Pasquetta non è il problema: lo è il senso di colpa

È appena terminato il fine settimana di Pasqua e di Pasquetta, momenti di festa conviviali in cui solitamente mangiamo qualcosa più del solito. E i nostri pensieri nei giorni successivi sono spesso di questo tipo: «caspita, ho esagerato», «da domani dieta!», «con questi due giorni ho rovinato tutto».
Il vero disagio che proviamo dopo questi momenti non è quindi davvero fisico, legato al senso di pienezza per aver goduto di porzioni più abbondanti, ma mentale: non è la grigliata di Pasquetta a farci stare male, è il significato che decidiamo di attribuirgli.
Dopo le feste tendiamo a giudicarci
Dopo le feste il pensiero che emerge più spesso è semplice ma alquanto rigido. O mangio perfettamente, oppure ho fallito nei miei obiettivi. È un classico pensiero dicotomico, una modalità mentale che divide le esperienze in categorie opposte, in giusto / sbagliato, in bravo / cattivo, in bianco / nero.

Questa lente non lascia spazio alle sfumature, non valuta il «grigio», e se a Pasquetta mangiamo più del solito il cervello non la valuta come un’eccezione ma come una rottura delle regole. Questo pensiero rigido ci porta a percepire poi uno squilibrio e un bisogno di compensare, punendoci.
La routine ci fa sentire organizzati, e ci fa sembrare di avere controllo, mentre le feste rompono lo schema e non possiamo prevedere nulla. E questa perdita di controllo, in una cultura che esalta la disciplina alimentare, si traduce facilmente in senso di colpa.
Ma mangiare in compagnia, ad orari diversi, con porzioni meno misurate aumentano naturalmente l’assunzione di cibo non perché siamo deboli, ma perché l’ambiente è diverso. Il comportamento alimentare è sempre il risultato di una relazione tra individuo e contesto, e se cambia il contesto possono cambiare anche le nostre scelte.
La cultura della dieta
Viviamo «la dieta» come punizione, ed i pasti fuori dalla routine come premio. Associamo alcuni cibi a termini come «sgarro», che ci portano a pensare che stiamo facendo qualcosa di errato che in qualche modo andrebbe ri-bilanciato o compensato.
Pensiamo che il nostro valore come persone dipenda da un numero e dalla disciplina che riusciamo a tenere. Di conseguenza diamo valore morale al cibo, e la nostra identità diventa strettamente correlata a quanto siamo «bravi» dal punto di vista alimentare, e tutti questi meccanismi ci portano ad alternare fasi di restrizione a periodi o momenti di eccessi, senza riuscire a trovare un equilibrio.

Ma dobbiamo sempre ricordarci che il cibo è solo cibo, è nutrimento, è energia e non può essere buono o cattivo in senso assoluto, perché tutto dipende dalla frequenza di consumo e dalla porzione. Se lasciamo che un alimento ci dia valore, facendoci diventare «cattivi», il problema non è certamente l’alimento, ma la narrativa che gli costruiamo attorno.
Un meccanismo pericoloso
Quello che succede in occasioni come Pasqua, Pasquetta o alle feste è che mangiamo di più, ci sentiamo in colpa per questo, restringiamo per contrastare la colpa, poi però aumenta la fame fisica (e anche quella mentale!) e questo ci porta a nuovi, più frequenti, eccessi. Ma non è mancanza di forza di volontà, e l’insieme della fisiologia umana e della psicologia. Restringere ci fa inizialmente sentire meglio, ma poi ci porta a mangiare di più o a desiderare cibi che non fanno nemmeno parte delle nostre abitudini.

Ma se vogliamo stare meglio, dobbiamo uscire dalla logica della colpa. E farlo richiede un grosso cambio di prospettiva. Come fare? In primis, normalizzare la flessibilità.
Un’alimentazione sana ed equilibrata non esclude feste, convivialità, occasioni speciali o piatti più conditi. L’equilibrio vero non è saper dire di no alle occasioni, è imparare ad includerle senza rigidità, con capacità di adattamento senza perdere la direzione. E poi, separare il nostro comportamento dalla nostra identità. Non sei bravo e disciplinato se mangi bene, così come non sei fuori controllo se mangi di più. Sei sempre la stessa persona, che in contesti diversi, sceglie di fare pasti diversi.
Per ultima cosa, allenati a guardare più dall’alto, a guardare la media, mai il singolo evento o il singolo giorno. Un giorno non può definire il tuo corpo, non cancella percorso o risultati, non determina la tua salute: sono le scelte nel tempo che contano. E nella media di una vita alimentare, una festa è solo una parentesi, anche piuttosto piccola.
Cosa fare dopo un pasto abbondante

Riprendere la nostra routine, senza punizioni. Nessun digiuno drastico, nessun allenamento punitivo, nessun taglio estremo. Torniamo a nutrirci, a muoverci, ad idratarci, a dormire a sufficienza. Un pasto non definisce il tuo impegno, la tua disciplina, un dolce non ti rende una persona «meno brava». Una festa non cancella le buone abitudini. Il problema non è aver mangiato di più, ma è essersi giudicati per questo. Proviamo a togliere il senso di colpa, come cambierebbe il tuo rapporto con il cibo?
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