Meno bambini non significa necessariamente chiusura delle scuole; ma piuttosto nuove soluzioni che, con impegno e fantasia, possono addirittura migliorare il servizio. Lo dimostrano le 15 reti di scuole dell’infanzia che sono nate da qualche anno in alcune zone della provincia con il sostegno della Fism (Federazione italiana scuole materne) di Brescia, guidata da Massimo Pesenti. Arrivato al termine del suo secondo mandato, Pesenti - insegnante di Filosofia al Liceo De André, in città - passerà il testimone della presidenza oggi, quando si riunirà l’assemblea degli associati. Ha deciso di non ricandidarsi, anche se formalmente avrebbe potuto, nella convinzione che «le istituzioni hanno sempre un respiro più ampio di chi, per un certo periodo, le guida».
Come sono andati questi dieci anni?
Sono stati anni bellissimi seppur impegnativi, come dimostra anche il volume nel quale abbiamo raccolto gli articoli di giornale usciti dal 2016 al 2026. Vorrei citare in particolare tre cose, perché sono tre eccellenze proprio bresciane: il rinnovo della convenzione con il Comune di Brescia, che è un modello in quanto il sostanzioso contributo comunale consente la vera parità scolastica; il fondo Red, finalizzato all’inclusione dei bambini con disabilità dell’infanzia e nelle scuole primarie della provincia, un’esperienza unica a livello nazionale; la ripresa, dopo due anni di sospensione a causata della pandemia, di Seridò, che è stata un vero e proprio messaggio di speranza per il nostro territorio.

Qual è oggi la realtà di cui si occupa Fism Brescia?
Abbiamo 235 scuole dell’infanzia e quasi tutte hanno anche servizi per la prima infanzia (0-3 anni) ovvero asili nido o sezioni primavera, per i quali la richiesta è altissima. I bambini sono complessivamente 18mila, i dipendenti 2mila, di cui 1.500 tra insegnanti (per la fascia 3-6) ed educatrici (0-3) e 500 non docenti.
E in questi anni ha visto cambiare bambini e famiglie?
Innanzitutto noi siamo stati i primi a fare i conti con il calo demografico. Lo abbiamo avvertito nelle sezioni, dove diminuivano i bambini, e certificato con i biglietti di Seridò: se prima partecipava un genitore con due figli, ora è il contrario, due genitori con un figlio.
In secondo luogo, constatiamo che purtroppo i bambini sono sempre più fragili. Da un lato c’è un aumento vertiginoso delle certificazioni di disabilità, soprattutto di autismo. Dall’altro c’è una debolezza relazionale: i bambini spesso sono figli unici, abituati ad avere a che fare solo con adulti, e quando arrivano all’asilo possono trovarsi in difficoltà. Da parte loro, le famiglie fanno sempre più fatica, anch’esse perché spesso sono isolate, è venuta meno quella rete sociale che anni fa le sosteneva.
È vero però che negli anni del Covid queste stesse famiglie (e gli insegnanti) sono sorprendentemente riuscite a fare rete, comunità, consentendo al Paese di reggere. Peccato che, passata l’emergenza, ce ne siamo un po’ dimenticati.

Tornando al calo demografico, come lo state affrontando?
Noi proponiamo di passare dalla concorrenza alla collaborazione tra scuole. Sono già nate 15 reti tra valli e il lago di Garda. I presidenti firmano un accordo che comporta un risparmio a livello gestionale, il mantenimento dei posti di lavoro e l’ampliamento e il miglioramento della qualità dei servizi. Esempio: cinque scuole pagano ognuna per la sua parte un docente che è a disposizione di tutte, per il sostegno, le supplenze o laboratori.
È questo il futuro?
Sì, ma c’è un altro punto che mi preme. A proposito del tetto del 30% degli alunni stranieri, si è auspicata l’obbligatorietà della scuola dell’infanzia per ridurre il divario con gli italiani. Va benissimo a livello pedagogico, ma per Fism Brescia prima deve venire la parità economica. Perché non tutti i Comuni contribuiscono nello stesso modo, e non è giusto che una famiglia sia obbligata a mandare un figlio all’asilo spendendo più di altri.




