«Il limite del 30% di stranieri per ogni classe? È solo propaganda, sono molti altri (e ampiamente noti) i problemi della scuola italiana». Simonetta Tebaldini, dirigente scolastica dell’Itis Castelli, non usa certo giri di parole e va dritta al cuore della questione, che ovviamente conosce molto bene: «Premettendo che in ogni caso il 30% è una soglia lontanissima dalla realtà (da anni gli stranieri non sono più in crescita), restano delle questioni a cui mi piacerebbe ci fosse una risposta: se superiamo quella quota cosa accade? Ci danno classi in più? E ancora: qual è la definizione di straniero?». Tebaldini fa poi anche un esempio concreto che sgombera il campo da ogni dubbio interpretativo: «Quest’anno gli studenti che non parlano italiano, che hanno quindi bisogno anche di alfabetizzazione, sono tre, a fronte di 2mila totali. Di cosa stiamo parlando?».

Non solo, i ragazzi senza cittadinanza italiana (se vogliamo usare questo criterio per definire chi è straniero) in tutto il Castelli non arrivano al 10%. E l’integrazione? «Abbiamo fatto un sondaggio, in collaborazione con l’Università Cattolica - racconta la dirigente -, coinvolgendo gli studenti di quinta, proprio sull’integrazione. Il risultato è stato netto e inequivocabile: nessun problema». Se dovesse farci un elenco dei problemi reali della scuola? «Gli istituti tecnici sono allo sbando, abbiamo iniziato l’anno senza linee guida. Le strutture sono fatiscenti, e non c’è solo la questione del caldo; quando si deciderà di intervenire seriamente e non solo con lavori spot? Il calo demografico è un dato di fatto da tempo, vogliamo approfittarne per fissare a venti il numero di studenti per ogni classe. Potrei proseguire ancora molto a lungo, ma mi basterebbe avere queste risposte».
Istituto comprensivo
Dalla città ci spostiamo nella Bassa, da una scuola superiore a un istituto comprensivo. Siccome i dati dell’anno scolastico 2026/2027 sono ancora in «assestamento» (siamo all’inizio delle lezioni e, come sempre, non mancano i consueti spostamenti di bambini che si iscrivono in ritardo o che vanno in altra scuola), ragioniamo sui dati del precedente anno scolastico. All’Istituto comprensivo di Leno, nel 2025/2026 la percentuale di bambini stranieri era del 24%: 354 alunni su 1.435. Così suddivisi: 74 su 365 alla scuola dell’Infanzia (20.27%), 183 su 680 alla Primaria (26.9%), 97 su 390 alla Secondaria di Primo grado (24.87%).
Tanti o pochi sono comunque in regressione: nell’anno scolastico 2024/2025 erano poco più del 25%. Dato che sale più si va indietro negli anni: nel 2010, ad esempio, la quota di stranieri superava il 30%, limite massimo imposto dalla circolare ministeriale che l’allora ministro (bresciano) Mariastella Gelmini aveva licenziato proprio l’8 gennaio di quell’anno. Entrato in vigore in modo graduale a partire dall’anno scolastico 2010/2011, il provvedimento disponeva che, di norma, in nessuna classe potesse essere superato il tetto massimo fissato al 30%. Praticamente non potevano esserci classi con più di un bambino straniero su tre.

Con una soluzione un po’ «all’italiana», il limite era stato reso flessibile, perché c’era la possibilità di andare in deroga: i direttori generali degli Uffici scolastici regionali potevano innalzarlo se gli studenti stranieri dimostrano adeguate competenze nella lingua italiana, oppure se c’erano particolari fattori demografici o se non c’erano alternative. In caso di forti difficoltà linguistiche il limite poteva essere abbassato. «La deroga andava espressamente chiesta – dice Vanda Mainardi, dirigente dell’Ic Leno –. Visto che il nostro istituto superava il limite del 30% previsto dalla circolare ministeriale, noi chiedemmo la deroga. Stiamo ancora aspettando la risposta…».
Di più: «Siccome anche in seguito superavamo il limite del 30%, per alcuni anni abbiamo chiesto la deroga. Poi, visto che mai nessuno ci rispondeva, ci siamo stancati e non abbiamo più chiesto niente». Un antico precetto filosofico latino dice «In dubio, abstine» (nel dubbio, astieniti). Esattamente quello che hanno fatto a Leno.
Al Gigli
La Franciacorta e Rovato in particolare sono storiche terre di immigrazione. Una realtà che impone risposte gestionali ed educative concrete alle scuole. La professoressa Anna Di Domenico da fine 2024 guida l’istituto d’istruzione superiore rovatese Lorenzo Gigli, che unisce indirizzi liceali a quelli del professionale. Di Domenico spiega di «escludere a priori qualsiasi percorso selettivo o discriminatorio, che andrebbe in diretto contrasto con i principi costituzionali del diritto allo studio e con il valore della scuola di prossimità.
La strada da seguire è un’altra: il potenziamento strutturale dell’organico per l’insegnamento dell’italiano L2, l’incremento di mediatori culturali stabili e l’assegnazione di risorse adeguate a supporto dei neo-arrivati».
La dirigente del Gigli interviene anche sul tema del divieto di coprirsi il volto nei luoghi d’istruzione: «La scuola si conferma un presidio irrinunciabile di laicità, emancipazione e riconoscimento reciproco, in cui mostrare il volto è parte essenziale della relazione educativa. Bisogna tuttavia guardare alla realtà dei fatti: si tratta di episodi statisticamente irrilevanti nella vita quotidiana delle nostre scuole. La vera priorità educativa resta la qualità dell’integrazione ordinaria e il dialogo continuo con le famiglie».



