Nicola Bastiani, medico di famiglia a Coccaglio e tesoriere dell’Ordine dei Medici di Brescia, è convinto che, nel prossimo futuro, l’intelligenza artificiale avrà un impatto rivoluzionario sulla sua professione.
«Se saremo in grado di sfruttarne le potenzialità, questa tecnologia – sostiene – potrà monitorare costantemente la salute dei pazienti, individuando tempestivamente criticità e suggerendo azioni mirate». Un passo decisivo verso la «medicina di popolazione», un approccio proattivo che, attraverso l’analisi dei dati, mira a migliorare la salute di una comunità, gestendo con precisione le malattie croniche e potenziando la prevenzione.
Dottor Bastiani, quanto siamo lontani da questa visione?
Non molto. Oggi già esistono piattaforme in grado di estrarre i dati dall’archivio sanitario dei singoli pazienti e offrire al medico di famiglia un quadro complessivo da confrontare con la letteratura scientifica. La comparazione ci permette di verificare se siamo allineati. Se, rispetto a una determinata patologia, i nostri dati sono sotto la media, possiamo, ad esempio, fare delle verifiche sui pazienti con fattori di rischio. Se invece riscontriamo tra i nostri assistiti un numero di casi superiore alla media, dobbiamo indagare le cause. In linea generale questi strumenti ci aiutano a mettere in luce e valutare i bisogni di salute della nostra popolazione.
Quali ostacoli riscontrate oggi? Quale passo potrebbe rivelarsi davvero utile per rendere sempre più concreta ed efficace la medicina di iniziativa?
Oggi affrontiamo la sfida di utilizzare quotidianamente almeno dieci piattaforme diverse. Il sogno sarebbe avere un portale unico, dove possano interagire tutti gli attori coinvolti: dai medici di famiglia agli ospedali, anche privati, dall’Inps ai patronati. Ognuno dovrebbe poter accedere solo ai dati di propria competenza, che siano sanitari o, ad esempio, sociosanitari e sociali. Ma il punto cruciale è che il dato non appartiene al medico, ma al paziente, e questa consapevolezza deve guidare ogni passo verso un sistema integrato ed efficace.

A cosa vi servono, attualmente, tutti quei portali?
Per esempio, io in questo momento ho aperto l’archivio dei dati sanitari di ogni paziente, una sorta di cartella clinica in cui sono riportati i problemi, le terapie eseguite, gli accertamenti fatti e un diario delle visite. Poi c’è il sistema che ho menzionato prima, che estrae i dati dalle singole cartelle e mi restituisce un quadro d'insieme per ogni patologia. Utilizzo anche una piattaforma elettronica per la comunicazione con i pazienti, che si rivela estremamente utile, ma deve essere gestita con attenzione. Altrimenti il rischio è che le richieste aumentino esponenzialmente: aprire un nuovo canale comunicativo può invogliare a rivolgere una domanda in più, cosa che spesso è utile per comprensione ed aderenza al percorso di cura, ma che implica un tempo di risposta che si va ad aggiungere a tutte le altre attività. È fondamentale educare il paziente a usare correttamente questi strumenti: capita spesso che alcuni pazienti mi scrivano sulla piattaforma e poi mi chiamino per comunicarmi che mi hanno scritto.
E l’intelligenza artificiale?
L’AI è già parte integrante della nostra quotidianità. Come molti colleghi, anche io utilizzo un assistente alla visita che ascolta la conversazione con il paziente, estrae le informazioni sanitarie rilevanti e compila una griglia che posso aggiungere alla cartella clinica o fornire al paziente per rinforzare i concetti espressi durante la visita. Inoltre nei sistema di estrazione dei dati dalla cartella è già presente un chatbot che permette sia di facilitare l'accesso alle informazioni, che di selezionare gruppi di pazienti su cui effettuare interventi clinici o preventivi.
Questo sistema formula anche proposte?
No. Ci permette di scrivere meno al computer, così da dedicare più tempo clinico al paziente durante la visita.
Dottor Bastiani, lei è tra i 1.500 medici italiani di medicina generale che stanno sperimentando la piattaforma «Mia» (Medicina e intelligenza artificiale) di Agenas. Come sta andando?
Bene. La piattaforma nasce con l’idea di affiancare il lavoro dei professionisti sanitari, in particolare dei medici di medicina generale, offrendo uno strumento capace di analizzare dati clinici e restituire suggerimenti utili alla pratica quotidiana. Non si tratta quindi di un sistema che sostituisce il medico, ma di un assistente digitale progettato per supportare il ragionamento clinico e l'organizzazione del lavoro.
Quali sono le attuali applicazioni?
Le funzionalità attualmente sviluppate dalla piattaforma si concentrano su tre ambiti specifici della pratica clinica. Un primo livello riguarda il supporto al ragionamento clinico, con la possibilità di ricevere indicazioni su possibili ipotesi diagnostiche o su esami utili da richiedere in presenza di determinati sintomi o condizioni cliniche. Un secondo ambito concerne la gestione dei pazienti cronici, attraverso strumenti che permettono di monitorare i dati clinici e segnalare eventuali criticità o controlli mancanti. La terza area di applicazione riguarda la prevenzione e la medicina di iniziativa, contribuendo a individuare pazienti candidabili a programmi di screening, vaccinazioni o altri interventi preventivi sulla base dei fattori di rischio registrati nella cartella clinica.
Sono utili?
Sì, ma queste funzionalità non possono prescindere da una considerazione: l’efficacia dell’intelligenza artificiale dipende molto dalla qualità dei dati presenti nelle cartelle cliniche e dalla loro organizzazione. Un altro punto riguarda l’integrazione con i software già utilizzati negli studi medici. Resta, infine, un elemento fondamentale: la responsabilità clinica e il rapporto di fiducia con il paziente rimangono sempre nelle mani del medico. L’AI può rappresentare uno strumento di supporto, ma non può sostituire il ragionamento clinico, l’esperienza e la capacità relazionale che da sempre caratterizzano la medicina.
Ha citato più volte la necessità di disporre di dati sanitari di buona qualità. Perché sono così importanti?
Nel singolo ambulatorio di medicina generale è già osservabile uno spostamento da un modello opportunistico, centrato sulla risposta al bisogno espresso, verso una medicina di iniziativa che anticipa i bisogni attraverso richiami programmati e monitoraggio attivo. Tuttavia la trasformazione più rilevante si colloca su un piano più ampio: il passaggio verso una gestione della salute della popolazione in cui il dato diventa lo strumento principale per comprendere e orientare la domanda.
Cosa renderebbe possibile questo cambiamento?
Questo cambiamento implica una ridefinizione del ruolo del medico di medicina generale. Accanto alla funzione clinica, emerge una dimensione di responsabilità organizzativa. Il medico di medicina generale diventa un punto di snodo tra diversi attori: specialisti ospedalieri, servizi territoriali, infermieri, farmacie, istituzioni locali, con la necessità di coordinare percorsi assistenziali complessi. In questa prospettiva, la capacità di leggere e utilizzare i dati non è accessoria ma costituisce parte integrante del processo di cura. E le Case della Comunità rappresentano, in teoria, uno degli spazi in cui questo cambiamento può prendere forma. Se interpretate come semplici poliambulatori, rischiano di replicare logiche già esistenti e profondamente inefficienti. Se invece diventano luoghi di integrazione tra professionisti e sistemi informativi, possono sostenere un modello basato sulla stratificazione della popolazione e sull’identificazione proattiva dei bisogni di salute. In questo scenario la disponibilità di dati assume un grande valore strategico.

Come vede il passaggio dalla teoria alla pratica?
Oggi la qualità del dato è disomogenea, spesso per mancanza di formazione all’utilizzo corretto e uniforme delle cartelle cliniche. I sistemi non dialogano tra loro in modo efficace e ciò limita la possibilità di costruire una visione complessiva del paziente. Come accennavo prima, l’ipotesi di una cartella clinica unica capace di integrare dimensione sanitaria, sociosanitaria e sociale, rappresenterebbe un passaggio rilevante: consentirebbe livelli differenziati di accesso in base alle aree di competenza, migliorerebbe la qualità dell’informazione e aprirebbe prospettive concrete anche per la ricerca e la programmazione.
Abbiamo detto di come l’AI stia cambiando il lavoro del medico di famiglia. Una volta i pazienti si affidavano a Dottor Google ora a Dottor ChatGpt, è davvero così?
Sì. Capita spesso. La maggior parte delle volte per essere tranquillizzati. Può sembrare che vogliano scavalcare il medico, ma nella maggior parte dei casi è solo per curiosità. Spesso lo confessano. Una paziente, dopo un rimprovero bonario, mi ha candidamente risposto: «Però ho usato la versione a pagamento, quindi le risposte sono più affidabili».
In generale stiamo osservando un rapido aumento del ricorso all’intelligenza artificiale da parte dei nostri assistiti e devo dire che in alcuni ambiti le risposte hanno un certo grado di affidabilità. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l'ultima parola viene comunque chiesta al medico che, fortunatamente, rimane il punto di riferimento principale per i propri pazienti.




