Guardo Camilla e riconosco i suoi fantasmi. Quelle come lei, per tanto tempo, sono state considerate un po’ matte, a volte anche vanitose e superficiali. Qualche ragazzo, ma tantissime ragazze e donne che si guardano allo specchio e si vedono brutte, grasse, ingombranti. Enormi, ma invisibili. Fanno fatica a non mangiare, ma se lo impongono. Oppure si abbuffano, quasi come avessero bisogno di riempire delle voragini dentro di loro e poi si disprezzano fino a vomitare tutto.
I disturbi del comportamento alimentare non sono capricci. Se fossimo nella testa di chi si ammala, lo capiremmo bene: ragazze e ragazzi che sembrano forti, ma che hanno un sacco di paure; amano tenere tutto sotto controllo, non solo il loro peso, perché hanno il terrore di soffrire; hanno scelto il modo più silenzioso per farsi vedere: sparire. Perché non vogliono far del male a nessuno, ma solo punire loro stessi.
Non è l’estetica del loro corpo a complessarli, quella è solo la confezione della loro malattia, è solo la maschera che li fa passare anche per superficiali. Non c’entra niente. Sono solo esseri umani, fragili, complessi e tormentati.
Camilla
E Camilla Menichini è una di loro. E la sua storia comincia a San Vigilio, una frazione di circa duemila abitanti del comune di Concesio, in provincia di Brescia. Primogenita di Francesca e Riccardo, sorella di Giacomo.
Siamo nel giugno del 2019. Camilla è una ragazzina vivace, socievole, con qualche insicurezza come tutte le sue coetanee. Ha 12 anni e sta sperimentando i primi cambiamenti del suo corpo: «Ero al grest e il mio corpo stava cominciando a cambiare – racconta –. Non ero una persona in carne, sono stata sempre abbastanza asciutta, ma quell’estate un commento di troppo ha cambiato tutto. Poi è arrivato il Covid e stare da sola mi ha fatto peggiorare. Mi guardavo allo specchio e pensavo: non mi piacciono le gambe, la pancia, i capelli, non mi piaccio io. Ad una mia amica ho detto: “Sono tutti felici di stare a casa e non vedere le persone che non sopportano, ma io la persona che odio di più ce l’ho sempre con me: sono io”».
Camilla si guarda allo specchio e si vede tutta sbagliata. Niente di quello che vede le piace. Non è simpatica, non è intelligente, nemmeno spiritosa. Lo vede allo specchio. È lì davanti a lei: «Io pensavo che tutti i miei problemi anche il senso di inadeguatezza, di tristezza, erano legati al fatto che il mio corpo non andava bene. Tutto quello che non mi faceva stare bene era legato al corpo, tutto quello che mi faceva essere triste era legato a quello. Così pensavo: “Sarei felice se…fossi più magra. Piacerei di più alla gente se…fossi più magra. Anche la simpatia, sarei più simpatica se… fossi più magra. Anche cose non collegate. Lo so bene anche io che lo specchio non può riflettere il carattere».
33 chilogrammi
Camilla smette di mangiare. In otto mesi, la ragazzina snella, alta più di un metro e 70, dai 45 chilogrammi passa a pesarne 33: «Avevo ragionato che non si poteva far di colpo, perché sarebbe stato palese, si sarebbero accorti e poi non si riesce da un giorno all’altro a smettere di mangiare, così avevo iniziato gradualmente, togliendo un pezzo di pane, fino a non mangiare più carboidrati. C’erano giorni in cui mangiavo solo una mela e bevevo una tisana. Mi fermavo a pranzo con le amiche dopo scuola così non mangiavo e i miei genitori non lo sapevano, era un problema in meno per me».
E così arriva la parte più tremenda della storia. Con Camilla che arrabbiata combatte contro tutti. Dentro di lei un vortice di emozioni, ma soprattutto l’odio per chi le vorrebbe impedire di continuare a non mangiare: «La situazione era diventata grave, a livello fisico stavo morendo davanti ai loro occhi – racconta –. Passavo le giornate a dormire perché non avevo le forze per fare altro. I miei genitori mi hanno portato da una prima psicologa, ma non parlavo, alla fine mi hanno portato da un dottore: se non ci fosse stato lui io non sarei qua».
Il ricovero
Controvoglia. Urlando. Non guardando più in faccia nessuno. Con tutta la rabbia che quella decisione presa da altri al posto suo, le procurava, Camilla viene ricoverata nel reparto di Neuropsichiatria infantile del Civile di Brescia: «Ci avevano confiscato le cose, gli oggetti proibiti come carica batterie, saponi, tante cose. Quella camera, l’unica singola, l’abbiamo chiamata suite: aveva le inferriate alle finestre, il letto con le cinghie, e la telecamera 24 su 24. Tutte mattine mi pesavano, con la bilancia al contrario, coprivano i numeri perché anche quella del peso era diventata un’ossessione: mi pesavo 10-12 volte al giorno, avevo una routine rigidissima. Non sapere il peso mi dava ansia».
Centoventotto giorni. È il tempo che Camilla passa in ospedale. E con lei anche sua mamma Francesca, distrutta dal dolore e dal senso di impotenza. «Io mi sentivo in colpa per mia mamma perché sapevo che vedermi con il sondino nel naso la faceva sta male. Ma non mi bastava a cambiare idea. Ho tenuto il tubicino al naso per tre mesi e mezzo. Ancora oggi ho questo taglietto nella narice destra e ogni anno mi brucia e mi dà fastidio a ricordarmi “memento non tornare lì”».
Prigioniera
«Credo nel sole anche quando piove». Lo scriveva nel suo diario Anna Frank. Mentre la vita fuori continuava e lei era costretta a trascorrere i suoi giorni chiusa in una stanza nascosta dietro una finta libreria. Anche Camilla era prigioniera. Prigioniera della sua mente e delle sue paure.
«In quel momento io vedevo tutto buio, non c’era possibilità, non vedevo un’uscita, però papà mi diceva che anche nei giorni brutti c’è sempre il sole, inteso come speranza di riuscire a farcela. Quello è stato il mio mantra durante tutto periodo, e mi ha spinto nei giorni in cui facevo più fatica a dirmi. Son questi i motivi per cui voglio uscire: la mia famiglia, i miei amici e il mio cane. Certi giorni mi sbattevo la testa contro l’armadio dalla frustrazione: erano crisi paragonabili a quelle di astinenza per un tossicodipendente».
Il passo
Ad un certo punto però Camilla con uno sforzo immenso fa il passo giusto. La terapia, l’amore della sua famiglia e soprattutto il suo grande coraggio, le consentono di cominciare il percorso di guarigione. «Stavo buttando via la mia vita, ho ricominciato gradualmente a mangiare. Non è stato facile dire a me stessa “puoi permetterti di farlo”. Anche oggi ci sono momenti che mi dico mollo tutto, ma un momento no, non rappresenta una vita sbagliata».
I disturbi alimentari sono malattie che non se ne vanno facilmente. Bisogna dirlo: chi ci finisce dentro dovrà combattere per tutta la vita contro quella fastidiosa vocina nella testa. Ma si può stare bene. Il cibo non sarà mai l’amico prediletto, nemmeno lo specchio, né la bilancia. Ma si puo stare bene: «La bilancia a casa mia non esiste, lo specchio certe volte riflette la fierezza di come ero e come sono ora, ci sono momenti in cui non mi vedo abbastanza magra, bella, simpatica. Con la psicologa ho imparato a isolare quei momenti: non è giornata, non mi guardo. Ci sono cose che preferisco non mangiare, niente Nutella, burro, sono sempre molto attenta, ma mi permetto anche di ascoltarmi, se ho più fame posso mangiare qualcosa di più».
Insomma Camilla ha imparato sulla sua pelle quello che diceva il filosofo Aristotele: «Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono».



