Tornei notturni: quando appartenenza e passione vanno oltre i gol

C’è tutto un mondo che gira intorno a Polpenazze, Mezzane, Maclodio e ai vari appuntamenti che animano la provincia bresciana. Abbiamo provato a viverlo e a raccontarlo
Gianluca Magro

Gianluca Magro

Caposervizio

I volontari a Mezzane
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I volontari a Mezzane

«Sai cosa ti dico? Non vedere per l’ennesima volta l’Italia al Mondiale è davvero brutto, però guarda quanta gente c’è stasera al campo. Alla fine per noi non è poi un male così grande».

Quasi di nascosto, sussurrata sugli spalti o tra i tavoli, la frase gira in queste sere nei tornei notturni bresciani. Tanti, tantissimi. Frequentati, frequentatissimi. Chi li organizza ormai (ahimè) ci ha fatto l’abitudine a non tifare per gli azzurri alla Coppa del Mondo, ma tirando le somme ciò evita di spostare partite, fermare serate. Perché, onestamente, non ci sarebbe confronto. Così invece è tutto più facile: magari si evita di far coincidere le finali, il resto tutto fila via che è una meraviglia, meteo permettendo.

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Ma cosa c’è dietro i tornei che animano buona parte dell’estate bresciana, dalla Bassa alle Valli, dal Garda al Sebino fino ad arrivare ad Idro? Passione è la prima parola che viene in mente. Perché ok, ci sono gli sponsor che investono migliaia di euro per assemblare le squadre e giocatori che con i vari gettoni ci fanno le vacanze, ma se si osserva bene, per dirla alla Matia Bazar, «c’è tutto un mondo intorno» che fa girare l’ingranaggio.

Vale per Polpenazze come per Maclodio, per Mezzane come per Caino e via così, viaggiando nella vasta provincia bresciana: senza la passione di centinaia di volontari lo show non potrebbe mai alzare il sipario per più sere alla settimana.

I volontari di Polpenazze
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I volontari di Polpenazze

Attenzione, non passi inosservata la parola volontari: nessuno si intasca un euro (la ricompensa è la grande festa finale), ma allo stesso tempo ognuno di loro ci tiene ad essere presente. E chi organizza sa che non possono, non devono mancare. Per il semplice fatto che il fischio d’inizio delle partite è solo la fine di un viaggio che, in ogni giornata del torneo, inizia al mattino.

C’è ci si occupa degli ordini per lo stand gastronomico e poi aspetta i fornitori; c’è chi, come si dice in gergo, tira le righe del campo e lo fa nei ritagli di tempo, o appena finisce il turno di lavoro. C’è chi sta in cucina, chi al bar, chi serve ai tavoli, chi stacca il biglietto d’entrata. C’è l’indispensabile speaker e chi tiene il punteggio su tabelloni più o meno luminosi. Eccola una parte di quel “mondo intorno” a cui non si può rinunciare.

Il gol? A volte un dettaglio

E poi il pubblico, ogni sera numerosissimo. Ci sono quelli che arrivano presto, si siedono sulle tribune, non si perdono un solo istante delle varie partite, si alzano solo all’ultimo triplice fischio. Sui gradoni spesso fidanzate e mogli, talvolta qualche figlio ma solo se papà non gioca l’ultimo incontro, solitamente intorno alle 22.

I volontari di Maclodio
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I volontari di Maclodio

E poi ci sono i tantissimi che al campo ci vanno per abitudine, per fare due chiacchiere, per cenare, per rivedere quegli amici che tornano al paese solo per il torneo. La partita è un dettaglio, un contorno al pari delle patatine fritte, un sottofondo: se qualcuno segna si gira la testa soltanto perché si sente altri applaudire.

Qui sta la differenza, forse il bello di queste estati pallonare: i tornei rappresentano una fantastica occasione di aggregazione a prescindere dalle partite e allo stesso tempo sono motivo di grande orgoglio, di appartenenza per il paese.

Vero, Polpenazze è una fantastica macchina organizzativa, un orologio che ha ingranaggi perfetti anche per i numeri che fa per quasi due mesi tre volte a settimana. Ma il discorso vale anche per loro come per Maclodio, Mezzane e i tanti altri paesi: c’è una comunità che si muove, che si mobilita, che si mette a disposizione, perché il torneo va oltre il concetto di calcio. In molti casi è paragonabile solo alla festa del patrono.

Appartenenza

Tutta la comunità è coinvolta, dal ragazzino che serve ai tavoli all’anziano che per esperienza sa come si cuoce in maniera perfetta la salamina o la costina. Così un intero paese si trasferisce al campo, che in alcune occasioni è pure dentro l’oratorio. Si sorride, si lavora ovviamente, spesso ben oltre l’ultima partita: perché tutti i giocatori non se ne vanno senza un panino o almeno una presa di spiedo.

E allora sì, il Mondiale senza l’Italia ha sempre il suo fascino, ma è un po’ meno bello. Provate però a immaginare cosa sarebbe un’estate bresciana senza i tornei notturni. Che noia, che fastidio….

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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