David Moss, capitan amore: «Vincere con Mattia ha reso unico il trionfo»

È una carriera costellata di successi quella di David Moss. Ne ha alzati tanti di trofei, il capitano: dunque quel che è successo domenica per lui poteva essere una specie di abitudine. Ma non è stato così: a Torino, anche per lui come per il club e una città è successo qualcosa di speciale e unico. Alzare la Coppa Italia, la prima nella storia bresciana con in braccio suo figlio Mattia Qamar: è stata la sensazione più bella per l’ala di Chicago.
L’abbiamo visto in tutte le salse in giro per la città, treccine al vento con la sua bicicletta e macchina fotografica o con i suoi inseparabili labrador. Oggi David, dopo aver sfidato la «legge di Sansone» è un uomo nuovo, un padre follemente innamorato di suo figlio che ha stretto un patto vincente con un intera città portandola da condottiero ad un incredibile traguardo.

Moss, tanti trofei vinti con squadre costruite per traguardi molto importanti, oggi a quasi quarant’anni, lo ha fatto un'altra volta, da capitano, con una squadra che non era la favorita e da papà... Cosa si prova?
«Vorrei dire che la nostra squadra è stata costruita per competere ad alti livelli, abbiamo solo avuto momenti sfortunati. Gli infortuni, oltre a ragazzi che non erano nella condizione fisica per giocare due tre volte a settimana. C’è solo voluto un po’ di tempo per trovare il ritmo. Vincere questa competizione è stata una sensazione bellissima, e la sto ancora metabolizzando… Brescia in questi anni mi ha dato l’opportunità di vincere un campionato, di giocare una finale di Coppa contro Torino nel 2018 e, ironia della sorte l’abbiamo vinta qui. Tanta gente mi ha dimostrato gratitudine, è davvero bellissimo. Da quando c’è Mattia Qamar la connessione con Brescia è ancora più forte, averlo avuto lì ad assistere, a partecipare ai festeggiamenti, così come nelle sconfitte e nei momenti duri è una lezione di vita che ci devi passare attraverso per poterla spiegare e apprezzare».
Lei è arrivato a Brescia sette anni fa, in Legadue. Che significato ha tutto questo tempo trascorso qui?
«Questi anni significano molto per me, come professionista e nella mia evoluzione come uomo. Gli ultimi quattro anni sono stati straordinari per la presenza di mio figlio. Casa è dove metti il tuo cuore, dove crei i tuoi ricordi che rimangono per sempre. Averlo fatto per lui significa tantissimo».
A quasi quarant’anni, da bandiera, si sente di promettere alla città e ai tifosi altri traguardi?
«È sempre stato un mio desiderio essere una bandiera, un leader. Un ruolo che ho sempre amato. Qui ho imparato a essere un leader migliore, ho sempre provato a guidare con l’esempio, con il passare del tempo anche con la voce. Abbiamo sempre saputo di poter competere con tutti, quando difendiamo così possiamo battere chiunque. Mi piacerebbe continuare a scrivere altre pagine di storia».
Sente corrisposto l’affetto di Brescia?
«Ho vissuto qui durante la pandemia, ho visto la disperazione della gente. Quella gente che ci ha sempre seguito con grande fiducia: vederla festeggiare mi rende felice. Giorno dopo giorno, in quello spogliatoio abbiamo costruito qualcosa di speciale anche grazie ai tifosi. Sono molto felice per questo».
C’è un altro sogno: vincere anche in Europa. Ci pensa lei?
«Una cosa alla volta… mettiamoci nella condizione di avere l’opportunità di farlo e poi vediamo cosa succede». Il trofeo più bello, per altro contro due sue ex squadre (Milano e Bologna) con la dedica speciale ai suoi due grandi amori: Mattia Qamar e quella Brescia che è ormai sua.
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