Pochi rispetto al bisogno, precari e spesso non specializzati. Ogni anno scolastico si apre con l’Sos insegnanti di sostegno. Che pure sono in aumento, a fronte di una crescita degli alunni con disabilità. Quest’anno il Governo ha autorizzato l’assunzione di quasi 11mila docenti di sostegno (10.810, pari a poco più del 23% della totalità delle assunzioni di insegnanti autorizzate); ma quello comunicato all’inizio di agosto era di fatto il numero massimo di immissioni in ruolo possibili da parte degli Uffici scolastici regionali, e in effetti le assunzioni si sono fermate al 70%. Così, ancora una volta, è stato necessario ricorrere al reclutamento di docenti non specializzati attraverso le graduatorie per le supplenze.
Non specializzati
Il problema è che le graduatorie degli insegnanti di sostegno specializzati non contengono un numero sufficiente di aspiranti al posto. Anche se c’è chi definisce il sostegno «il lavoro più bello del mondo», come fa Rosa Marcarini, andata in pensione il 1° settembre scorso dopo 42 anni di insegnamento nella scuola primaria, 38 dei quali dedicati al sostegno (vedi articolo a destra).
Ma che cosa significa «specializzato» in questo caso? Per conseguire il titolo, un insegnante di sostegno deve frequentare un apposito Tfa (Tirocinio formativo attivo) all’università, della durata di circa un anno, per conseguire 60 crediti formativi (attualmente a Brescia è in corso l’undicesima edizione nella sede bresciana dell’Università Cattolica, con una cinquantina di iscritti). L’accesso al Tfa richiede titoli di studio diversi a seconda dell’ordine di scuola al quale è finalizzato, dell’infanzia e primaria da un lato e secondaria di primo e secondo grado dall’altro.

Una volta concluso il Tirocinio, invece, ci sono l’iscrizione alla prima fascia delle Gps (Graduatorie provinciali per le supplenze) e, ovviamente, i concorsi. L’ennesimo rompicapo nella complessa mappa dei percorsi che portano in cattedra. Con l’aggravante che qui si tratta di disabilità, ovvero di alunni per i quali la preparazione dei docenti può fare la differenza più che per altri, a scuola e oltre il percorso scolastico in termini di autonomia.
I numeri
Anche nel Bresciano, secondo i dati dell’Usr, questa fascia della popolazione studentesca sta progressivamente aumentando (con un’eccezione dall’anno scolastico 2024/2025 allo scorso). Quest’anno, su un totale di 141.880 studenti nelle scuole pubbliche bresciane, dalla materna alle superiori, quelli con disabilità sono 5.779 (ai quali si aggiungono i 656 delle scuole paritarie): erano 5.748 l’anno scorso, 5.830 nell’anno scolastico 2024/2025, 5.488 nel 2023/2024 e 4.930 nel 2022/2023.
Quanto agli insegnanti di sostegno in servizio, sono 3.352 su un totale di 15.515 docenti. L’anno scorso erano 3.100, 2.970 nell’anno scolastico 2024/2025, 3.067 nel 2023/2024 e 2.923 nel 2022/2003. Anche qui si registra un incremento ma non si può trascurare la differenza tra organico di diritto e organico di fatto, che - spiega Attilio Boldini, segretario generale di Cisl Scuola Brescia - corrisponde sostanzialmente al numero di supplenti reclutati e dunque quantifica precarietà e mancanza di specializzazione.

Rimanendo all’anno scolastico in corso, questa differenza è di 1.328. Vuol dire che il 40% degli insegnanti di sostegno in provincia di Brescia sono precari. E questo ovviamente comporta un problema di continuità; che peraltro può presentarsi pure nel caso di docenti di ruolo. I neo-assunti, infatti, sono tenuti restare in servizio nello stesso posto per cinque anni, ma poi possono chiedere il passaggio al posto comune. Una scelta non rara, purtroppo, a causa dell’innegabile fatica di questo lavoro.
Un problema che riguarda tutti
Entrando un poco nel dettaglio, l’attività si concentra sull’alunno disabile ma in teoria coinvolge tutti gli altri. Non a caso l’insegnante di sostegno ha la contitolarità della classe, con una cattedra di 22 ore (più due di programmazione) alla scuola dell’infanzia e primaria e 18 alla secondaria di primo e secondo grado. È poi l’istituto a distribuire le ore di sostegno in base alle esigenze.
«Di solito – spiega la maestra Marcarini, facendo riferimento alla sua esperienza all’Istituto comprensivo di Mazzano – il rapporto è di un docente per due alunni. Io ho sempre diviso equamente le mie ore, ma ci si può organizzare in modo diverso. Ricordo addirittura che una volta una mamma chiese che non si sapesse che il figlio aveva il sostegno; così feci una sorta di scambio con la collega di musica, arte e motoria: io insegnavo le sue materie mentre lei, che non era identificata come docente di sostegno, era presente in classe per intervenire in caso di necessità. Nessuno ha mai saputo nulla».
È evidente che la collaborazione tra docenti, di sostegno e non, è fondamentale per la buona riuscita del percorso scolastico di un alunno con disabilità. Gli stessi insegnanti comuni, anzi, possono essere garanti di quella continuità di cui c’è tanto bisogno. «Ma – conclude Marcarini – non va dato per scontato: c’è ancora chi della disabilità ha paura».




