Storie

A Brescia ci sono fossili di 240 milioni di anni fa: ecco dove trovarli

Milioni di anni di storia della Terra sono ancora visibili nel Bresciano: qua e là, dalla città alle valli, si scovano ammoniti, orme di rettili e addirittura fossili marini
Giulia Camilla Bassi
Un fossile trovato durante un'attività del Museo di Scienze Naturali di Brescia - Foto Facebook
Un fossile trovato durante un'attività del Museo di Scienze Naturali di Brescia - Foto Facebook

Guardare le pietre può raccontare tante storie inaspettate e, a Brescia, può bastare abbassare gli occhi su una lastra di calcare o osservare con attenzione un muro per scoprire che, molto prima dei popoli come Romani e Longobardi e persino delle montagne – le Alpi come le conosciamo oggi – qui nuotavano liberamente ammoniti e altri organismi marini. I fossili, infatti, non sono confinati nelle teche dei musei o in polverosi scaffali, ma in tutto il bresciano affiorano nelle montagne, sono imprigionati nelle rocce utilizzate per costruire la città e, in alcuni casi, possono trasformare un’escursione in una piccola caccia al tesoro.

Alcuni fossili al Museo delle Scienze Naturali di Brescia - Foto Facebook
Alcuni fossili al Museo delle Scienze Naturali di Brescia - Foto Facebook

In Castello

Il primo posto in cui cercarli è sorprendentemente vicino: il Castello di Brescia. Nei giardini attorno alla Specola Cidnea, infatti, sono visibili fossili di ammonite tanto che, negli anni, Fondazione Brescia Musei e Museo di Scienze Naturali hanno organizzato proprio qui percorsi dedicati alla loro osservazione. Non è una presenza casuale. Le Prealpi bresciane conservano una successione di rocce marine del Giurassico, particolarmente ricca di ammoniti: parliamo di circa 200 milioni di anni fa, quando il territorio aveva un aspetto completamente diverso da quello attuale e gran parte di quest’area era occupata dal mare. Gli specialisti hanno studiato queste rocce in una fascia che si estende da Botticino e Serle, fino al lago d’Iseo, riconoscendo oltre settanta forme appartenenti alle faune del Giurassico inferiore.

E qui gioca la sua parte anche la pietra più bresciana di tutte, il Botticino. Non tutti sanno, infatti, che – dal punto di vista geologico – non è un vero e proprio marmo, ma piuttosto un calcare sedimentario formatosi in ambiente marino. E nelle stesse aree di Botticino, Virle e Rezzato affiorano anche altri calcari del Giurassico inferiore utilizzati fin dall’antichità come pietra da costruzione. Tra questi c’è l’Encrinite di Rezzato, ricca di resti fossili. Studi condotti sui materiali lapidei conservati a Santa Giulia hanno riconosciuto crinoidi e ammoniti, alcune delle quali con sezioni di circa 12 centimetri. È anche per l’utilizzo di queste pietre nelle costruzioni cittadine che una passeggiata in centro storico può trasformarsi (almeno potenzialmente) in un piccolo safari paleontologico per un occhio allenato.

Aguzzate la vista: il fossile è tra le due finestre del Duomo vecchio - © www.giornaledibrescia.it
Aguzzate la vista: il fossile è tra le due finestre del Duomo vecchio - © www.giornaledibrescia.it

Per conoscere la storia geologica bresciana in modo sistematico, però, il punto di riferimento resta sempre il Museo Civico di Scienze Naturali di via Ozanam, le cui collezioni di Scienze della Terra comprendono raccolte paleontologiche in larga parte provenienti proprio dal territorio. Al momento, però, l’esposizione è sospesa per i lavori di rifunzionalizzazione, in attesa del nuovo allestimento.

In Valcamonica

Per trasformare invece la ricerca dei fossili in un’escursione bisogna salire in Valcamonica. Il massiccio della Concarena, tra Cerveno e Ono San Pietro, si configura come un vero e proprio museo all’aperto. Sulle sue pendici sono presenti fossili vegetali e coralliferi, testimonianza di un ambiente completamente diverso dall’attuale, fatto di mari caldi e limpidi e di aree simili a isole tropicali. Un punto d’accesso è il Rifugio Baita Iseo, da cui il sentiero 162 sale verso il passo dei Campelli. Il primo tratto è alla portata di molti escursionisti: in circa mezz’ora conduce al laghetto di Nuadè, a 1.480 metri, lungo un breve itinerario. Proseguendo fino al Passo dei Campelli, a 1.892 metri, il percorso diventa invece una vera escursione di montagna: dal rifugio occorrono circa due ore e si superano oltre 500 metri di dislivello, con classificazione E - Escursionistico. Il sentiero attraversa anche i pendii detritici della Concarena, senza però presentare le difficoltà tecniche proprie degli itinerari per escursionisti esperti.

Scendendo verso il lago d’Iseo, a Zone, le tracce lasciate dal passato assumono invece una forma diversa. In località Madonna del Disgiolo, lungo l’Antica Strada Valeriana, una parete rocciosa formatasi nel Triassico superiore, circa 220 milioni di anni fa, conserva una settantina di impronte fossili disposte in cinque piste. A lasciarle furono arcosauri, grandi rettili quadrupedi appartenenti al gruppo da cui sarebbero derivati anche dinosauri e coccodrilli. Le orme, considerate tra le più grandi e meglio conservate d’Italia, permettono di immaginare animali lunghi tra i due e i sei metri che si muovevano in un ambiente molto diverso dall’attuale. Il sito si trova a circa 800 metri di quota e si raggiunge lasciando l’auto nei pressi del cimitero di Zone e seguendo per circa un chilometro, una ventina di minuti a piedi, le indicazioni dell’Antica Strada Valeriana.

In Valtrompia

Anche la Valtrompia ha una lunga storia paleontologica. Il Monte Domaro, nei pressi di Gardone Val Trompia, è una località conosciuta dagli studiosi fin dall’Ottocento per l’abbondanza dei suoi fossili. Proprio da questo monte deriva il nome «Domeriano», utilizzato in geologia per indicare una suddivisione del Giurassico inferiore: nel 1894 il geologo Guido Bonarelli scelse infatti il Domaro come località di riferimento per rocce particolarmente ricche di cefalopodi, insieme a brachiopodi, gasteropodi, bivalvi ed echinodermi. Non è però un sito turistico attrezzato nel quale sia semplice andare alla ricerca dei reperti; per osservarli più comodamente ci si può spostare poco lontano, a Lumezzane, dove la Collezione Pascarella nel Planetaio raccoglie un piccolo campionario della storia della vita sulla Terra: ammoniti, trilobiti, coralli, gasteropodi, echinoidi, fossili vegetali e pesci. Nei mesi di settembre e ottobre la raccolta è visitabile anche la domenica pomeriggio e in alcuni orari serali.

In Valsabbia

Per fare un salto molto più vicino a noi nel tempo bisogna invece dirigersi verso la Valle Sabbia. Il Museo Archeologico di Gavardo conserva una sezione dedicata alla paleontologia e alla fauna del Pleistocene, con reperti provenienti dalle grotte del territorio. La storia stessa del museo comincia proprio da qui: nel 1954 il Gruppo Grotte Gavardo nacque dall’iniziativa di quattro amici impegnati nell’esplorazione, con interessi soprattutto paleontologici, del Buco del Frate di Prevalle.

La cavità ha restituito un insieme eccezionale di resti animali, tra cui migliaia di ossa fossili di lupo, per la maggior parte ben conservate. Nelle sale di Gavardo si incontrano anche l’orso delle caverne, la iena delle caverne, il ghiottone e altri animali che popolavano il territorio durante le fasi più fredde del Pleistocene. Il museo è aperto durante la settimana dalle 9 alle 13 e la domenica pomeriggio, dalle 14.30 alle 18.30.

Uno scheletro di orso preistorico
Uno scheletro di orso preistorico

Ma forse il luogo che più di ogni altro rende evidente quanto il bresciano sia importante per gli studiosi della storia della Terra si trova a Bagolino. Nell’alveo del Caffaro, appena a valle del ponte di Romanterra, affiorano strati di roccia depositati sul fondo di un mare del Triassico medio. Tra calcari e livelli di origine vulcanica si trovano ammonoidi, gusci di bivalvi, resti di pesci e persino ossa sparse di ittiosauri, rettili marini che vivevano nei mari mesozoici. Al microscopio compaiono inoltre minuscoli fossili di radiolari e conodonti. Le tracce conservate nelle rocce raccontano un ambiente marino relativamente profondo, nell’ordine di cento-duecento metri, mentre frammenti carboniosi di piante testimoniano la presenza non troppo lontana di terre emerse ricoperte di vegetazione.

Romanterra, tuttavia, non è importante soltanto per i suoi fossili. Qui si trova uno dei cosiddetti «chiodi d’oro» della geologia mondiale. Nel 2005 la sezione di Bagolino è stata infatti riconosciuta ufficialmente come Gssp, Global Boundary Stratotype Section and Point, per la base del Ladinico: in sostanza, è il punto di riferimento internazionale utilizzato dagli studiosi per identificare nelle rocce il passaggio tra due suddivisioni del Triassico medio, l’Anisico e il Ladinico. Oggi la scala cronostratigrafica internazionale colloca l’inizio del Ladinico a circa 241,5 milioni di anni fa. E il «chiodo d’oro» non è soltanto un modo di dire: una piccola borchia dorata inserita nella roccia indica materialmente il livello scelto come riferimento per quella pagina della storia del pianeta. Il sito di Romanterra si trova a circa quindici minuti a piedi dal centro di Bagolino ed è stato attrezzato con materiali divulgativi che permettono anche ai non specialisti di comprendere ciò che affiora lungo il Caffaro. C’è però una variabile da tenere presente: proprio perché la sezione geologica si trova nell’alveo del torrente, dopo periodi di piogge abbondanti alcune parti possono essere sommerse.

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