Scuola

Digitale in classe: la Svezia fa dietrofront, a Brescia è via di mezzo

Gli istituti della nostra provincia scelgono ognuno una strada diversa, ma la maggior parte opta per approcci misti, più o meno spinti, che uniscano apprendimento tecnologico e tradizionale
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Una classe dei Salesiani dove i libri sono solo digitali © www.giornaledibrescia.it
Una classe dei Salesiani dove i libri sono solo digitali © www.giornaledibrescia.it

L’argomento torna più volte l’anno e scatena discussioni e prese di posizione con esperti pedagogisti e opinionisti, politici e genitori che si confrontano nelle arene digitali. I device, che siano telefoni, tablet, sfogliatori o computer, minano l’apprendimento degli alunni?

Il caso svedese

La notizia che ha riacceso il dibattito arriva dalla Svezia, pioniera della tecnologia in classe, che ha rinnegato quanto fatto negli ultimi 25 anni. La ministra dell’Istruzione Carlotta Edholm, alla luce dei risultati delle indagini internazionali Pisa e Pirls, che potremmo definire i loro Invalsi, ha tuonato: «Gli studenti svedesi hanno bisogno di più libri di testo e di meno computer».

Il Pirls 2021 ha infatti evidenziato che le capacità di lettura degli studenti svedesi sono peggiorate rispetto al 2016 e questo sarebbe imputabile all’utilizzo di schermi in classe che frammenterebbero l’attenzione e ridurrebbero lo spazio mentale necessario per l’apprendimento profondo.

C’è però da dire che l’approccio svedese è molto diverso da quello italiano: i computer sono entrati nelle aule nel 2000 e nel 2015 ben l’80% degli studenti delle superiori ne era provvisto. Quattro anni dopo arrivò l’uso obbligatorio dei tablet nelle scuole d’infanzia. Ora il passo indietro. Radicale. Da un estremo, all’altro.

Per molti cancellare completamente il digitale dalle aule è sbagliato perché le rende poco stimolanti e distanti dalla realtà quotidiana dei ragazzi, per altri è giusto ritornare al passato.

L’Unesco sta nel mezzo, invitando a un uso equilibrato della tecnologia senza lasciare che nell’istruzione l’innovazione prevalga sulla didattica.

Nel Bresciano

Bambini alle prese con l'informatica
Bambini alle prese con l'informatica

In molte scuole della nostra provincia, soprattutto per evitare che gli zaini diventino troppo pesanti, si permette (la scelta è perlopiù demandata alle famiglie) di portare a scuola un tablet sul quale scaricare la versione digitale dei libri di testo, dato che ormai tutti i manuali adottati hanno un Qr code o un codice per poter accedere alla versione digitale. Ma il quaderno non è stato archiviato; invece capita che non si insista sull’utilizzo del corsivo, ma del solo stampato maiuscolo.

Altri istituti, di contro, per evitare il «problema peso», hanno applicato il modello «senza zaino», e quindi il materiale viene lasciato a scuola.

Controcorrente i salesiani di Brescia che, per la secondaria, hanno tutti i libri su un tablet personale.

L’esperienza salesiana

«Sulla media applichiamo una modalità mista – spiega il direttore dell’istituto salesiano don Damiano Galbusera –: libri in digitale, e solo in digitale, per tutte le materie, mentre per le altre attività che riguardano la scrittura e la manualità, tecnica, arte, esercizi e appunti si utilizzano quaderni e album. Il sistema tiene insieme manuale e tecnologia; prevediamo anche ore di educazione digitale durante tutto l’anno che insegna loro a lavorare in digitale».

Il motivo di questa scelta non è solo legato al peso dei libri, va oltre: «L’obiettivo è didattico: così i materiali che hanno a disposizione sono maggiori e ne imparano l’uso critico. E poi li abilitiamo a uno strumento che, andando avanti con lo studio, diventerà essenziale».

Insomma fornire loro competenze e per tempo. «Si parla molto di nativi digitali – aggiunge don Damiano –, ma lo sono senza antivirus, quindi insegnare loro come approcciarsi al device è essenziale».

Sul tablet hanno non solo i libri di testo, ma anche alcune app che servono loro per strutturare presentazioni in classe o gestire la didattica, come Canva e Google Suite. E infatti i corridoi della secondaria sono tappezzati di lavori realizzati solo a mano: lavori di storia e narrativa.

Entriamo in una seconda, il prof. sta spiegando le colonie americane: gira tra i banchi posizionati a isole, davanti ad ogni ragazzino un tablet aperto sul libro di testo, evidenziatori, penne colorate e un quaderno sul quale prendono appunti, ognuno in modo diverso.

La psicologa

Leggere sulla carta e scrivere a mano facilita concentrazione e memoria? Per lo scrittore e docente Alessandro D’Avenia sì, perché «il corpo è un cervello diffuso, più corpo si impegna più cervello si fa». Ma è davvero così?

La psicologa Monica Bormetti sottolinea come la letteratura scientifica in merito sia ancora poca e recente e che il tema è «talmente complesso» da non poter essere liquidato con un sì o no, contro o pro. Anche perché è dimostrato che su studenti con disturbo dell’apprendimento la tecnologia può essere utile.

«La tecnologia da una parte distrae perché dà accesso a tutta una serie di mondi, come i social, ma lo fa anche se lo studente si attiene ad argomenti di studio: la rete infatti propone informazioni infinite che richiedono uno sforzo cognitivo consistente per selezionare ciò che è utile creando un sovraccarico mentale maggiore rispetto ad un libro. Non solo – aggiunge – il cosiddetto "task switching", il cambio frequente di compito che uno studente fa tra la chat scolastica, quindi in linea con ciò che deve fare, e i suoi compiti, richiedere un processo cognitivo in cui l'attenzione cala perché spezzettata».

La tecnologia a scuola può fare la differenza
La tecnologia a scuola può fare la differenza

Bormetti cita anche due ricerche, della Bicocca e del Politecnico, nelle quali si evidenzia una correlazione tra utilizzo dei dispositivi e rendimento scolastico. «Eyes up» condotto dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Università degli Studi di Brescia, ha incrociato il primo accesso a un device con i risultati scolastici: «In chi aveva avuto accesso prima degli 11 anni si è osservata una diminuzione delle competenze nei test Invalsi», che vengono somministrati in terza media.

«Interessante – aggiunge – il lavoro di Bicocca con il progetto "Patti digitali" con il quale si guidano insegnanti, comunità e genitori a stringere un’alleanza comune sul momento nel quale è meglio fornire un device, questo per non far sentire il genitore solo creando una regola comune a tutto».

La ricerca del Politecnico, invece, evidenzia che un insegnante su tre rileva un calo dell’attenzione e una diminuzione delle competenze in lettura e scrittura alla consegna di un telefono.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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