Tutti, almeno una volta, abbiamo indossato una maschera. Per piacere agli altri, sentirci parte di un gruppo, evitare una critica o nascondere un’emozione. Ma che cosa succede quando quella maschera diventa una seconda pelle, tanto da non riuscire più a toglierla? Quando, nel tentativo di essere accettati, finiamo per nascondere ciò che siamo davvero? È il fenomeno del masking, dall’inglese mask, maschera: la tendenza a modificare o nascondere aspetti della propria personalità, emozioni e comportamenti per adeguarsi alle aspettative degli altri.
«Adattare il proprio comportamento alle diverse situazioni è del tutto naturale – spiega Roberta Burni, psicologa della Psicologia clinica dell’Asst Franciacorta, in servizio al Cps di Rovato –. Il problema nasce quando, per essere accettati, si arriva a mettere continuamente da parte ciò che si è davvero».
Dove sta il problema
La maschera, almeno all’inizio, può sembrare una buona alleata. Protegge dal giudizio, aiuta a sentirsi più sicuri, offre la possibilità di trovare il proprio posto in un gruppo. Ma, come evidenzia la psicologa, alla lunga rischia di trasformarsi in una gabbia. Pesare ogni parola, trattenere le emozioni, controllare gesti e reazioni per non deludere le aspettative altrui richiede uno sforzo continuo. E dietro un sorriso o un’apparente disinvoltura possono nascondersi stanchezza emotiva, solitudine e la sensazione di essersi allontanati da sé stessi.
Una dinamica che assume un peso particolare nell’adolescenza e nella giovane età adulta, quando il bisogno di appartenenza si intreccia con la ricerca della propria identità. Essere sé stessi o essere accettati? Una domanda tutt’altro che semplice, soprattutto in una fase della vita in cui lo sguardo degli altri può diventare uno specchio nel quale cercare conferme.
Trend in aumento
«Il masking è un fenomeno che osserviamo in aumento, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, e che merita oggi una particolare attenzione – aggiunge Laura Agostinelli, dirigente psicologa responsabile della Psicologia clinica di Asst Franciacorta –. I social network possono rappresentare un terreno particolarmente fertile: il confronto continuo con immagini di vite apparentemente perfette, vincenti e prive di fragilità può alimentare nei ragazzi la sensazione di non essere “abbastanza” e, di conseguenza, il bisogno di mostrare soltanto ciò che ritengono possa essere accettato dagli altri».
«Quando questo meccanismo diventa costante – prosegue la dottoressa Agostinelli –, il rischio è quello di perdere progressivamente il contatto con la propria autenticità. Mantenere sempre attiva una “maschera” richiede infatti un notevole dispendio di energie emotive e può accompagnarsi a vissuti di solitudine, ansia, isolamento ed estraneità rispetto a se stessi».
«Per questo è importante creare occasioni nelle quali i giovani possano confrontarsi liberamente anche sulle proprie fragilità e comprendere che ciò che vediamo degli altri, soprattutto attraverso i social, rappresenta spesso soltanto una parte della realtà».
È da qui che ha preso forma il progetto dedicato al masking, realizzato dal Cps di Rovato dell’Asst Franciacorta insieme al Comune di Rudiano, nell’ambito di «Inside Out». Un’iniziativa rivolta ai giovani tra i 15 e i 25 anni che ha scelto di affrontare il tema partendo proprio dalle loro esperienze, trasformando gli spazi dell’Hub Giovani di Rudiano in un luogo di ascolto e confronto.
Il progetto
«Con Inside Out vogliamo portare i temi della salute mentale fuori dai soli luoghi della cura e dentro la comunità, creando occasioni di confronto accessibili e vicine ai linguaggi delle persone, in particolare dei più giovani – spiega Michele Tagliasacchi, direttore del Dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze dell’Asst Franciacorta –. Il progetto sul tema del masking rappresenta bene questo approccio: non ci siamo limitati a proporre un contenuto informativo, ma abbiamo costruito un percorso insieme ai ragazzi, partendo dalle loro domande, dai loro dubbi e dalle loro esperienze».

Prima di accendere telecamere e microfoni, infatti, si è scelto di ascoltare. Professionisti, educatori e ragazzi si sono seduti allo stesso tavolo per parlare di maschere, identità, paure e bisogno di accettazione. Nessuna lezione calata dall’alto, ma un dialogo dal quale sono emersi gli interrogativi più sentiti dai giovani. Da quelle riflessioni ha preso forma un’intervista che, grazie al supporto di un videomaker professionista, è diventata un podcast, accompagnato da contenuti audiovisivi diffusi sui canali social dell’Asst Franciacorta.
Hanno preso parte al progetto 15 ragazzi che frequentano l’Hub Giovani di Rudiano. Solo alcuni hanno scelto di comparire davanti alle telecamere, ma tutti hanno contribuito alla costruzione dei contenuti: dalla definizione dell’intervista alle «domande al volo», affidate a piccoli aeroplanini di carta e lanciate durante la registrazione, consentendo anche a chi preferiva non esporsi direttamente di porre in forma anonima dubbi e interrogativi.
Obiettivi
«Parlare di identità, appartenenza, fragilità e bisogno di accettazione – sottolinea Tagliasacchi – significa fare prevenzione e promuovere una cultura della salute mentale fondata sull’ascolto, sull’inclusione e sulla possibilità di chiedere aiuto senza timore di essere giudicati».
Il risultato va oltre la semplice spiegazione di un fenomeno psicologico. È uno spazio in cui i giovani non si limitano ad ascoltare gli esperti, ma contribuiscono a scegliere le domande e a costruire le risposte. Un modo per ricordare che dietro ogni maschera c’è una persona, con le proprie fragilità e il desiderio di sentirsi accettata. Senza dover fingere di essere qualcun altro.




