Salute e benessere

Fibrillazione atriale, se il cuore perde il ritmo: come riconoscerla

L’intervista al professor Enrico Vizzardi, direttore della Struttura Complessa di Cardiologia di Desenzano: «È estremamente frequente nella popolazione e la sua prevalenza aumenta con l’età»
Daniela Affinita
Esame cardiaco
Esame cardiaco

La fibrillazione atriale è una delle aritmie più frequenti e può comparire anche senza dare sintomi evidenti. A parlarne è il professor Enrico Vizzardi, direttore della Struttura Complessa di Cardiologia di Desenzano, ospite di Obiettivo Salute su Teletutto, che spiega come riconoscerla, quali sono i principali fattori di rischio e perché diagnosi e trattamento tempestivi siano importanti.

Professor Vizzardi, partiamo dalle basi: che cos'è la fibrillazione atriale e cosa succede al cuore quando compare?

La fibrillazione atriale è un'aritmia, cioè un'alterazione del normale ritmo cardiaco, in condizioni normali il cuore riceve un impulso elettrico ordinato che permette agli atri e ai ventricoli di contrarsi in modo coordinato. Nella fibrillazione atriale, invece, negli atri si genera una vera e propria attività elettrica disorganizzata, con numerosi impulsi che si susseguono rapidamente, gli atri, anziché contrarsi in maniera efficace e regolare, "fibrillano", cioè hanno una serie di contrazioni molto rapide e disordinate. Questo determina anche un'alterazione della risposta dei ventricoli e quindi del battito cardiaco.

È un disturbo molto diffuso?

Sì, ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti, la fibrillazione atriale è estremamente frequente nella popolazione generale e la sua prevalenza aumenta in maniera significativa con l'età. Nel mondo si stima che riguardi oltre 50 milioni di persone e in Italia interessa circa un milione di persone. Ogni anno vengono inoltre diagnosticate numerose nuove forme di fibrillazione atriale, è quindi un'aritmia con la quale ci confrontiamo quotidianamente nella pratica clinica.

Quanto conta l'età?

Conta moltissimo, la fibrillazione atriale è relativamente rara nei soggetti giovani, mentre la sua frequenza cresce progressivamente con l'avanzare dell'età. Dopo i 50 anni il rischio aumenta in maniera importante e, con il passare dei decenni, la probabilità di sviluppare questa aritmia diventa sempre maggiore. È per questo che la fibrillazione atriale riguarda soprattutto la popolazione più anziana, in particolare le persone sopra i 65-70 anni.

È possibile avere una fibrillazione atriale senza accorgersene?

Assolutamente sì, una delle caratteristiche della fibrillazione atriale è proprio la possibilità che sia completamente asintomatica. Una quota importante dei pazienti non avverte disturbi particolari e scopre di avere l'aritmia casualmente, magari durante una visita, un elettrocardiogramma o un controllo della pressione. Questo è un aspetto importante perché il fatto di non avere sintomi non significa che la fibrillazione atriale sia meno rilevante dal punto di vista clinico.

Negli ultimi anni anche gli smartwatch e altri dispositivi hanno contribuito a scoprire casi che altrimenti sarebbero rimasti silenziosi?

Sì, oggi abbiamo a disposizione strumenti che possono segnalare un ritmo cardiaco irregolare, penso agli smartwatch, agli strumenti per il monitoraggio della frequenza cardiaca e anche ad alcuni misuratori della pressione che sono in grado di rilevare un'irregolarità del battito. Questi dispositivi non sostituiscono naturalmente la diagnosi medica e l'elettrocardiogramma, ma possono rappresentare un campanello d'allarme importante. È sempre più frequente che un paziente arrivi dal medico dicendo: "Il mio dispositivo mi ha segnalato un ritmo irregolare". A quel punto è necessario approfondire.

Quali sono invece i sintomi più comuni quando la fibrillazione atriale si fa sentire?

Il sintomo più caratteristico è spesso la palpitazione, il paziente può avere la sensazione che il cuore corra, batta in maniera irregolare o "impazzisca". Possono comparire anche affanno, stanchezza, ridotta tolleranza allo sforzo, debolezza, vertigini o una sensazione di malessere generale. Ma, come dicevamo, esistono anche persone che non avvertono assolutamente nulla.

C'è una forma di fibrillazione atriale che compare e poi scompare spontaneamente?

Sì, è la cosiddetta fibrillazione atriale parossistica, è caratterizzata da episodi che iniziano improvvisamente e che terminano spontaneamente, riportando il cuore al normale ritmo sinusale. La durata può variare, ma secondo la classificazione utilizzata dalle linee guida la fibrillazione atriale parossistica si interrompe spontaneamente entro sette giorni. È una forma che il paziente può percepire proprio come un improvviso episodio di batticuore che, altrettanto improvvisamente, passa.

E quando invece l'aritmia non si interrompe spontaneamente?

In quel caso parliamo di fibrillazione atriale persistente, esistono poi forme di lunga durata e, in alcuni pazienti, si arriva alla fibrillazione atriale permanente, quando si decide di non tentare più di ripristinare il normale ritmo sinusale oppure quando questo non è realisticamente perseguibile. È importante distinguere queste forme perché il trattamento viene definito sulla base delle caratteristiche del singolo paziente e dell'aritmia.

Perché la fibrillazione atriale non deve essere sottovalutata?

Perché non è soltanto un problema di ritmo cardiaco, la fibrillazione atriale può aumentare il rischio di formazione di coaguli all'interno del cuore e, di conseguenza, il rischio di eventi tromboembolici, primo fra tutti l'ictus. È quindi fondamentale che, una volta diagnosticata, venga valutato il rischio individuale del paziente e che si decida se sia indicata una terapia anticoagulante. Non tutti i pazienti hanno lo stesso rischio e non tutti devono necessariamente assumere un anticoagulante: la scelta deve essere fatta dal medico sulla base delle caratteristiche individuali.

Quindi una fibrillazione atriale asintomatica può essere comunque pericolosa?

Sì, l'assenza di sintomi non coincide con l'assenza di rischio. Questo è uno dei motivi per cui la diagnosi è così importante, un paziente può non percepire alcun disturbo, ma avere comunque una fibrillazione atriale che richiede una valutazione cardiologica e una corretta gestione del rischio tromboembolico.

Quanto incidono lo stile di vita e le altre malattie sulla comparsa della fibrillazione atriale?

Incidono molto, esistono diversi fattori che favoriscono la comparsa e la progressione della fibrillazione atriale. Tra questi troviamo l'ipertensione arteriosa, il sovrappeso e l'obesità, il diabete, la sedentarietà e il fumo, anche alcune patologie cardiache possono aumentare il rischio. Per questo la gestione della fibrillazione atriale non può limitarsi alla cura dell'aritmia, ma deve comprendere anche il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare.

Quindi l'attività fisica può aiutare?

Sì, l'attività fisica regolare è importante, ma va inserita nel contesto corretto, non dobbiamo pensare che fare attività fisica faccia direttamente "passare" la fibrillazione atriale. L'esercizio fisico contribuisce però a mantenere un peso adeguato, controllare la pressione arteriosa e migliorare il profilo cardiovascolare generale. Tutti elementi che possono ridurre il rischio di sviluppare e di peggiorare l'aritmia, naturalmente il tipo e l'intensità dell'attività fisica devono essere adeguati alle condizioni del singolo paziente.

Ci sono anche fattori che possono scatenare un episodio?

Sì, esistono quelli che chiamiamo trigger, cioè condizioni che possono favorire l'insorgenza di un episodio di fibrillazione atriale. Tra questi possono esserci l'abuso di alcol, un consumo eccessivo di sostanze eccitanti, lo stress e la scarsa qualità del sonno. Un ruolo importante è svolto anche dalle apnee ostruttive del sonno, che sono frequentemente associate alla fibrillazione atriale.

E per quanto riguarda caffè e bevande contenenti caffeina?

Il rapporto è più complesso e non bisogna creare falsi allarmismi. Non è corretto dire che il caffè sia vietato a tutti i pazienti con fibrillazione atriale, il consumo moderato, nella maggior parte delle persone, non rappresenta necessariamente un problema. È però importante osservare la propria risposta individuale: se una persona nota che determinate bevande o un eccessivo consumo di caffeina favoriscono palpitazioni o episodi aritmici, è opportuno parlarne con il proprio medico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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