti la loro capacità di adattamento al funzionamento dei sistemi sociali e al mercato del lavoro, e non può certo essere gabellato come un alibi da parte chi non vuole aderire ai criteri di comportamento professionali scrupolosi a cui facevamo riferimento. Sotto vari profili, dunque, la rinnovata mentalità dei più giovani va considerata alla stregua di una forma di resistenza civile.

A ben guardare, l’evoluzione morale di una società non segue un percorso lineare, ma procede per strappi e prese di coscienza che, una volta acquisite, rendono estremamente difficile, se non direttamente impossibile, tornare a guardare il mondo con gli occhi di prima. Il fatto che attualmente atteggiamenti un tempo derubricati come «goliardia», «intemperanze caratteriali» o, ancora, «severità di vecchio stampo» risultino oggetto di una condanna sociale unanime non costituisce il frutto di un’improvvisa ondata di puritanesimo, ma l’esito di una maturazione di rilievo in seno al contratto sociale. Al riguardo, vi è chi urla alla «dittatura del politicamente corretto», lamentando il fatto che «non si possa più dire nulla». E se esistono, e vanno contrastati, alcuni eccessi in tal senso, la realtà risulta, tuttavia, molto più semplice (e decisamente più «salubre»): sono stati ridefiniti i confini di ciò che è accettabile e di quello che, per contro, non si rivela più tollerabile.

Quanto venti o ancora dieci anni fa veniva accettato con un sorriso amaro e disilluso o con un silenzio rassegnato, oggi viene opportunamente percepito come una violenza simbolica, perché il commento denigratorio, l’ammiccamento, il body shaming e le manifestazioni di sessismo non sono «opinioni», ma residui tossici di una sottocultura arrogante che confonde l’autorevolezza con il bullismo. Da parte di strati significativi dell’opinione pubblica si è finalmente compreso che nessun ruolo gerarchico autorizza l’arbitrio dell’invasione della sfera della dignità altrui. La società contemporanea ha messo al centro l’autodeterminazione della persona e il rispetto dell’identità attraverso la quale le persone definiscono loro stesse. Pertanto, il passaggio dal «si è sempre fatto così» all’idea che «questo non è più accettabile» rappresenta il segnale di una maturazione della collettività.

La strada è ancora lunga, naturalmente (e malauguratamente), ma anche la reazione degli studenti a UniBs testimonia di un ulteriore avanzamento nella direzione della civiltà del rispetto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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