Dalla formazione all’assetto contrattuale: la Riforma Schillaci mira a riorganizzare il sistema delle cure primarie. La bozza del decreto-legge sta facendo discutere. I sindacati bresciani hanno già espresso perplessità. Abbiamo affrontato l’argomento anche con Germano Bettoncelli, presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Brescia.
Presidente Bettoncelli, la bozza di Riforma dell’assistenza primaria torna a parlare di dipendenza, o meglio di un «doppio canale»: convenzione riformata, che resta il «canale ordinario» e preserva il rapporto fiduciario con gli assistiti, e dipendenza, limitata agli impegni nelle Case della comunità. Cosa ne pensa?
La bozza di riforma presentata dal ministro Schillaci ha generato reazioni da parte di tutte le componenti della professione medica, per la quasi totalità negative. Francamente ci saremmo aspettati che la proposta prendesse le mosse da un’analisi approfondita e oggettiva della situazione sanitaria del Paese, quindi dai bisogni di salute dei cittadini, per i quali fosse formulata una programmazione migliorativa in termini di efficacia e di efficienza dell’offerta assistenziale. Da questa analisi ci si aspetterebbe una ragionevole e praticabile proposta riorganizzativa del sistema.

A suo avviso la proposta tocca davvero le questioni che è necessario rivedere?
Non si può discutere della riorganizzazione di un comparto della sanità senza considerare la sua interazione con le altre componenti del sistema. Una proposta di riforma delle cure primarie deve necessariamente tener conto di come, ad esempio, la medicina del territorio possa interagire e integrarsi con quella ospedaliera. Una relazione che storicamente sconta una cronica difficoltà comunicativa di cui spesso proprio i pazienti fanno le spese. Anche perché il modello organizzativo dell’ospedale (un modello tayloristico) non può essere come tale trasferito sul territorio, se non a rischio di elevati livelli di inefficienza. Al sistema delle cure primarie è attribuita la responsabilità di gestione soprattutto della cronicità, scaricando l’ospedale dell’assistenza di questi pazienti, se non per particolari aspetti diagnostici o legati a complicanze. Ma la presa in carico da parte del medico di medicina generale dei pazienti cronici (40% della popolazione) in una prospettiva di medicina proattiva invece che di attesa richiede un’organizzazione complessa e capillare che ad oggi è quasi del tutto mancata.
Di cosa ha davvero bisogno, quindi, l’assistenza primaria?
Vanno previste medicine di gruppo composte da 6-12 medici di famiglia in collaborazione con personale infermieristico di comunità, assistenti sociali, personale amministrativo, in grado di attuare interventi di popolazione grazie a efficaci strumenti informatici, capaci di profilare la popolazione per fattori di rischio e specifici bisogni assistenziali. Salvaguardando in ogni caso il valore specifico e autentico della medicina generale, che consiste soprattutto nella continuità nel tempo della relazione con il paziente e la sua famiglia, nella conoscenza non solo dei problemi di salute ma anche degli aspetti generali propri della vita della persona, che con la salute comunque interagiscono.
Tra le tante cose la riforma prevede di cambiare il modello di formazione dei medici di medicina generale introducendo la Scuola universitaria di specializzazione, quali effetti potrebbe avere?
I medici delle cure primarie necessitano di una formazione specifica perché peculiare è il loro ruolo come i compiti che devono svolgere, all’interno di un contesto straordinariamente variabile per aree geografiche, condizioni culturali, economiche, abitative, lavorative. L’approccio ai problemi clinici, di conseguenza, richiede una sensibilità e una competenza che oggi passa sempre di più per l’utilizzo di strumentazione diagnostica di primo livello (Ecg, Ecografo, Spirometro, esami ematochimici) un tempo impensabile. Accanto a tutto ciò il medico deve possedere una capacità relazionale che gli consenta di interagire con gli aspetti psicologici e umani delle persone. Questo può essere insegnato solo da docenti che conoscano il setting in cui la medicina generale viene esercitata.

Un titolo accademico può essere un elemento di attrazione per i neolaureati?
Probabilmente per quanti sono motivati allo studio, all’insegnamento e alla ricerca in medicina generale. L’Università infatti deve essere l’ambiente in cui si fa ricerca non solo sugli aspetti clinici, ma anche su quelli sociologici e organizzativi. Questo oggi ancora manca alla medicina generale, se non per alcune esperienze di indagini retrospettive.
La bozza estende l’iscrizione al pediatra fino a 18 anni, cosa ne pensa?
Credo che questo non sia un problema prioritario, a meno che il Ministero non dimostri che oggi esista una carenza assistenziale nella popolazione tra i 14 e i 18 anni da parte dei medici di medicina generale. Se l’idea è ad esempio l’introduzione dei bilanci di salute per queste fasce di età, nulla vieta che anche i medici di medicina generale li possano attuare opportunamente organizzati. Naturalmente dietro compenso come accade per i pediatri di libera scelta. Piuttosto un tema importante riguarda la predisposizione di un sistema standardizzato di trasferimento dei dati clinici dal pediatra al medico di famiglia al fine di garantire una reale continuità informativa e assistenziale.
Qual è, in linea generale, il suo giudizio?
Si possono comprendere i problemi che il Ministero si trova ad affrontare oggi: aumento della domanda assistenziale, invecchiamento della popolazione, carenza di medici e infermieri, liste d’attesa, aumento della spesa privata per la salute, rinuncia alle cure per molti cittadini. Scadenze del Pnrr. Ma tutto questo nasce dalla precedente mancata programmazione rispetto alla quale oggi sarebbe necessaria una coraggiosa, profonda riforma del sistema accompagnata da adeguati investimenti. Non intravedibili nelle recenti proposte.




