Metti un regista francese dall’attitudine impegnata nel cuore di un reparto ospedaliero di neuropsichiatria per adolescenti: ne esce un lavoro dalla valenza (anche) politica, nascosta dietro una confezione da dramedy per teenager. Appare così «15/18» di Cédric Kahn, dove le cifre del titolo non rinviano alla Grande Guerra nella prospettiva italiana (per gli altri è 14-18), ma all’età dei protagonisti, definendo un intervallo preciso. L’obbiettivo del cineasta è chiaro, come dichiarato alla stampa alla Mostra del Cinema di Venezia: «Mi importa relativamente il giudizio sul film: la cosa importante è che faccia parlare della psichiatria pediatrica, che essa non sia più un argomento nascosto con vergogna: i problemi possono esserci in qualsiasi famiglia».
La storia inquadra alcuni personaggi, alle prese con disturbi vari, tra i diversi ospiti del reparto specializzato di un ospedale, dedicando attenzione anche alla squadra di medici, specializzandi, infermieri, psicologi e inservienti nel faticoso lavoro quotidiano con i pazienti e in quello delicato di raccordo con le famiglie.
In particolare si concentra sulla vulcanica Lucia, che porta nell’anima e sul corpo cicatrici accumulate in anni di disagio famigliare; e sulla bulimica Eloïse, che vi staziona apatica, senza riuscire a far affiorare le cause di un disagio risalente. Un giorno arriva Enzo, alla soglia dei diciott’anni, in ricovero volontario per sottrarsi al carcere: fa innamorare Lucia e si innamora di Eloïse, sconvolgendo la routine del reparto.
Esperienza vissuta
L’evidente richiamo di trama a «Qualcuno volò sul nido del cuculo» di Milos Forman è più casuale di quanto non appaia, perché Kahn ha in realtà attinto dall’esperienza maturata direttamente sul posto («Un posto per guarire» è anche il titolo internazionale del film) insieme alla sua sceneggiatrice, Kahina Le Querrec. Conservando, alla fine, uno sguardo positivo: «Questi adolescenti feriti sono insieme infantili e sorprendentemente maturi, attraversati da pulsioni autodistruttive ma anche animati da un’energia travolgente. Nel corso del lavoro di osservazione, e poi di scrittura, questi reparti ci sono apparsi come il luogo in cui si concentrano tutti i traumi della società: il bullismo, le angosce generate dalla guerra e dalla crisi climatica, la droga, la violenza, il razzismo, le tensioni sociali. Anche perché l’ospedale pubblico accoglie comunque tutti, senza distinzioni di origine né di classe sociale».
Il film ha preso forma «un po’ alla volta, come una scultura», rispettando comunque l’idea iniziale: «Volevamo fare – ha spiegato l’autore – un lavoro documentato, ma anche molto pratico. Ricorrendo ad attori (anche se stesso, nei panni del primario Étienne, ndr) che interpretano fatti reali, perché spesso la realtà supera l’immaginazione. Abbiamo sentito storie incredibili e terribili, rispetto alle quali abbiamo cercato un filo narrativo comune: non solo un caso, non solo una storia… tutto ha proceduto all’unisono».



