Salute e benessere

«Mi sentivo bene e ho sospeso i farmaci»: i rischi delle terapie interrotte

Il dottor Nicola Bastiani, medico di famiglia, parla dell’importanza dell’aderenza terapeutica: «È fondamentale per prevenire complicanze, ricoveri e costi sanitari evitabili. Ruolo chiave il rapporto di fiducia con il paziente»
Per vari motivi molti pazienti non seguono correttamente le terapie
Per vari motivi molti pazienti non seguono correttamente le terapie

«Mi sentivo bene e ho smesso». È una delle frasi che i medici di famiglia si sentono ripetere spesso. Dietro quella decisione, apparentemente innocua, possono nascondersi rischi importanti: complicanze, ricoveri e un peggioramento silenzioso della malattia. Dell’importanza dell’aderenza terapeutica e delle difficoltà che molti pazienti incontrano nel seguire le cure abbiamo parlato con Nicola Bastiani, medico di famiglia a Coccaglio e tesoriere dell’Ordine dei Medici della provincia di Brescia.

Dottor Bastiani, quanto incide l’aderenza terapeutica sull’evoluzione delle malattie croniche?

L’aderenza terapeutica incide enormemente sull’evoluzione delle malattie croniche, spesso più di quanto immaginiamo. Oggi disponiamo di terapie molto efficaci per patologie come diabete, ipertensione, Bpco (Broncopneumopatia cronica ostruttiva), scompenso cardiaco o osteoporosi, ma il vero problema è mantenerle nel tempo. Molti pazienti non peggiorano perché manca una cura, ma perché la cura viene interrotta, assunta in modo discontinuo o modificata autonomamente. Nelle malattie croniche il rischio è proprio questo: spesso il paziente si sente bene e pensa di poter sospendere la terapia, senza rendersi conto che il beneficio deriva proprio dalla continuità della cura. Il danno, infatti, può progredire lentamente e in silenzio per anni, fino alla comparsa di complicanze importanti come ictus, infarti, fratture o ricoveri. Per questo l’aderenza terapeutica non è un dettaglio, ma una parte fondamentale della presa in carico del paziente cronico.

Il dottor Bastiani, medico di famiglia a Coccaglio
Il dottor Bastiani, medico di famiglia a Coccaglio

Che conseguenze ha una cattiva assunzione dei farmaci, soprattutto degli antibiotici?

Una cattiva assunzione dei farmaci può ridurre drasticamente l’efficacia delle cure e, in alcuni casi, peggiorare la malattia o favorire complicanze importanti. Nel caso degli antibiotici il problema è ancora più delicato perché l’uso scorretto non riguarda solo il singolo paziente, ma ha conseguenze sull’intera collettività. Interrompere la terapia appena si sta meglio, assumere antibiotici senza indicazione medica, utilizzare vecchi farmaci avanzati in casa o prenderli per infezioni virali come influenza e raffreddore sono comportamenti molto diffusi e potenzialmente pericolosi.

Queste situazioni favoriscono, infatti, lo sviluppo dell’antibiotico-resistenza: i batteri diventano progressivamente meno sensibili ai farmaci e le infezioni più difficili da trattare. È una delle grandi emergenze sanitarie mondiali dei prossimi anni. Per questo oggi è fondamentale usare gli antibiotici solo quando realmente necessari, nelle modalità e nei tempi indicati dal medico. L’antibiotico preso male non è solo un problema individuale: diventa un problema di salute pubblica.

Quali sono le ragioni più frequenti che portano i pazienti a interrompere o seguire male le cure?

Le ragioni possono essere molte e spesso sono più complesse di quanto si pensi. Molte malattie croniche sono silenziose: il paziente si sente bene e pensa di poter sospendere la cura, ma il danno continua lentamente. In alcuni casi il paziente interrompe la terapia perché si sente meglio e pensa di non averne più bisogno; altre volte, invece, perché non percepisce immediatamente i benefici della cura, come accade spesso nelle malattie croniche.

Ci sono poi motivi pratici: terapie troppo complesse, molti farmaci da assumere durante la giornata, effetti collaterali, difficoltà organizzative o semplicemente dimenticanze, soprattutto nei pazienti anziani. Negli ultimi anni pesa molto anche la disinformazione: internet e social media espongono continuamente le persone a informazioni scorrette o allarmistiche sui farmaci, generando dubbi e paure. A volte il problema è anche comunicativo: il paziente segue meglio una terapia quando comprende davvero a cosa serve e quali rischi evita nel lungo periodo. Per questo oggi l’aderenza terapeutica non dipende solo dalla prescrizione, ma dalla capacità di costruire un percorso di cura condiviso, comprensibile e sostenibile nella vita quotidiana della persona.

Quali sono le difficoltà concrete che i pazienti raccontano più spesso?

Le frasi che sentiamo più spesso sono: «Mi sentivo bene e ho smesso», «Me ne sono dimenticato», «Prendo già troppi farmaci», oppure «Ho letto su Internet che quel medicinale poteva fare male». Altre volte il paziente sospende autonomamente perché ha avuto un effetto collaterale o perché teme che la terapia gli «abbassi troppo la pressione» o gli provochi altri problemi. Nelle persone anziane pesa molto anche la complessità terapeutica: assumere molti farmaci in orari diversi può diventare difficile. Credo sia importante non interpretare questi comportamenti come superficialità, ma come segnali di una difficoltà reale nella convivenza con la malattia cronica.

Ci sono categorie di pazienti per i quali l’abbandono della terapia può essere più rischioso?

Sì, esistono situazioni in cui interrompere una terapia può esporre il paziente a rischi particolarmente importanti. Pensiamo, ad esempio, agli anticoagulanti, fondamentali per prevenire ictus o trombosi. Oppure all’insulina nei pazienti diabetici, la cui sospensione può portare rapidamente a scompensi anche gravi. Lo stesso vale per molte terapie cardiologiche, per gli antiepilettici o per alcune cure oncologiche, dove la continuità terapeutica è essenziale. Anche un uso scorretto degli antibiotici nei pazienti fragili o anziani può avere conseguenze rilevanti. Nelle malattie croniche il problema è che il danno spesso non è immediato: è progressivo e silenzioso. Il paziente può stare apparentemente bene per settimane o mesi, ma nel frattempo aumentano il rischio cardiovascolare, le complicanze o la probabilità di ricovero. Per questo è fondamentale aiutare le persone a comprendere che la terapia non serve solo a trattare i sintomi presenti, ma soprattutto a prevenire problemi futuri.

Quanto conta il rapporto di fiducia tra medico e paziente?

Il rapporto di fiducia tra medico e paziente è probabilmente uno degli elementi più importanti per favorire l’aderenza terapeutica. Una terapia non viene seguita bene solo perché è stata prescritta, ma perché il paziente ne comprende il significato e si sente accompagnato nel percorso di cura. In questo la medicina generale ha un ruolo unico: il medico di famiglia conosce la persona nel tempo, ne conosce la storia, il contesto familiare, le fragilità e anche le difficoltà quotidiane che possono ostacolare le cure. Spesso basta spiegare con poche parole semplici perché un farmaco è importante, quali benefici può dare e quali rischi evita nel lungo periodo per migliorare molto l’aderenza. Un paziente aderisce di più quando si sente ascoltato, non giudicato, e coinvolto nelle decisioni terapeutiche. L’aderenza terapeutica, quindi, non nasce soltanto dalla prescrizione di un farmaco, ma dalla qualità della relazione costruita tra medico e paziente nel tempo.

Quali strategie possono essere messe in atto?

Per migliorare l’aderenza terapeutica serve prima di tutto un approccio pratico e personalizzato. Una delle strategie più efficaci è semplificare le terapie, cercando quando possibile di ridurre il numero di farmaci o delle somministrazioni quotidiane soprattutto nei pazienti anziani o fragili. È importante anche rivalutare periodicamente le cure attraverso una «deprescrizione intelligente», eliminando trattamenti non più necessari. Oggi possono essere utili anche strumenti digitali come reminder sul telefono, app o sistemi di telemedicina, ma resta centrale il ruolo della rete territoriale: medico di famiglia, infermieri, farmacisti e caregiver possono collaborare per aiutare il paziente nella gestione quotidiana della terapia.

Fondamentale sarebbe poi passare da una medicina «reattiva» a una medicina di iniziativa, con controlli programmati e follow-up periodici, senza aspettare che il paziente si riacutizzi o interrompa le cure. L’obiettivo non è solo prescrivere una terapia corretta, ma creare le condizioni perché il paziente riesca davvero a seguirla nel tempo.

Quanto incidono Internet e social media sull’aderenza terapeutica?

Internet e social media incidono moltissimo sull’aderenza terapeutica, nel bene ma soprattutto nel male quando diffondono informazioni scorrette o semplificate. Oggi molti pazienti arrivano in ambulatorio dopo aver letto articoli, commenti o video che mettono in dubbio l’utilità dei farmaci o ne enfatizzano esclusivamente i possibili effetti collaterali. Il problema non è più soltanto dimenticare una terapia, ma dubitare continuamente della terapia stessa. La disinformazione sanitaria, le fake news e il cosiddetto «dottor Google» possono generare paura, sfiducia e sospensioni autonome delle cure. A volte anche figure molto seguite sui social, pur senza adeguate competenze scientifiche, influenzano profondamente le decisioni dei pazienti. Naturalmente Internet può essere anche uno strumento utile di informazione, ma è fondamentale imparare a distinguere le fonti autorevoli dai contenuti sensazionalistici. Per questo oggi il medico deve fare anche educazione sanitaria, aiutando il paziente a orientarsi in un contesto comunicativo sempre più complesso e spesso contraddittorio.

La scarsa aderenza terapeutica è anche un problema per il Servizio sanitario?

Assolutamente sì. Non è soltanto un problema del singolo paziente, ma ha un impatto molto rilevante sull’intero Servizio sanitario. Quando una terapia cronica viene seguita male aumentano le complicanze, i ricoveri ospedalieri, gli accessi impropri al pronto soccorso e, più in generale, i costi sanitari evitabili. Pensiamo ad esempio a un paziente iperteso che interrompe le cure e dopo anni sviluppa un ictus, oppure a un diabetico che non segue correttamente la terapia e va incontro a complicanze cardiovascolari o renali. Curare bene una cronicità significa soprattutto evitare il peggioramento della malattia e mantenere la persona stabile il più a lungo possibile. Per questo oggi si parla sempre di più di prevenzione, medicina di iniziativa e presa in carico territoriale: investire sull’aderenza terapeutica migliora la qualità di vita dei pazienti, ma rende anche più sostenibile il sistema sanitario nel lungo periodo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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