Il nuovo Rigamonti è stato immaginato nei cieli di Brescia, e per ora c’è rimasto. Lì e in qualche faldone all’interno di palazzo Loggia, dove venne depositato uno studio di fattibilità nel 2017. A elaborarlo fu lo studio Crew, ventitreesimo piano del Crystal Palace. Lamberto Cremonesi ne è il fondatore e il presidente. Ci accoglie all’ingresso e ci conduce nel suo ufficio. Due vetrate ampie danno sulla città.
Da lassù si scorgono i palazzi di Brescia Due, le forme armoniose del Duomo, l’imponenza del Castello. Dopo qualche convenevole si va dritti al punto: «Nel 2017 progettammo lo stadio e ci farebbe piacere poter contribuire anche in futuro. Io però non ho intenzione di sollecitare nessuno, tantomeno la proprietà dell’Union Brescia. Ritengo che un eventuale coinvolgimento debba nascere da una loro libera iniziativa». Non è dato sapere se qualche interlocuzione con Pasini, in tempi più recenti, ci sia stata. Questo è un punto che Cremonesi preferisce non commentare.

Come andò all’epoca
Nel 2016 il Brescia incarica lo studio Crew di elaborare una progettazione preliminare architettonica, strutturale e impiantistica del nuovo stadio. L’intero processo dura all’incirca nove mesi. Il progetto piace e il contratto viene firmato dall’allora presidente Triboldi e dall’amministratore delegato Sagramola. In Comune viene depositato uno studio di fattibilità, i costi del progetto (solo per il nuovo impianto) vengono quantificati in circa 25 milioni di euro. Non si va oltre. Perché? Nel frattempo la proprietà del Brescia è cambiata: a Cellino il progetto di Cremonesi non interessa. Lo studio Crew esige il pagamento previsto dal contratto e si vede accogliere la richiesta di decreto ingiuntivo dal tribunale civile di Brescia. L’imprenditore sardo perde questa battaglia legale e versa quanto deve.
Come sarebbe stato
Il nuovo Rigamonti, per com’era stato immaginato, sarebbe dovuto sorgere su un podio. Proprio come il futuro San Siro (o il Generali Stadium), presentato giovedì da Inter e Milan al Castello Sforzesco. Avrebbe avuto una capienza iniziale di circa 12.000 posti, ampliabile fino a 16.000 (nel senso che la struttura, qualora ce ne fosse stato bisogno, avrebbe già avuto tutte le caratteristiche strutturali per incrementarla). Gli spalti erano stati progettati vicinissimi al campo: «Con una distanza minima, quella prevista dalle norme sulla sicurezza», precisa Cremonesi. Che poi fa una confessione: «Oggi cambierei un aspetto: renderei le tribune più inclinate».
La stessa direzione presa da Manica e Foster + Partners, i due studi che hanno in mano la partita del futuro San Siro. Il nuovo Rigamonti sarebbe sorto a Mompiano, sulle ceneri di quello attuale. Nelle previsioni i lavori sarebbero durati poco più di due anni, da maggio 2019 a settembre 2021. In quelle due stagioni il Brescia avrebbe continuato a giocare a Mompiano: l’impianto sarebbe stato costruito pezzo per pezzo, un po’ come accadde a Bergamo. E soprattutto avrebbe aderito ai requisiti Uefa di categoria 4, quelli previsti per ospitare le partite di Champions fino alle semifinali.

Non solo partite
L’idea di fondo, ci racconta Cremonesi, era quella di «non progettare semplicemente un nuovo impianto sportivo, ma utilizzare lo stadio come innesco per la riqualificazione di un intero quartiere». L’area di intervento si estendeva per circa 115.000 metri quadrati, e comprendeva il centro natatorio, la metropolitana e il parco Castelli: «La riconversione dell’antistadio in verde pubblico, la valorizzazione degli spazi pedonali, il possibile ampliamento del lido della piscina comunale e l’inserimento di servizi di quartiere costruivano un vero progetto urbano, non limitato all’edificio sportivo», dice ancora il presidente di Crew.
Multifunzionalità: è attorno a questo concetto che si sviluppava tutto il resto. Lo stadio avrebbe potuto ospitare concerti e altri eventi. Uno spazio da vivere sette giorni su sette, non soltanto durante le partite: «Il progetto prevedeva infatti circa 8.500 metri quadri di superfici integrate, destinate a servizi, attività commerciali, ricettive, direzionali e altre funzioni urbane, con parcheggi utilizzabili quotidianamente e riservati allo stadio».

Il tema chiave sono ovviamente gli introiti. San Siro avrà dagli 8.000 ai 13.000 posti hospitality (quelli più esclusivi) su 71.000. Sono quelli che gonfiano di più gli incassi da botteghino, e non per caso la loro presenza è molto più diffusa negli stadi moderni rispetto al passato. Nel nuovo Rigamonti erano state immaginate vaste aree hospitality, lunghe file di sky box, persino un ristorante con vista campo. Tutte attività finalizzate a far impennare i ricavi nella fruizione quotidiana dello stadio e di tutto ciò che gli ruota attorno. «Uno degli elementi fondamentali della proposta, per noi, era la rimozione delle barriere esterne dello stadio e la creazione di un grande basamento. Avremmo così aperto l’impianto verso la città».
I costi
Per l’epoca, quasi dieci anni fa, si era ipotizzato un investimento di 25 milioni soltanto per lo stadio. Oggi si stima che i costi possano triplicare. Lo studio Crew ha lavorato alla progettazione dell’Al Bayt di Doha, impianto da 70.000 posti, uno dei protagonisti dei Mondiali in Qatar vinti dall’Argentina. Una struttura da novecento milioni di euro. Dimensione irraggiungibile per il Brescia, che sotto la gestione Sagramola scelse comunque di rivolgersi a uno degli studi di progettazione multidisciplinare più rinomati su piazza (Cremonesi ha lavorato pure al nuovo stadio, mai realizzato, del Milan a San Donato).

Le attenzioni dell’Union oggi convergono sul nuovo centro sportivo a Buffalora, ma la questione stadio prima o poi andrà affrontata. Il club di Pasini ha firmato con il Comune un contratto di concessione del Rigamonti fino al 2029. Proprio quell’anno l’impianto compirà settant’anni, e la Soprintendenza sarà legittimata – se riterrà che vi siano le condizioni – a porre un vincolo culturale sull’impianto di Mompiano. Giocare d’anticipo è vitale per mettersi al riparo da brutte sorprese.




