Cambiamenti e polemiche investono la scuola per l’ennesima volta, soprattutto dopo l’approvazione del decreto che, detto in estrema sintesi, prevede il tetto del 30% di alunni di origine straniera nelle classi. L’anno scolastico 2026/27, però, si è aperto con l’introduzione di altre novità che non hanno mancato di suscitare dibattito. Viene da chiedersi se tutto questo giovi davvero alla scuola, o di cos’altro la scuola abbia bisogno.
Secondo Pierpaolo Triani, ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, oggi la priorità è «rinnalzare l’attenzione alla vita di relazione”».
Significa che al momento questa attenzione manca?
Gli insegnanti in generale fanno il possibile, ma vanno recuperati tempi più relazionali. Cominciando proprio dalle prime settimane di scuola, tra l’altro importantissime per la costruzione del gruppo classe. Meglio accogliere gli studenti, invitarli a riflettere sull’anno che li attende, sulle regole che dovranno condividere… Si tratta di investire sulla qualità della relazione prima che di partire con i programmi. A tal fine sarebbe utile anche lavorare sulle dimensioni delle scuole: in certi istituti con centinaia e centinaia di studenti, il senso di appartenenza è più difficile.

A proposito di regole, l’anno scolastico si è aperto con una stretta sulla condotta e si è parlato addirittura dell’installazione di metal detector in caso di situazioni critiche. Cosa ne pensa?
È certo compito della comunità adulta richiamare alle regole e alle sanzioni, ma i giovani vanno soprattutto aiutati a riflettere e l’attenzione alle relazioni di cui parlavo prima va in questa direzione. Quanto al metal detector, io posso solo dire che dal punto di vista pedagogico è una sconfitta, ma questo tema rientra nell’ambito della sicurezza che non è di mia competenza.
E come vede il potenziamento del supporto psicologico all’interno delle scuole?
Il supporto psicologico nelle scuole ha una lunga storia che dice due cose. La prima: gli psicologi e altre figure educative sono una risorsa. La seconda: c’è il rischio sperimentato di delegare a queste figure le situazioni problematiche. Per evitarlo, servirebbero équipe multidisciplinari, composte da psicologi ed educatori, a supporto delle scuole. Ci sono già stati tentativi in tal senso, ma come si può immaginare sono iniziate e finite con i finanziamenti messi a disposizione.
Ha qualche suggerimento anche sull’attività didattica?
Sì, anzi credo che un altro fondamentale bisogno della scuola sia una visione diversa dell’insegnante: una persona che lavora non più individualmente ma insieme agli altri, collaborando con i colleghi. In questa prospettiva, il calo demografico è addirittura un’occasione: a fronte del minor numero di studenti, gli insegnanti potrebbero trascorrere meno ore in classe e più a disposizione della scuola.

Passando ora al tema caldo di questi giorni, cosa pensa del nuovo provvedimento del Governo?
Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’integrazione sia un valore, che a scuola vada fatta bene e che le scuole stiano facendo il possibile e l’impossibile per realizzarla. Certo l’integrazione passa anche da una presenza equilibrata delle diverse culture. Ma bisogna fare i conti con la realtà e nella nostra realtà la presenza di ragazzi di origine non italiana è tale da rendere inapplicabile il tetto del 30%; in alcune scuole delle province di Brescia, Cremona, Mantova, Piacenza e Parma si arriva vicino al 40%. Quindi il problema non è fissare un tetto alle presenze ma superare le differenze linguistiche. Questo circoscrive il tema. E, una volta stabilito che il vero tema è l’integrazione linguistica, si tratta di aumentare le risorse per essa.

E per l’integrazione culturale che cosa può essere utile?
La premessa è che la scuola è luogo preziosissimo di dialogo tra culture. Penso, ai fini dell’integrazione culturale, sarebbe utile ragionare proprio in termini di scuola e non di classe, prendendo un po’ l’esempio dalle intersezioni della scuola dell’infanzia.
Poi ci sono i genitori degli studenti di origine non italiana. Il Governo prevede anche per loro l’apprendimento dell’italiano.
È un problema complesso. C’è già l’importante lavoro dei Cipia (centri provinciali per l’istruzione degli adulti) ma noi sappiamo che alcuni hanno bisogno di molto altro perché non hanno un’istruzione nemmeno nella loro lingua madre. Per questo andrebbe potenziato anche l’organico dei centri. Senza dimenticarsi che i genitori degli studenti devono anche conciliare l’eventuale studio con il lavoro e quindi c’è il rischio che, trovandosi in difficoltà, tengano i figli a casa. Una dispersione che non possiamo proprio permetterci.




