D’Avenia: «Fra reel e storie, non riusciamo più a comporre la realtà»

Lo scrittore e docente sarà al Vittoriale di Gardone Riviera per raccontare «L’animale simbolico: breve storia dell’uomo dal caos al mondo» in occasione del Festival della Bellezza
Giulia Camilla Bassi
Alessandro D'Avenia
Alessandro D'Avenia

Siamo l’unico animale che non si accontenta di esistere, ma vuole anche capirne il perché. Per raccontarlo, lo scrittore e docente Alessandro D’Avenia sale per la prima volta sul palco dell’Anfiteatro del Vittoriale a Gardone Riviera, giovedì 21 maggio alle ore 21 (biglietti a partire da 17 euro, online su Ticketone e Boxol) in occasione della nuova edizione del Festival della Bellezza, dedicato quest’anno al tema del simbolico. E di simboli si parla.

Con il suo intervento «L’animale simbolico: breve storia dell’uomo dal caos al mondo», D’Avenia percorrerà quel filo rosso fatto di miti, parole e immagini con cui l’uomo, da sempre, prova a dare forma al caos. Un viaggio che è anche una mappa per capirci e interrogarci, perché i simboli in cui crediamo non solo descrivono il nostro mondo, ma lo plasmano.

Alessandro, perché l’uomo è un animale simbolico?

Parto da un’immagine che mi aiuta molto. C’è un racconto folgorante di Borges, di poche righe, in cui immagina un impero con dei cartografi che vogliono raggiungere la perfezione: fanno mappe sempre più precise, finché questa ossessione li porta a fare una mappa in scala 1 a 1, il che comporta la rovina sia dell’impero che della mappa. I simboli, per me, sono proprio questo: la mappa che utilizziamo per leggere la realtà.

Per noi umani è inevitabile ricorrervi…

A differenza degli altri esseri viventi, che hanno l’istinto come unica mappa che li fa stare veramente nella realtà in scala 1 a 1, noi abbiamo in più questo strano ritrovato dell’evoluzione che si chiama «coscienza». Sappiamo che siamo vivi e scegliamo, nella realtà, cosa ci serve davvero per sopravvivere. Uso questa parola mettendoci anche un trattino in mezzo: «sopra-vivere», vivere sopra. Cosa ci aiuta a non soccombere al semplice dato di realtà, proprio oggi in cui stiamo trasformando tutto in dati che ci dicono persino cosa dobbiamo essere e fare?

Un esempio?

Le parole sono simboli. Se nella cultura greca l'uomo è definito «mortale», stiamo usando come simbolo per leggere la realtà il fatto che la sua vita è a scadenza. Da questo solo simbolo la cultura greca ha tirato fuori un'energia per strappare alla morte la vita. Tanto che ancora oggi guardiamo, leggiamo e ci beiamo delle cose che hanno voluto sottrarre al flusso del tempo. Come si fa a non morire se tutte le cose sono soggette al tempo? E allora scoprono il canone, la statua…tutte quelle cose che ancora ci stupiscono. La vita è tutta così.

Cosa ci racconterà, quindi, nel suo intervento?

Voglio divertirmi a smascherare un po’ di simboli di cui viviamo magari senza rendercene conto, che determinano il modo in cui leggiamo la realtà in scala, e che, anche quando crediamo di non averli, li abbiamo, perché li subiamo. Credo che in fondo le grandi crisi della vita vengano dalla necessità di cambiare la mappa con cui la leggiamo. In genere ci pensano le cose vicine alla morte: il dolore, gli abbandoni, tutto ciò che ci risveglia e ci dice che forse non riuscivamo a vedere la realtà nella sua completezza.

Il Vittoriale a Gardone Riviera
Il Vittoriale a Gardone Riviera

Oggi siamo immersi in un bombardamento di immagini e contenuti. Stiamo producendo nuovi simboli o stiamo perdendo la capacità di comprenderli?

Cosa facciamo con la fruizione continua di reel, storie, input basati sul meccanismo della ricompensa e della dopamina? Stiamo in un eterno istante che diventa illeggibile. Non c'è una storia, sono tutti frammenti di una realtà che non si riesce più a comporre. Poi in realtà è un'impressione, perché quello che fa l'algoritmo è tenerci lì per venderci delle cose. Non è una simbolica innocente, è una simbolica a cui ci sottoponiamo perché ci intrattiene. Sapendo però, come ormai abbiamo capito, che quando le cose sono gratis il prodotto siamo noi. Quello è un simbolo: ci assoggettiamo a quella lettura della realtà perché in fondo ci va bene così, essere intrattenuti e dimenticarci che il tempo passa. Abbiamo scelto dei simboli che l’unico senso che danno è lasciare passare il tempo, non dargli senso.

Ha un'immagine per descrivere questo rapporto con il tempo?
Uso un simbolo che mi aiuta molto. Se simbolicamente abbiamo sempre detto che l'evoluzione umana dipende dal pollice opponibile: la precisione nell'uso della mano ci consente di trasformare l'ambiente intorno a noi, cosa che gli animali non possono fare. Oggi abbiamo un pollice che non si oppone più a niente. Pensiamo al gesto che facciamo scorrendo le storie di Instagram o TikTok: è un pollice che continuamente non si oppone a niente. E quindi scegliamo che il tempo ci determini, che passi, perché non riusciamo ad affrontare quello che potrebbe fermarlo, cioè dare un senso alla realtà che stiamo vivendo. Abbiamo scelto dei simboli il cui unico senso che danno è lasciare passare il tempo: non fermarlo, non salvarlo, non dargli senso.

Questo è anche un grande problema dei ragazzi. Come insegna loro la bellezza?

Loro sono quelli che, più di ogni altro, ci sono cascati dentro da bambini, come Obelix. Tirarli fuori sembra difficile, ma è come preparare un buon piatto: se lo fai assaggiare a qualcuno, si ferma e dice «wow, che bontà» e ti chiede come l'hai fatto. Per me si tratta di restituire loro una capacità di stare nel tempo, che è capacità di stare nel corpo, e quindi fare esperienze di bellezza che richiedono tempo. Perché quando ti esponi alla bellezza è come il sole: per abbronzarsi bisogna stare lì, non si può fare finta. E quella bellezza è un'abbronzatura che non va via. Quella luce la metti dentro il cuore e la mente.

È la sua prima volta al Vittoriale?

Al Vittoriale non sono mai stato, mea culpa. Quando il Festival della Bellezza me l'ha proposto ho detto: «Allora sarà innanzitutto per me il festival della bellezza!». Sono curioso di fare questa cosa in quel contesto, per ricevere io la bellezza che poi vorrei trasmettere, perché sia una cosa che accade davvero in quell'istante, innanzitutto a me.

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