Fu un testa a testa anche nel Bresciano. Come nel resto d’Italia. Da noi la Repubblica la spuntò per soli 63mila voti: sui 179.532 della monarchia prevalsero i 242.177 per la Repubblica, nettamente più favorita in città (la preferì il 62,5% dei votanti) che in provincia (56%). Il verdetto finale fu del 57,4% per il nuovo assetto e del 42,5% per la permanenza dei Savoia. La rinuncia al re prevalse in 98 Comuni degli allora 170 (meno di oggi: il fascismo ne aveva accorpati diversi).
Una data storica anche per la democrazia grazie al suffragio universale, con un corpo elettorale di oltre 23 milioni di cittadini alle urne: per la prima volta a livello nazionale votarono infatti anche le donne. Che anche nel Bresciano risposero con slancio al nuovo diritto riconosciuto, se è vero che si recò alle urne il 92% degli aventi diritto.
Quattro testimoni
Un clima decisamente lontano da quello che accompagna ai giorni nostri le varie consultazioni elettorali. Carico di aspettative, speranze, di un anelito di democrazia rimasto congelato per due interminabili decenni. Per restituirci il sentimento con cui nel Bresciano gli elettori – specie i più giovani – si presentarono ai seggi, abbiamo chiesto a quattro ultracentenari – tre donne, non a caso, e un uomo, tutti già 21enni e dunque maggiorenni quel fatidico 2 giugno di 80 anni fa – di raccontarci cosa rappresentò per loro recarsi alle urne.
E ritrovarsi per le mani quella scheda quantomai didascalica, creata per una popolazione in cui molti erano ancora i cittadini poco o per nulla alfabetizzati: lo scudo sabaudo da un lato e l’Italia turrita, personificazione allegorica del Paese, dall’altro. Protagoniste furono le donne, come di recente ci ha ricordato sul grande schermo il film «C’è ancora domani» di Paola Cortellesi. Le loro sono testimonianze che commuovono. E che ci richiamano al valore autentico e al debito storico del nostro vivere in una democrazia.
Silene Nolli
(di Francesca Zani)

Il 2 giugno 1946 Silene aveva compiuto 21 anni da pochi giorni e all’epoca significava essere finalmente maggiorenne. Quel traguardo le permise di entrare nella storia: fu una delle migliaia di donne che, per la prima volta, poterono scegliere tra Monarchia e Repubblica.
Oggi Silene Nolli ha 101 anni: rezzatese d’adozione e carpenedolese di nascita, conserva una lucidità e un’eleganza che non ha mai abbandonato. Quando le si chiede di quel giorno, non esita: «Andammo a votare in Comune. C’eravamo io, mia sorella e i miei fratelli. La mamma credo fosse andata con il papà. Avevamo una scheda bianca con scritto solo Monarchia e Repubblica. Sentivamo che quella decisione avrebbe cambiato la nostra vita, intorno non c’era un bel clima, ma io pensavo che quel voto fosse importante. Per me come cittadina e per noi donne, perché finalmente potevamo far sentire la nostra voce. E da allora – precisa – ho sempre votato».
La sua famiglia avrebbe desiderato che Silene lavorasse nei campi, ma lei liquidò l’idea con una frase rimasta memorabile: «La terra è troppo bassa per me». Ricorda: «Io volevo lavorare, ma non nei campi. Volevo stare davanti a una macchina da cucire». E così fu. Prima apprendista, poi giovane sposa di Amleto Azzini, fratello di quella stessa sarta, il suo unico grande amore. In seguito il trasferimento a Brescia, dove per quarant’anni ha lavorato come sarta in casa, crescendo allo stesso tempo i tre figli: Ivano, Maria Grazia e Loredana.
«A 54 anni sono rimasta vedova. Ancora oggi penso a mio marito, era un uomo gentile, capace di farmi sentire amata e unica». Da 22 anni Silene vive a Rezzato, vicino ai figli. Ha continuato a cucire fino a oltre 90 anni e forse è proprio questa passione, insieme alla sua indipendenza, il segreto della sua straordinaria energia. Vive ancora sola e si arrangia in tutto. La storia di Silene ricorda il valore profondo di quel diritto conquistato ottant’anni fa, non soltanto una scelta politica, ma l’inizio di una nuova voce per milioni di donne italiane.
Evelina Zei
(di Alessandra Portesani)

«Sette ore di coda per votare la Repubblica, quel giorno lì non lo dimenticherò mai perché ha vinto la libertà». A 105 anni compiuti il 18 gennaio, Evelina Zei conserva ancora negli occhi l’emozione della prima volta che mise una scheda nell’urna. Era il 1946, aveva 25 anni, e l’Italia usciva dalla guerra con addosso le ferite e la fame, ma anche con una speranza nuova: scegliere il proprio futuro. «C’era tantissima gente – racconta –. Si corse tutti a votare: ci dissero di svegliarci presto, così andai alle urne alle 7 e tornai a casa alle 14».
All’epoca Evelina viveva ancora a Firenze, nel quartiere del Galluzzo. L’anno dopo, nel 1947, si trasferì a Bagnolo Mella per amore. «Mio marito era militare – ricorda –. Era lì per fare le esercitazioni, noi due ci siamo conosciuti così». Ma la guerra aveva già segnato profondamente anche lui. «Partì per l’Africa ma la barca affondò prima di arrivare a destinazione. Sì salvò, ma venne fatto prigioniero. Per questo, nel 1946, lui non poté votare».
Tra i ricordi più dolorosi, Evelina conserva anche quelli degli anni del fascismo. Da giovane era stata destinata a Roma per fare la cameriera durante la presenza di Hitler in Italia, ma il destino cambiò all’improvviso la sua strada. «Ci misero in uno stanzone, volevano darmi la divisa fascista, ma io cominciai a stare male. Avevo la febbre alta. Rimasi a letto tre giorni». Evelina fu rimandata a casa. E oggi guarda a quella malattia come a una salvezza inattesa: «Per fortuna mi mandarono via perché non stavo bene. Altrimenti non so che fine avrei fatto. Le ragazze che erano con me sono sparite nel nulla».
Parole semplici, dette quasi sottovoce, che attraversano un secolo di storia italiana. Dalla guerra alla Repubblica, dalla paura alla rinascita. Nel 1948 nacque il figlio Ugo. Oggi Evelina vive ancora da sola, circondata dall’affetto della sua famiglia e dai ricordi che ancora custodisce con sorprendente precisione.
Caterina Gilberti
(di Silvia Pasolini)

Ricorda ancora le immagini di quel 2 giugno 1946 Caterina Gilberti, quando per la prima volta nella storia d’Italia le donne hanno potuto votare al referendum istituzionale. Per lei, che a novembre ha festeggiato l’invidiabile traguardo dei 101 anni, il filo della memoria è tuttora vivo. Con la sua voce chiara e ferma è una testimonianza preziosa che oggi, a ottant’anni di distanza, custodisce il senso profondo di una svolta per l’intero Paese.
Caterina è nata a Maclodio il 5 novembre 1924, ma si trasferì a Mairano subito dopo il matrimonio, appena ventenne. È qui che ha messo radici profonde ed è diventata un volto storico della comunità all’interno della nota osteria del paese insieme al marito Gino. Un bar frequentato soprattutto da anziani. A Mairano ha vissuto fino a qualche mese fa, prima del recente trasferimento nella Rsa di Orzinuovi. Ed è proprio a Mairano che in quella domenica del 2 giugno 1946 la signora, allora ventunenne, l’età minima a quel tempo per scommettere sul futuro del Paese, ha provato l’emozione del debutto del voto in rosa.
«Il seggio era stato allestito in Comune. Mi ricordo tanta gente, c’erano molte donne con i bambini, ragazze, giovani spose. Sono rimasta in fila molto tempo prima che toccasse a me. Ci eravamo tutte vestite a festa, perché l’appuntamento era importante. Eravamo felici e agitate per quella prima volta. Tutte avevamo voglia di votare» racconta. La vera spinta al voto per lei è arrivata però dalle parole nette pronunciate da suo padre la sera prima: «Uscivamo dal fascismo e dalla guerra. Vota Repubblica, Caterina, mi ha raccomandato il mio papà. Non il re. Noi vogliamo la libertà. Il re vuole solo comandare. Ricordo ancora bene queste parole». Un’esortazione chiara, che Caterina ha tradotto in azione dentro la cabina elettorale, quando ha sbarrato il simbolo: «Ho votato la Repubblica. E sono stata contenta».
Attilio Picinelli
(di Umberto Scotuzzi)

«Sono stato milite per quattro anni in Russia sul fronte. Mi sono salvato più volte la pelle. Come non potevo non votare per la Repubblica?». La scelta di campo di Attilio Picinelli di Gottolengo, 104 anni portati come un ragazzino, è stata netta fin da subito quel 2 giugno di 80 anni fa. «Non ho avuto esitazione alcuna su dove porre la mia croce al referendum: sul voltare pagina». Per lui, quelle del 1946, erano le seconde elezioni della sua vita: dapprima per il sindaco, con la vittoria di un primo cittadino targato Pci; poi, quella più importante «per mandare a casa il re e scrivere una pagina nuova per il nostro Paese».
Di quel giorno, e di molti altri che lo precedettero e lo seguirono, conserva lucidissimi ricordi che alcuni anni fa ha messo nero su bianco nel libro «Se la valigia è vuota». Una testimonianza che si apre il 22 marzo 1922, anno di nascita nella campagna di Alfianello per poi trasferirsi, all’età di 7 anni a Gottolengo; e prosegue raccontando «la vita di miseria e di fame» sperimentata da bambino; le asperità e le atrocità della guerra, in particolare gli anni della campagna di Russia.
E poi i 23 anni (dal 28 novembre 1946 a 1969) nelle miniere in Francia, al confine con il Belgio: «Anni di duro lavoro, vissuti nelle baracche costruite dai tedeschi, avendo come “vicino” di casa il cimitero attiguo alla fabbrica». Una vita di duri sacrifici e lavori, «senza però mai perdere la fiducia nella speranza e nei giovani», ci racconta mentre è amorevolmente assistito dalle nipoti e dalla badante.
«Il 2 giugno rappresenta per me il voltare pagina, il lasciarsi alle spalle la mancanza di libertà che il Fascismo con la complicità del Re aveva tolto agli italiani e scrivere nuovi orizzonti. Certo che il referendum assegnasse la vittoria alla Repubblica non la avevo. Ma quando ho visto gli esiti della consultazione, ho tirato un grande sospiro. Eravamo davvero liberi».



