David Moss arriva a Brescia da free agent, dopo un biennio all’Olimpia Milano, e deve ancora compiere 33 anni. È la primavera del 2016, il Basket Brescia Leonessa gioca in A2. La prima al San Filippo è il 3 aprile contro Recanati (successo bresciano 73-66). Al termine di interminabili play off la squadra di Andrea Diana avrebbe conquistato la promozione nel massimo campionato.
La sua ultima partita da giocatore (ruolo ala piccola) ha luogo il 7 maggio 2023 ed è un ricordo amaro. La squadra biancoblù, divenuta nel frattempo Pallacanestro Brescia, perde a Scafati l’ultima di regular season. Avanti 82-65 al 30’, la Germani subisce la travolgente rimonta dei campani (che devono salvarsi): finisce 92-88 per i campani. Per Brescia significa eliminazione dai play off. Si chiude peraltro un anno pazzesco, il cui punto più alto è la vittoria della Coppa Italia (Moss, da capitano, alza il trofeo) il 19 febbraio, a Torino (Virtus Bologna sconfitta 84-76). La sua nuova vita, la seconda, a Brescia inizia ufficialmente il primo ottobre 2023.

L’americano di Chicago ha da poco compiuto quarant’anni e debutta nel ruolo di player development coach nello staff di Alessandro Magro (vittoria su Pesaro al PalaLeonessa 81-79). Il suo compito è quello di lavorare individualmente con i giocatori, contribuendo al miglioramento delle loro qualità tecniche. Ricopre questo ruolo per quella stagione e per le due successive, negli staff di Peppe Poeta (2024-2025, Brescia è vicecampione d’Italia) e Matteo Cotelli (2025-2026). Sempre a livello di debutti ufficiali, l’ultimo – quello della sua terza vita a Brescia – ha avuto luogo lo scorso 27 settembre. Moss, dopo aver acquisito l’apposito patentino, a 43 anni (li compie il 9 settembre) è assistente allenatore di coach Marco Calvani nell’A2A Leonessa Brescia, nata dopo il terremoto estivo, che gioca la prima di campionato a Vicenza (vittoria 84-73).
Moss, questa è davvero la sua terza vita cestistica a Brescia. Come le pare, fin qui?
Diversa da tutte le altre. Guardo la pallacanestro da allenatore. Serviranno un altro corso e un altro esame, ma a lungo termine, essere head coach rimane il mio sogno. Oggi sono assistente. Sto cambiando, pure nel modo di fare, anche se non voglio perdere la mia anima e il mio approccio, che è quello di un giocatore che ha smesso da non molto. Mi occupo tuttora di sviluppo dei giocatori, ma le mie giornate in palestra sono piene anche di altro.
Di cosa?
Calvani mi aiuta molto e mi mostra un altro modo di lavorare. Passo davvero tanto tempo al PalaLeonessa. Guardo le partite degli avversari, mi occupo anche della parte tattica, posto che ci sono già due assistenti, ossia il vice Giuseppe Di Manno e Gianmarco Cremona.
È a Brescia da dieci anni. La lega a questa città anche il fatto che suo figlio Mattia è nato e sta crescendo qui?
Ha sette anni, il 26 novembre ne compie otto. Gioca a calcio e a basket. A quell’età praticare due sport può essere davvero un grande vantaggio. Lui è la mia ragione numero uno per tutto, anche per la mia scelta di vivere e lavorare a Brescia, che resta comunque la mia casa per tante ragioni, non solo sportive. Voglio stare il più possibile vicino a Mattia e voglio vederlo crescere. Dovessi andare via da Brescia vorrei rimanere comunque in Italia. O in Europa. Non posso allontanarmi troppo.

Dopo tanti anni di serie A da giocatore e player development coach e, più in generale, dopo una carriera ai vertici, la serie B Nazionale che effetto fa?
Di sicuro è una realtà diversa, ma l’aver giocato due anni nel Cxo Ospitaletto (società collegata a Brescia) in serie C, in seguito al mio ritiro, mi aiuta a non percepire lo sbalzo in modo eccessivo. In realtà penso che questa dimensione sia una bella sfida. E, attenzione, ci sono pure giocatori forti. C’è del talento. Magari qualche elemento di valore non ha ancora l’esperienza giusta, magari non è sempre lucido nelle scelte, ma la qualità non manca.
Niente Cxo, però, quest’anno...
Sì, sono molto impegnato con il mio nuovo ruolo. Ma se una squadra qui attorno volesse propormi di giocare, senza dover fare più di due allenamenti a settimana, ci penserei.
Parliamo della sua prima vita a Brescia, quella da giocatore. Chi è il compagno più forte col quale ha giocato e del quale è stato capitano?
Marcus Landry era un giocatore incredibile. Pure Jordan Hamilton era molto talentuoso. Cerco di pensare a un elemento molto completo, forte sia in attacco sia in difesa: mi viene in mente John Petrucelli. Jared Cunningham, invece, aveva un grande talento offensivo.
Seconda vita, player development coach. Qual è l’atleta più forte che ha aiutato a migliorarsi?
L’evoluzione di Jason Burnell è stata incredibile. Se penso a come era quando abbiamo iniziato a lavorare insieme e a come è adesso... È merito suo e del suo impegno. Ho apprezzato moltissimo anche Kenny Gabriel. Peccato che nell’ultimo anno a Brescia non fosse al top fisicamente. Ho amato il suo modo di essere un giocatore di pallacanestro. Un elemento carismatico, uomo di spogliatoio, votato alla squadra. E poi Nikola Ivanovic. Quando facevamo le sedute individuali mi chiedeva di alzare il livello di difficoltà degli esercizi che proponevo. «Questi sono troppo facili – esclamava –, inventane altri».
Terza vita, assistente. Chi la sta impressionando?
Ho iniziato da poco ed è presto. Mattia Santinon, che già conoscevo, ha grandi margini di crescita. Ha la giusta mentalità. Pure Maks Klanjscek e Adriano Bazan possono migliorare ancora. Santiago Cabodevilla si impegna moltissimo. Pure Lazar Nikolic ha qualità.
È vero che sia Alessandro Magro sia Peppe Poeta l’hanno cercata in estate, per lavorare al Bc Roma e all’Olimpia Milano?
Chi lo sa... In realtà è stato molto bello lavorare con entrambi. Con Poeta mi sento abbastanza spesso al telefono. In estate avevamo parlato di Burnell. Mi piace sentire Peppe, ci confrontiamo da amici e colleghi, senza altri fini.

Si aspettava il terremoto che ha portato alla fine della Pallacanestro Brescia?
No, non lo credevo possibile. Quando è arrivata la notizia ero in Grecia, giocavo con la Nazionale Over 40. In quei giorni stavamo costruendo la rosa per la nuova stagione. Ero abbastanza sicuro di lavorare ancora nello staff di Cotelli. Avevo pure sentito John Brown III al telefono.
Scelga i tre momenti migliori a Brescia, da giocatore…

Al terzo posto, tutte le volte che siamo riusciti a battere l’Olimpia Milano. La squadra più forte e quella in cui avevo giocato prima di venire qui. Al secondo, la Coppa Italia vinta. Al primo, la promozione in serie A.
E fuori dal campo?
Al terzo posto l’esordio di Vicenza, finalmente nel posto a bordo campo dedicato agli assistenti. Al secondo i bellissimi intervalli da collaboratore di Poeta, nel corso dei quali ero molto coinvolto. Al primo direi la mia prima volta dall’altra parte della barricata, fuori dal campo, in occasione di quella vittoria su Pesaro.
Quando ha smesso di essere un giocatore professionista è rimasto nella società (l’allora Pallacanestro Brescia). Non è mai stata organizzata una cerimonia per celebrarla. Le è spiaciuto?
In realtà la Lega mi ha dato un premio alla carriera. Qui a Brescia nessuno mi ha chiesto se desideravo che venisse fatto qualcosa. Io, dal canto mio, non ho affatto spinto affinché accadesse. Avrei forse accettato, ma non sono tanto una persona da festeggiamenti. Forse l’ultimo di quelli veri risale a quando avevo compiuto trent’anni...




